Vieni via con me | Alessandro Ciquera

Ci sono limiti che ogni essere umano ha paura di superare, strade da non attraversare o angoli da evitare. Rimad ha cinque anni compiuti da poco, fa parte di un regno distante dalla cruda quotidianità, il regno della fantasia dei bambini. Lei ama giocare, correre, spettinarsi i capelli e ridere, ridere tanto fino a farsi mancare il fiato. I suoi genitori vengono da Homs, in Siria, la sua città natale non esiste più, almeno dal punto di vista della quotidianità sociale. Un cumulo di rovine si stende su quello che un tempo, sei anni fa, era un centro commerciale importante. La guerra lei se la è lasciata alle spalle, come un incubo avariato, nei minuti che precedono il risveglio prima dell’alba. Per Rimad l’importante è che il suo papà e la sua mamma ci siano, e stiano bene, il resto verrà dopo. Il papà di Rimad è un muratore, spesso è in giro per il nord del Libano a cercare lavoro, probabilmente sottopagato, e con il rischio di essere denunciato come clandestino alla polizia, una clava usata come minaccia sulla testa di molti rifugiati. La mamma ha un bellissimo sorriso e gli vuole un gran bene, è la sua figlia più grande, insieme a lei ci sono i due fratellini più piccoli con cui adora passare il tempo a rincorrersi. Abitano al secondo piano di una casa nel villaggio di Bebnine, distretto di Akkar, uno dei più marginalizzati del paese. Il futuro per Rimad sembra solo una prospettiva lontana, parte di un mondo tutto da esplorare, come solo i bambini sanno fare con la mente.
Tre giorni fa stava giocando sul balcone di casa, mentre papà era a spaccarsi la schiena e la mamma a comperare bottiglie d’acqua per la casa, forse si è sporta troppo per guardare giù, forse ha perso l’equilibrio, nessuno lo sa, ma il fatto è che Rimad è caduta giù per diversi metri, ed è stata ritrovata con la testa piena di sangue sul cemento della strada.
In queste ore sta lottando in coma farmacologico all’ospedale di Tripoli nord, la famiglia è disperata e il padre fa le notti a dormire fuori dall’ospedale, perché dentro non lo fanno stare per regolamento, e dorme su dei cartoni per terra per non doversi allontanare dalla sua bimba. L’agenzia onu per i rifugiati ha pagato una parte consistente delle spese chirurgiche, ma alla famiglia mancano ancora da pagare un milione e mezzo di lire libanesi, circa mille euro, destinati a crescere.
Ci sono tante domande che Rimad potrebbe farsi in questo momento, mentre corre con la fantasia in giro, a chi dare la colpa del suo volo? Alla guerra scatenata contro il popolo siriano che hanno costretto la sua famiglia a fuggire? Oppure alla precarietà delle condizioni abitative dei profughi siriani in Libano, che mettono a rischio la vita di questa gente quotidianamente? O forse al sistema privatistico della salute libanese, che ti lascia fuori se non hai abbastanza risorse per pagarti le cure.
Chi è che pagherà per ciò che è successo a Rimad?.
C’è qualcosa di più subdolo della violenza aperta, ed è l’impotenza, il sentire che c’è qualcosa di enorme in movimento, che rischia di trascinare tutti sul fondale di questo enorme mare scuro. Questa guerra si ricorderà anche per questo, per i volti e i nomi di tutti coloro che sono sopravvissuti al conflitto armato ma non alla vita da profughi. Possiamo citarne diversi, il cui ricordo indelebile non si cancella dai cuori: Um Suliman, Mohamed, Isra, Amal, Abu Quteyba, Faysal, Fatima e tanti altri di cui non conosciamo il nome. Sono martiri anche loro, e meriterebbero una targa nella piazza più bella di una città, per il fatto di essere passati da questa vita e di averla amata fino in fondo.

Oggi Rimad tuttavia è ancora tra noi, ma sta lottando per non perdersi, per rimanere la bimba amante della vita che è stata, con i suoi capelli castano chiaro. I suoi genitori non desiderano soldi o ricchezza, desiderano solo che guarisca e stia meglio. Noi con loro.

Hanno la speranza di chi ha perso tutto, ma che veglia tenace a una finestra, nell’attesa che la luce si accenda di nuovo.
Quando la speranza è affamata, alimenta ogni cosa.
(Mignon McLaughlin)
Ale

 

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