La vera prima vittima di guerra | John Pilger

Questa è una versione ridotta di un discorso, “Reporting War and Empire” (Corrispondenti di guerra e l’Impero), tenuto da John Pilger alla Columbia University, New York, congiuntamente a Seymour Hersh, Robert Fisk e Charles Glass.

In Inghilterra e negli Stati Uniti la censura che viene esercitata per mezzo del giornalismo è virulenta – e per la gente di paesi lontani può fare la differenza tra la vita e la morte.


Nel corso degli anni ’70 filmavo di nascosto in Cecoslovacchia, che a quel tempo era una dittatura stalinista. Il romanziere dissidente Zdenek Urbánek mi disse, “Per un aspetto noi siamo più fortunati di voialtri in occidente. Noi non crediamo a niente di quello che leggiamo sui giornali e che vediamo in televisione, a niente della verità ufficiale. Diversamente da voi, abbiamo imparato a leggere tra le righe, la verità reale è sempre sovversiva.”

Questo profondo scetticismo, questa capacità di leggere tra le righe, è indispensabile nelle odierne società, che sono libere solo in apparenza. Prendete i servizi giornalistici su una guerra appoggiata dal governo. Il vecchio cliché è che la verità è la prima vittima di guerra. Non mi trova d’accordo. La prima vittima è il giornalismo. Non solo quello: negli Stati Uniti, in Inghilterra e nelle altre democrazie è diventato un’arma di guerra, una virulenta censura che avanza misconosciuta; censura per omissione, il cui potere è tale da fare la differenza tra la vita e la morte in paesi lontani, come l’Iraq.

Dato che sono giornalista da oltre 40 anni, ho provato a capire come funziona tutto questo. Nel periodo che seguì la guerra statunitense in Vietnam, dove ero inviato speciale, la linea politica a Washington era di rivincita, parola adoperata di frequente in privato, mai in pubblico. Su Vietnam e Cambogia fu imposto un embargo da medioevo; il governo Thatcher tagliò le forniture di latte ai bambini vietnamiti. Si raccontò poco di questo attacco mosso proprio alla struttura vitale di due tra le più afflitte società al mondo; la conseguenza fu una sofferenza di massa.

A quel tempo feci una serie di documentari sulla Cambogia. Il primo nel 1979, Anno Zero: la morte silenziosa della Cambogia, illustrava i bombardamenti americani che avevano accelerato l’ascesa di Pol Pot e mostrava i tragici effetti dell’embargo sulle persone. Anno Zero fu proiettato in circa 60 paesi ma non negli Stati Uniti. Quando poi mi recai negli Stati Uniti e lo proposi all’emittente pubblica nazionale, la PBS, ottenni una curiosa reazione. I dirigenti della PBS rimasero impressionati dal film e ne parlarono in toni ammirati, ma tutti quanti scossero la testa. Uno di loro disse: “John, ci ha messi a disagio con il tuo film, sostenendo che gli Stati Uniti abbiano avuto un ruolo così distruttivo, e così abbiamo deciso di convocare un arbitro di giornalismo”.

Il termine “arbitro di giornalismo” era stato tirato fuori da Orwell. La PBS incaricò un certo Richard Dudman, un inviato speciale del St Louis Post-Dispatch, uno dei pochi occidentali a essere stato invitato da Pol Pot a visitare la Cambogia. I suoi articoli non rivelavano affatto la brutalità che opprimeva quel paese; egli addirittura usò parole di elogio per i suoi ospiti. Non fu una sorpresa che per il mio film ci fosse il pollice verso. Uno dei dirigenti della PBS mi confidò: “Sono giorni difficili sotto Ronald Reagan. Il tuo film ci avrebbe fatto avere dei problemi”.

La mancanza di verità su quanto era realmente accaduto in Asia sud-orientale – il mito, sostenuto dai media, di un “grande sbaglio” e l’occultamento delle reali proporzioni del numero di vittime civili e degli abituali eccidi di massa, persino della parola “invasione” – permise a Reagan di promuovere una seconda “nobile causa” in America centrale. L’obbiettivo fu un’altra nazione depauperata e senza risorse: il Nicaragua, la cui “minaccia”, come nel caso del Vietnam, consisteva nel tentativo di realizzare un modello di sviluppo diverso da quello delle dittature coloniali appoggiate da Washington. Il Nicaragua fu schiacciato, in non piccola misura grazie a eminenti giornalisti americani, sia conservatori che liberali, che non parlarono dei successi dei Sandinisti e incoraggiarono un pretestuoso dibattito riguardo a una “minaccia”.

La tragedia in Iraq è differente ma, rispetto ai giornalisti, ci sono delle analogie che non si possono ignorare. Il 24 Agosto dello scorso anno, un editoriale del New York Times asserì: “Se tutti noi avessimo saputo allora quello che sappiamo adesso, l’invasione [dell’Iraq] sarebbe stata fermata con una protesta popolare.” Questa sorprendente ammissione voleva dire, in realtà, che l’invasione non sarebbe mai avvenuta se i giornalisti non avessero ingannato il pubblico con l’accettare, l’amplificare e il reiterare le menzogne di Bush e Blair, invece di contestarli e denunciarli.

Oggi noi sappiamo che la BBC e altri mezzi di comunicazione britannici sono stati usati dal MI6, i servizi segreti di spionaggio. In quella che fu chiamata “Operation Mass Appeal”, gli agenti del MI6 divulgarono delle storie sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein – come ad esempio quella sulle armi nascoste nei suoi palazzi e in bunker sotterranei segreti. Tutte storie false. Ma non è questo il punto. Il punto è che le perfide azioni del MI6 erano del tutto inutili. Recentemente alla direttrice dei notiziari della BBC, Helen Boaden, fu domandato di spiegare come uno qualsiasi dei suoi inviati in Iraq assegnati a un’unità militare, dopo avere accettato le smentite degli USA di avere fatto uso di armi chimiche contro i civili, potrebbe verosimilmente descrivere lo scopo dell’invasione Anglo-Americana quanto a “portare democrazia e diritti umani” in Iraq. Ella rispose, citando Blair, che proprio quello era lo scopo, come se le dichiarazioni di Blair e la verità fossero in qualche modo correlate. Nel terzo anniversario dell’invasione, un presentatore della BBC definì come un “errore di valutazione” questo atto illegale, ingiustificato, basato su menzogne. Così, per usare una memorabile frase di Edward Herman, l’impensabile è stato regolarizzato.

Questo asservimento al potere dello stato, che pure è la prassi, viene negato con veemenza. Quasi tutti i mezzi di comunicazione britannici hanno taciuto i dati reali sulle perdite tra i civili iracheni, ignorando consapevolmente o provando a screditare delle inchieste scrupolose. “Facendo delle stime prudenti”, scrissero i ricercatori dell’autorevole Scuola di Sanità Pubblica Johns Hopkins Bloomberg, che stavano lavorando con accademici iracheni, “riteniamo che dall’invasione dell’Iraq nel 2003 ci siano stati circa 100.000 morti superflui, o più,… che furono principalmente il risultato di azioni militari delle forze di coalizione. La maggioranza degli uccisi dalle forze di coalizione erano donne e bambini…” Quanto descritto si riferisce al 29 Ottobre 2004. Oggi quel numero è raddoppiato.

Il linguaggio è forse il campo di battaglia più importante. Nobili parole quali “democrazia”, “liberazione”, “libertà” e “riforma” sono state svuotate del loro vero significato e riempite di nuovo dagli avversari di quei concetti. I falsi prevalgono sulle notizie, insieme a etichette politiche disoneste, del tipo “sinistra di centro”, una delle preferite affibbiate a signori della guerra quali Blair e Bill Clinton; equivale al contrario. “Guerra al terrore” è una metafora fasulla, un insulto alla nostra intelligenza. Noi non siamo in guerra. Piuttosto, le nostre truppe stanno combattendo in paesi dove le nostre invasioni sono state causa di caos e dolore, l’evidenza e le immagini dei quali vengono occultate. Quanti sanno che, per vendicare 3.000 vite innocenti prese l’11 Settembre 2001, fino a 20.000 persone innocenti morirono in Afghanistan?

Nel rivendicare l’onore del nostro mestiere, per non parlare della verità, noi giornalisti necessitiamo almeno di comprendere il compito storico che ci è stato assegnato – ossia di riferire a “noi” sul resto dell’umanità in termini di utilità, o altrimenti, e di addomesticare il pubblico riguardo ai rapaci attacchi a paesi che non costituiscono per noi alcuna minaccia. Lo addomestichiamo disumanizzandoli, scrivendo di un “cambio di regime” in Iran come se quel paese fosse un’astrazione, non una società di esseri umani. Al momento su entrambe le sponde dell’Atlantico si sta facendo questo lavoro di addomesticamento con il Venezuela di Hugo Chávez. Alcune settimane fa Channel 4 News mandò in onda un servizio importante, che avrebbe potuto essere trasmesso dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Il telecronista, Jonathan Rugman, corrispondente da Washington per il programma, presentò Chávez come se fosse un personaggio dei cartoni animati, un sinistro buffone i cui modi latini un po’ rustici mascheravano un uomo “a rischio di entrare a far parte di una galleria di canaglie, dittatori e despoti – l’ultimo incubo latino di Washington”. All’opposto, si presentò Condoleeza Rice in modi solenni e si permise a Donald Rumsfeld di paragonare Chavez a Hitler.

In effetti, in questa parodia di giornalismo quasi tutto fu visionato da Washington e soltanto dei frammenti dai barrio del Venezuela, dove Chávez gode una popolarità dell’80%. Fu omesso che vinse nove elezioni e referendum democratici – un primato mondiale -. In uno stile da grossolano film sovietico, fu mostrato in compagnia di personaggi come Saddam Hussein e Muammar Gaddafi, benché questi brevi incontri avessero a che fare puramente con l’Opec e il petrolio. Secondo Rugman, il Venezuela sotto Chávez aiuta l’Iran nello sviluppo di armi nucleari. Non fu data prova alcuna di questa assurdità. I telespettatori non possono avere idea che il Venezuela è stato il solo paese produttore di petrolio al mondo a usare le entrate dal petrolio a beneficio della povera gente. Non possono avere idea dello spettacolare sviluppo nella sanità, istruzione, alfabetizzazione; nessuna idea del fatto che il Venezuela non ha carceri con detenuti politici – diversamente dagli Stati Uniti.

Quindi se l’amministrazione Bush fa una mozione per mettere in campo “Operazione Bilbao”, un piano d’emergenza per rovesciare il governo democratico del Venezuela, chi ci fa caso, poiché chi conosce? Perché avremo soltanto la versione dei media; un altro demone avrà quello che si merita. I poveri del Venezuela, come i poveri del Nicaragua, e i poveri del Vietnam e di innumerevoli altri luoghi lontani, i cui sogni e le cui vite non interessano, saranno invisibili nel loro dolore: un trionfo della censura grazie al giornalismo.

Si dice che internet offra un’alternativa, che sulla rete globale sia fantastico che spiriti ribelli sovente riportino notizie come molti giornalisti dovrebbero fare. Sono dei liberi battitori nella tradizione di giornalisti d’inchiesta come Claud Cockburn, il quale affermò: “Non credere mai a nulla fino a che sia stato ufficialmente smentito.” Ma internet è ancora una sorta di comunicazione clandestina, sotterranea, e la maggior parte dell’umanità non è connessa, proprio come la maggior parte dell’umanità non possiede un telefono cellulare. Il diritto di sapere dovrebbe essere universale. Quell’altro grande giornalista d’inchiesta, Tom Paine, preannunciò che qualora alla maggioranza delle persone fosse negata la verità e i concetti di verità, sarebbe giunto il tempo di prendere d’assalto quella che chiamò la “Bastiglia delle parole”. Il tempo è ora.


September 29, 2017 “Information Clearing House
Titolo originale: The Real First Casualty of War
Traduzione di Franco Lovisolo per il Centro Studi Sereno Regis

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