Ciò che inferno non è | Alessandro Ciquera

Hammoudi ha quattro anni e due occhi grandi, leggermente scavati e scuri. È arrivato in Libano alcune settimane fa insieme alla sua famiglia, direttamente dalla Siria per provare a salvarsi la vita, sfidando i bombardamenti e le violenze diffuse.
Ora vive in un alloggio povero, condiviso con altre tre famiglie nel quartiere di Abu Samra a Tripoli, una delle zone più marginalizzate e abbandonate della metropoli.
Quando una dottoressa che conosciamo ci ha spiegato del suo arrivo dalla Siria ci ha raccontato che l’hanno portato direttamente da lei, quasi senza passare da altri intermediari, tanto la sua condizione è difficile. Hammoudi ha una malattia ematologica diagnosticata in ritardo, che lo porta ad avere la pancia gonfia e a perdere peso velocemente, troppo in fretta. Dovrebbe iniziare una terapia, parola quasi proibita in una nazione in cui tutto ha un prezzo, e ogni servizio è privatizzato.
Quando i medici gli cercavano la vena per prendere il sangue non riuscivano neanche a individuarla, rischiando di fargli male nel prelievo del campione per le analisi. Hammoudi ha uno sguardo timido dietro gli occhi scuri, e come tutti i bambini vorrebbe solo giocare e stare insieme alla sua famiglia.
La Storia per lui ha scelto un altro destino, nato e cresciuto a Idlib, uno dei posti più rischiosi della Siria in questo momento, governata da gruppi misti di ribelli anti-Assad e jihadisti di Al Nusra.
Una provincia oppressa da più parti e presa di mira ripetutamente con armi pesanti, con i militari turchi di Erdogan dal lato ovest e l’esercito lealista al regime siriano dal lato est, i russi di Putin a martellare quotidianamente dal cielo con i loro aeroplani. In fondo, se muore un bambino che ha avuto la disgrazia di nascere sotto il governo nero di Al Qaeda chi mai potrà protestare? Se i missili ufficialmente vengono lanciati per colpire il terrorismo, a chi importerebbe di queste vite civili?.
Qualcuno, dalla tastiera di un computer da salotto, potrebbe anche pensare che se la sono andata a cercare, a volere vivere ostinatamente a Idlib.
Hammoudi è venuto al mondo lì, in un luogo in cui è molto difficile avere una infanzia, il suono delle bombe che cadono ha scandito la sua nascita e il suo sviluppo, non ha conosciuto altro che guerra da quando è venuto al mondo. Guerra e amore, dalla sua famiglia e dai suoi fratelli e sorelle, dai pochi amici dei vicini di casa.
Che strano binomio: guerra e amore, eppure esiste, e Hammoudi nella sua inconsapevole esistenza ne è la prova compiuta, se i suoi cari non l’avessero amato, non avrebbero sfidato la morte per attraversare la linea del fronte e portarlo qui in Libano, in cura da una delle poche persone che hanno a cuore le vite di questo tipo di esseri umani, la dottoressa Aya.
Sono una specie rara questo tipo di persone in contesti come questo, dove la pressione e la mancanza di risorse equamente distribuite spingono tutti gli uni contro gli altri.
Tutto farebbe spesso pensare al peggio, ma Hammoudi non lo sa, gioca con il suo piccolo camion grigio e si sente protetto dal calore di chi gli vuole bene, e ha sfidato il fuoco per lui, e lo ha aiutato ad attraversare l’inferno.
Forse è questo che significa amare una persona, essere disposti a passare tra le fiamme per qualcuno, ed essere amati ti rimane addosso, molto in profondità, inciso.
Un marchio impresso negli sguardi timidi di questo bambino, che nei prossimi giorni inizierà la sua lotta.
Non da solo.

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