Cinema | Il club, regia di Pablo Larrain | Una lettura a cura di Giorgio Barazza

Il club, un film di Pablo Larrain. Con Roberto Farías [I], Antonia Zegers, Alfredo Castro, Alejandro Goic, Alejandro Sieveking. Titolo originale El Club. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 98 min. – Cile 2015.


Trama (Fonte Wikipedia)

Quattro sacerdoti vivono insieme in una casa isolata in una piccola città sul mare. Ciascuno di loro è stato inviato in questo luogo per cancellare i peccati commessi in passato; c’è un pedofilo represso (non ha mai abusato fisicamente d’un bambino), un criminale che ha rapito i figli di giovani e indigenti madri per affidarli a ricche famiglie borghesi che non possono avere figli, un cappellano di guerra che tramite le confessioni di ufficiali e soldati del suo reggimento è venuto a conoscenza di decine di crimini efferati ed ha minacciato di renderli pubblici e infine un anziano prete che non si sa bene che cosa abbia combinato. Vivono sotto l’occhio vigile di una sorvegliante: una ex suora accusata (pare ingiustamente) di aver picchiato la figlia adottiva.

Osservando un regime rigoroso, nella casa le giornate passano tra la preghiera e l’allenamento del levriero da corsa che tutti amorevolmente accudiscono. Quando arriva un quinto prete, però, cominciano i guai: con lui a qualche giorno di distanza arriva pure un bambino abusato (nel frattempo cresciuto), che comincia a ricoprirlo d’insulti al di fuori della casa. Gli ospiti della casa forniscono una pistola al quinto prete con l’idea che questi lo “allontani mettendogli paura”, ma – contro ogni previsione – il prete rivolge la pistola su di sé e si ammazza. A quel punto viene spedito nel paesino sperduto un altro prete, di grado superiore ed immacolato, che ha l’ordine di fare chiarezza sulla vicenda ed eventualmente chiudere la comunità.


Frase all’inizio del film: “Dio separò la luce dalle tenebre e vide che la cosa era buona” (Genesi)

Il film pone un problema: cosa fare, quando una relazione è violata, di chi usa violenza e di chi la subisce. Quali percorsi possiamo attivare?

Ci sono altre esperienze dove sulle stesse problematiche sono stati attivati altri percorsi che hanno avuto più successo

Il film ci presenta un percorso: ossia le dinamiche tra persecutori, vittime e inquisitori prevalentemente centrate sulla questione della sessualità in cui entrano in gioco anche terze parti (polizia, popolazione locale, popolazione non locale)

Un breve promemoria a proposito del contesto cileno prima di quel periodo

  • 1970 elezione di un governo con riferimenti al socialismo, presidente Salvador Allende (come nel Venezuela di Chavez)
  • 1973 colpo di stato dei militari con regia USA (da loro ammessa anni dopo) con connivenze di polizia e chiesa
  • 17 anni di dittatura militare
  • pressione internazionale: la dittatura deve finire, Pinochet dice si a patto che lo voglia la popolazione (1988, referendum per il rinnovo del mandato), se il referendum per la fine della dittatura vince me ne vado
  • Pinochet negozia per il passaggio dei poteri a un governo civile che venga concessa una amnistia a lui, alla giunta e a tutto l’apparato che l’ho ha sostenuto, nessuna responsabilità va cercata verso di lui e i suoi collaboratori
  • Il 1° presidente cileno (Patricio Alwin,) chiede perdono ai familiari delle vittime, sollecita l’assunzione di responsabilità ai militari, mette in piedi una commissione verità e riconciliazione, le copie di questo rapporto Rettig (dal nome del presidente della commissione) vengono ritirate dopo poco tempo
  • Pinochet rimane capo delle forze armate fino al 1998

Troppe contraddizioni nella chiesa (vedi il gesuita), troppe contraddizioni nella società (vedi polizia) impediscono il successo della missione: chiusura della “roca” la casa dei “penitenti”

Risultato a proposito di relazione: incapacità dei personaggi di relazionarsi con la realtà in modo sano, fertile, in modo che possa realizzarsi l’obiettivo di raggiungere livelli di convivenza più alti.

Forse è meglio imparare a vivere nell’ambivalenza (luce e tenebre sono dentro di noi)


LA SITUAZIONE.

  • Ci sono personaggi che hanno commesso violenze (criminali): 4 uomini ex-preti e una donna ex-suora. Hanno una passione comune la corsa dei cani grazie alla quale vincono soldi che permettono di fare una vita da signori. Un nuovo arrivo, un altro prete (il suicida) che non riesce a convivere (soffre), con la sua coscienza ancora viva (Sandokan)
  • Ci sono personaggi che hanno subito violenze (vittime): alcune visibili e presenti (Sandokan), altre che emergono durante l’interrogatorio per capire cosa è successo: donne violate, bimbi “rapiti” e consegnati a famiglie facoltose, persone torturate e assassinate da militari, minori picchiati
  •  Ci sono personaggi che cercano delle soluzioni: alcuni visibili, un prete (gesuita) inviato per chiudere queste esperienze di penitenza e di pentimento e altri appena accennati: i “laici che vorrebbero processare i militari per vendicarsi”.
  •  Ci sono personaggi con connivenze profonde con chi usa violenza, la polizia e l’investigatore (gesuita) che non sono disponibili ad andare alle radici del problema: “amo la chiesa non voglio crearle problemi” (gesuita), “non indagheremo oltre” (la polizia), “è chiuso lì perché non parli” (a proposito del prete che perdonava i militari)., “per oggi basta” (circa le botte a Sandokan)

Cosa non si fa per allontanare la coscienza da sé: noi non siamo responsabili, “Dio perdona perché non devo perdonare i militari?”; non si esita a mobilitare l’opinione pubblica (dopo avere ucciso i cani) aizzandola con false informazione verso un capro espiatorio (Sandokan), la responsabilità è sulla madre che non vuole avere nipoti di colore (ex-suora).

Nessun interesse a rivedere i propri comportamenti, anzi c’è sempre una giustificazione per legittimare i comportamenti e i crimini commessi: il perdono per i militari confessati; l’aprirsi a una nuova visione della relazione sessuale non più limitata al matrimonio; fare stare meglio i bambini “affidati” a famiglie facoltose e “soddisfare” le loro madri.

Un approccio alla conversione, al pentimento centrato su regole (giornate con orari ritualizzati) e nuovi comportamenti (basta carne, alcol, levrieri) piuttosto che indirizzato a ricostruire delle relazioni

Missione fallita. La chiesa (nel film) non è in grado di affrontare il problema: le contraddizioni al suo interno sono troppo forti. Il gesuita è uno ricco, che si spaccia a favore dei poveri, ma poi non riesce a chiudere la casa anzi si accorda con ex-preti e ex-suore criminali, d’accordo con le vittime (Sandokan) che cercano di trovare un proprio tornaconto: farmaci per “mantenere un equilibrio mentale”.

Risultato: l’incapacità di un approccio a ricostruire la convivenza tra violentatore e violentato a livello interpersonale ma anche a livello di comunità (istituzioni).

UNA VISIONE del perdono e della riconciliazione dove non c’è il chiedere scusa a chi ha subito violenze (anzi) né il ricevere il perdono da parte della/e vittima/e e dalle istituzioni (comunità) per essere riammesso nella società.

LE DIMENSIONI DELLA VIOLENZA. Il film fa alcuni accenni ad altre dimensioni in cui la violenza si manifesta oltre alla violenza diretta (visibile) rappresentata dai protagonisti. La dimensione della violenza strutturale (il potere dei militari “quaderno con appunti” e dei ricchi “un problema di classi sociali”) è appena citata. La violenza culturale che legittima le precedenti non è affrontata.

QUANDO LA NONVIOLENZA ENTRA IN AZIONE. Cosa possiamo apprendere dalle esperienze sudafricane in cui Desmond Tutu (arcivescovo anglicano, presidente della commissione verità e riconciliazione) ha affrontato lo stesso problema per coltivare la convivenza dopo la fine dell’aparthaid (elezioni del 1994) tra chi ha usato e subito violenza. (vedasi “In my country” di John Boorman)

(Centro Studi Sereno Regis, www.sereno.regis.org)

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