Dal letame nascono i fiori

Quando pensiamo alla Palestina, le prime immagini sono quelle dell’occupazione, dei soprusi e delle violenze perpetrate da Israele. Eppure, sotto questa cappa pesante, nascono forme di autorganizzazione, uomini e donne che decidono di resistere e di creare nuove forme di autonomia.

La storia che vi raccontiamo oggi è ambientata in un piccolo villaggio tra Betlemme ed Hebron, Wadi Fukin. Distrutto durante la Nakba nel 1948, venne ricostruito negli anni ‘70 con i risparmi dei suoi abitanti. Ben presto,però, attorno al villaggio iniziarono a sorgere gli insediamenti israeliani che oggi stringono sui due versanti della vallata la piccola comunità. Molti Palestinesi oggi sono costretti a lavorare in quelle stesse colonie che hanno sottratto loro la terra, molti costruiscono le stesse case che piano piano stanno occupando tutta la vallata. Eppure, un gruppo di donne a partire dal 2013 ha deciso di non cedere al ricatto occupazionale e di creare una cooperativa che produce confetture, zatar, conserve e dolci tradizionali. La cooperativa riunisce oggi 13 donne che gestiscono in modo orizzontale la piccola attività produttiva. Hanno tra i 40 e i 50 anni e alcune di loro vengono da situazioni di maltrattamento familiare e difficoltà sociali. “Prima eravamo una ventina, ma poi soprattutto le più giovani hanno piano piano abbandonato il progetto”. Sono le più giovani, infatti, ad avere maggiori difficoltà: gli impegni familiari, il lavoro faticoso portano purtroppo le ragazze ad abbandonare il progetto e a chiudersi nuovamente negli obblighi domestici. “Spesso le ragazze giovani hanno più difficoltà a voler far convivere impegni famigliari con quelli lavorativi. Per questo cerchiamo di organizzare i turni e venire incontro alle varie necessità. Ma è dura. La mattina,prima di entrare a lavoro, accompagniamo i bambini a scuola, poi lavoriamo e quando torniamo a casa ci sono tutte le varie attività da sbrigare perché durante tutto il giorno gli uomini sono fuori a lavorare.” Per offrire un maggiore supporto, le donne organizzano una volta al mese un incontro con uno psicologo, uno strumento utile per affrontare insieme sia i personali trascorsi di violenza sia le difficoltà che nascono nel ridefinire un proprio ruolo nella famiglia.

Questo del supporto psicologico è uno degli strumenti offerti dal PWWSD, Palestinian Working Women Società for Development, su cui si appoggia la cooperativa. Il PWWSD nasce nel 1981, anche se formalizza il proprio status giuridico nel 2001, come organizzazione a supporto delle donne, convinti che “La liberazione delle donne è connessa direttamente con la fine dell’occupazione e il ristabilimento del pieno potere in West Bank e nella Striscia di Gaza”. Una liberazione, dunque, che si intreccia necessariamente con una lotta di carattere sociale e nazionale affinché la questione di genere non sia un capitolo da rimandare, ma un processo per cui lottare quotidianamente. Per questo il PWWSD porta avanti principalmente tre attività:

Women Empowerment, con l’organizzazione di seminari sugli stereotipi di genere e momenti formativi di sostegno alla nascita di attività autorganizzate. L’organizzazione sostiene anche l’attività sindacale, soprattutto nel settore dell’educazione, e la nascita di community centers che rappresentano un momento di scambio tra le donne.
Sostegno psicologico, soprattutto per le donne vittime di violenza attraverso gruppi di supporto e consulenze familiari. Interessante anche il progetto “Speech Therapy” rivolto ai bambini nella Striscia di Gaza che offre interventi per i piccoli che vivono particolari condizioni di trauma e disagio.
Capacità Building, con azioni di sostegno economico alle attività imprenditoriali come ristoranti, negozi di manufatti e cooperative di donne.

Questa piccola realtà,quindi, ci ricorda come la lotta per la liberazione delle donne passa sia per la resistenza all’occupazione e la rottura del legame di dipendenza con Israele, sia per una lotta dentro i confini delle proprie comunità e delle proprie famiglie perché come ci ricorda la blogger Budour Hassan “Finché saremo costrette a mettere da parte le rivendicazioni di genere continueremo ad essere uccise nell impunità, semplicemente per il fatto di essere donne”.


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