Yemen: porre fine al blocco, evitare la fame | Chandra Muzaffar

La minaccia di una carestia di massa in Yemen è reale come sempre — nonostante la riapertura del porto di Aden e dell’attraversamento via terra di Wadea al confine saudi-yemenita. Non è abbastanza, secondo l’Ufficio ONU per l’Aiuto Umanitario (OCHA). Il blocco di tutti i porti, specialmente Hodeida, dovrebbe venir tolto immediatamente. Gran parte degli aiuti umanitari passano per porti diversi da Aden.

Il governo dell’Arabia Saudita aveva imposto un blocco totale di tutti i porti marittimi, aeroporti e valichi terrestri yemeniti il 6 novembre 2017. Questo per reazione al lancio di un missile dallo Yemen il 4 novembre, guidato verso terra vicino all’aeroporto di Riyadh. L’erede legittimo al trono saudita, Muhammad bin Salman, governante di fatto del paese, ha asserito che il missile è stato fornito dall’Iran e rappresenta “un atto di guerra.” Tehran ha negato l’asserzione.

Tehran però fornisce sì sostegno morale ai ribelli houthi che controllano la capitale, Sanaa, e la maggior parte dello Yemen. Tali ribelli combattono ormai da anni contro il governo di Abed Rabbo Mansour Hadi, sostenuto dall’Arabia saudita, Gli houthi sono inoltre collegati con l’ex-presidente dello Yemen, Ali Abdullah Salleh.

Gli houthi che hanno salutato il lancio del missile insistono che l’avevano fabbricato loro. Essi giustificano a ragione l’attacco missilistico come rappresaglia ai bombardamenti sauditi e l’uccisione di civili yemeniti che prosegue dall’inizio del 2015. I bombardamenti hanno distrutto il sistema d’approvvigionamento idrico e fognario dello Yemen. Sono stati bersagliati ospedali e scuole. E anche fattorie e fabbriche sono state soggette a bombardamenti aerei. Neppure aree residenziali sono state risparmiate. Migliaia di persone sono morte come risultato dell’azione militare della coalizione a guida saudita. Precedenti rapporti ONU osservavano che i bambini in particolare soffrono molto da tempo, non solo direttamente per i bombardamenti ma anche indirettamente per il rapido diffondersi di malattie contagiose come il colera. Di fatto, 2100 persone (compreso un bel po’ di adulti) sono morte di quella malattia dall’aprile 2017 e ci si aspetta che il numero aumenti a 1 milione per fine dicembre di quest’anno.

È rispetto a questo contesto che il capo dell’OCHA Mark Lowcock ha supplicato il Consiglio di Sicurezza ONU i’8 novembre di agire con urgenza, ammonendo che ci sarà carestia in Yemen, esacerbata dal blocco [dei valichi con l’estero]. Ha dichiarato senza mezzi termini che “sarà la peggior carestia che il mondo abbia visto da molti decenni, con milioni di vittime”. Lowcock ha rimarcato tristemente che il Piano di Risposta Umanitaria Yemenita incaricato di affrontare la crisi è finanziato solo al 57% con appena 1.300 milioni di dollari USA dei 2.300 necessari per evitare che milioni di persone muoiano di fame e malattia.

Donne e uomini coscienziosi ovunque dovrebbero proprio reagire a questa crudele situazione col persuadere il proprio governo a far pressione sui dirigenti sauditi a por fine immediatamente il blocco marittimo, aereo e terrestre, senza condizioni. Le organizzazioni di aiuto umanitario dovrebbero avere accesso libero e sgombro a tutti i segmenti della società nel nord- e sud-Yemen. L’ONU dovrebbe anche al contempo rivitalizzare il proprio andazzo di raccolta di altri fondi da non solo stati membri ma anche da grandi aziende ben piantate ed enti filantropici a destra e a manca.

Forse di tutti i governi è quello USA ad avere la maggiore influenza ed impatto sull’Arabia Saudita. È in grado di blandire il principe Muhammad bin Salman affinché tolga il blocco. E può far sì che gli aiuti raggiungano effettivamente ognuno mediante canali legittimi. Se anche il popolo [nord]americano si fa avanti per aiutare gli yemeniti con attività di raccolta fondi, può indurre anche la gente di altri paesi a protendersi in analogo sforzo.

Ovviamente l’assistenza umanitaria, per quanto generosa, non è l’effettiva soluzione. Data la natura del conflitto e della crisi in Yemen, le varie parti interessate dovranno forgiare una soluzione salda e durevole mediante la mediazione e il negoziato. Non sono solo i vari attori direttamente coinvolti nel conflitto che devono venire al tavolo negoziale. Anche l’Arabia Saudita e l’Iran dovrebbero svolgere un loro ruolo. E così pure gli Stati Uniti.

Ci dev’essere disponibilità da parte di ognuno al compromesso, a fare concessioni significative. Ci si deve rendere conto che non c’è alcuna soluzione militare, specialmente dacché il mondo intero ha assistito a dove può condurre l’uso della forza — la morte e la devastazione che causa e il dolore e la sofferenza che ingenera. Già proprio all’inizio c’era solo una soluzione, una soluzione politica nonviolenta.

E la sola istituzione in grado in qualche modo di portare ognuno al tavolo dei negoziati è l’ONU, specificamente il suo Segretario Generale. Antonio Guterres è molto preoccupato per la tragedia in Yemen da quando ha assunto la carica di Segretario Generale il 1° gennaio 2017. Se riesce a por fine a quel sanguinoso conflitto e contribuire a formulare una soluzione, si sarà guadagnato i galloni. Tutta l’umana famiglia che anela alla pace in Yemen e altrove sarebbe eternamente grata a lui e all’ONU.


Il Dr. Chandra Muzaffar è membro del TRANSCEND Network for Peace, Development and Environment, e presidente dell’International Movement for a Just World (JUST). È autore dell’ e-book ‘Whither WANA?-Reflections on the Arab Uprisings,’ [Donde, WestAsia&NordAfrica? Riflessioni sulle insurrezioni (primavere) arabe], accessibile mediante il sito web del JUST, www.just-international.org.


Chandra Muzaffar – TMS – 13 nov. 2017
Titolo originale: Yemen: End Blockade, Avert Famine
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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