La Cuba della Palestina

“Come fai a chiedermi adesso se il political tour di Betlemme di fine mese ci sarà? Qui non siamo in Europa, le cose si decidono, se si decidono, last minute, a volte anche dopo…”.

Già, quanto dice Ba’ha, storico attivista di Beit Sahour e animatore di diverse iniziative solidali, è una summa di alcune delle differenze culturali ma anche psicologiche esistenti tra il mondo dei cosiddetti “internazionali” e la realtà palestinese.

Ba’ha comunque mi invita a riparlarne e, visto che alla sera ci troviamo inaspettatamente porta a porta, vicini di casa… per caso durante il nostro free day, io ospite a casa di internazionali lui stanziale in una parte dell’appartamento, riprendiamo a parlare di Palestina e soprattutto di questo originale microcosmo che è Beit Sahour.

Si tratta di un sobborgo di Betlemme, un tempo piccolo villaggio di contadini e muratori, oggi avamposto dell’istruzione palestinese. Tra gli attuali 15.000 abitanti infatti, la maggioranza appartiene ad una sorta di classe media, che vanta anche la percentuale più alta di laureati dell’intero mondo arabo. Questa piccola… Cuba del Medio Oriente (con i dovuti distinguo) possiede altre originalità, che la rendono più appetibile di altre zone della Cisgiordania al volontariato internazionale: facilmente si trova, per la strada, nei negozi, negli uffici chi parli in inglese, scritte, nomi delle vie, indicazioni sono in due o tre lingue, quasi il 75% della popolazione è di religione cristiana, fattore che rende minori le differenze culturali e soprattutto di costumi (donne senza velo e che interagiscono anche con gli uomini, birra e alcoolici nei negozi, ecc.), molti abitanti “indigeni” sono tornati qui dopo esperienze di studio e di lavoro all’estero.

Beit Sahour entrò nell’attenzione generale soprattutto durante la prima Intifada, per la resistenza creativa messa in atto contro l’occupazione israeliana. Gli abitanti si rifiutarono di pagare le tasse coniando lo slogan, in uso ancora oggi: “Niente tasse senza rappresentanza, niente tasse senza governo”. Per ritorsione Israele impose un coprifuoco di 45 giorni, arrestò centinaia di persone, confiscando loro tutti i beni.

Oggi il quartiere ha un aspetto relativamente mite, più grande appunto di un quartiere ma troppo piccolo per essere una cittadina, quindi un buon posto dove passare e fermarsi.

La giornata viene dedicata ad approfondire alcuni contatti con piccole organizzazioni locali che praticano, in differenti ambiti, percorsi di interscambio e solidarietà, specie in ambito comunicativo. La prima tappa è l’AIC, Alternative Information Center, creato nel 1984 da attivisti israeliani e palestinesi. L’obiettivo è di fornire materiali e informazioni corrette e critiche sul conflitto, vengono pubblicati vari testi ed esiste una rivista, che a seconda degli ambienti di riferimento viene pensata e redatta in inglese, arabo, ebraico. Ci sarebbe anche una sorta di…caffè politico gestito da volontari, ma l’impressione è che si viva una fase di stanca ultimamente.

A proposito di caffè, ben più vivace, non distante nella cosiddetta città vecchia, si trova il Singer Cafè. Il nome ricorda il particolare arredamento, che presenta ad ogni angolo vecchie macchine da cucire dell’omonima marca e in generale molti prodotti di seconda mano. Vi si trova anche una piccola libreria, giochi da tavolo, spazio bimbi e una terrazza panoramica. I ragazzi del Singer si vantano, non senza ragione, di preparare il miglior caffè della città (non specificano quale città…quindi facciamo dell’intera regione). Durante la settimana vengono organizzati eventi come il Mishwart, una passeggiata artistica per Beit Sahour ( Mishwar in arabo significa camminare…), Chef for one night, dove i volontari di turno si alternano ai fornelli per preparare piatti tipici per la cena, oltre al domenicale Bethlehem political tour, dove il nostro “saggio” Ba’ha guida una camminata di sei ore per capire meglio cosa significa l’occupazione militare, avere tre campi profughi in città, diverse colonie tutto attorno, il muro della vergogna che passa quasi ovunque.

Per chiudere la carrellata dei caffè di tendenza e ad alto valore aggiunto politico rimane Al-Jisser (il ponte, in arabo), un’elegante struttura che ospita frequentemente musicisti locali che si esibiscono. Tutti gli elementi dello spazio interno, a cominciare dalla struttura sospesa (da cui il nome del locale) sono stati ideati e realizzati da artisti locali.

L’ultima tappa di questo “pellegrinaggio politico” per Beit Sahour approda allo show room di commercio equo di The Holy Land Handicrafts Cooperative Society, una realtà di artigiani legata appunto al mondo del fair trade, i quali producono oggetti in legno d’ulivo e madreperla. L’obiettivo della cooperativa è di dare lavoro agli oltre trenta artigiani soci e di mantenere in vita, attraverso l’artigianato popolare, culture e tradizioni popolari. Nessun ulivo viene abbattuto per la lavorazione, si utilizzano solo rami potati e vecchie piante improduttive. La madreperla invece deriva da una tradizione portata dai francescani nel XIV secolo, quando si utilizzava l’interno delle conchiglie del Mar Rosso (oggi, ahi,ahi, per le dure leggi del mercato, si importa la madreperla da Australia e Nuova Zelanda). La cooperativa vende nei negozi locali del turismo religioso e nel circuito del commercio equo internazionale, segnalandosi come la prima organizzazione del mondo arabo ad essersi affiliata alla rete mondiale del settore.

Beit Sahour, come detto, è un sobborgo di Betlemme, una città di 180.000 abitanti (comprendendo tutti i sobborghi citati), ormai quasi attaccata a Gerusalemme.

L’altro sobborgo più noto è Beit Jala, geograficamente dalla parte opposta rispetto a Beit Sahour, è leggermente più alta, di dimensioni e caratteristiche simili (maggioranza di cristiani e popolazione di 16.500 persone).
Ma non si pensi che tale quadro della zona urbana di Betlemme dipinga una realtà a basso tasso di conflitti, nonostante istruzione e migliori possibilità economiche rispetto alla maggioranza della Cisgiordania i palestinesi dell’area convivono con tre colonie minacciose e in continua espansione, tre check-point, tra cui il tristemente noto Gilo 300, tre campi profughi (oggetto di altri report da parte del gruppo).
Dopo la seconda Intifada del 2002 l’industria turistica è stata colpita duramente: il muro e i checkpoint imprigionano la città e i suoi sobborghi, sottraendo ai suoi abitanti dignità e diritto ad una vita decente.

Ciò nonostante, fra pochi giorni con Ba’ha and friends ci ritroveremo per percorrere insieme qualche altro passo di scambio solidale, inshallah…


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