Analisi per analogia: il Myanmar non è la Siria | Tony Cartalucci

Molti analisti e commentatori geopolitici hanno notato numerose e importanti somiglianze fra la crisi siriana e quella che si sta svolgendo ora in Myanmar, stato del Sud Est asiatico. Tuttavia, le differenze fra queste due crisi sono altrettanto importanti delle somiglianze.

Le somiglianze

È stata data particolare attenzione a prove emergenti che l’Arabia Saudita, alleata degli USA, stia fungendo da intermediario per rifornire i militanti nello stato di Rakhine, nel Myanmar occidentale. I militanti, tuttavia, sono un gruppo armato, finanziato e diretto dall’estero. Essi sono una minoranza numericamente trascurabile della popolazione Rohingya che pretendono di rappresentare; in realtà essi non rappresentano il popolo Rohingya più di quanto i militanti di Al Qaeda e del cosiddetto “Stato Islamico” rappresentino le popolazioni musulmane sunnite di Siria o Iraq.

Se è cruciale evidenziare i finanziamenti esteri di questi militanti, che tentano di cooptare la minoranza Rohingya in Myanmar, è altrettanto importante capire precisamente il loro ruolo nei più ampi piani dell’Arabia Saudita e, in ultima analisi, dei suoi sponsor americani.

Un’altra somiglianza evidenziata dagli analisti è l’uso di organizzazioni di facciata, finanziate da americani ed europei, che si presentano come organizzazioni non governative (ONG). Esse comprendono grandi associazioni, come Amnesty International e Human Rights Watch, così come organizzazioni attive sul campo in Myanmar, finanziate dallo US National Endowment for Democracy (NED), le sue varie filiali, compresi lo International Republican Institute (IRI), il National Democratic Institute (NDI), Freedom House, USAID, e la Open Society.

Queste organizzazioni stanno intenzionalmente cercando di controllare la narrativa, di acuire le tensioni invece di smorzarle e di creare un pretesto per un più ampio e più diretto intervento delle nazioni occidentali nella crisi in via di espansione del Myanmar.

Gli analisti e i commentatori, tuttavia, non possono fermarsi qui. Devono impegnarsi con uguale diligenza nello svelare ciò che sta dietro il governo del Myanmar – chi è stato ad aiutarli a prendere il potere dopo le relativamente recenti elezioni del 2016, chi ha costruito le loro reti politiche nel Paese nel corso di alcuni decenni, e che ruolo giocano le loro azioni nei progetti occidentali per il futuro a breve e medio termine della nazione.

Le differenze

Il governo siriano è la creazione e la perpetuazione di interessi particolari localizzati – sostenuto dall’ex Unione Sovietica in passato e oggi da varie alleati, che vanno dalla Russia, all’Iran e, in misura minore, alla Cina.

Gli Stati Uniti e i loro alleati arabi – in particolar modo l’Arabia Saudita – hanno organizzato i gruppi di militanti intorno e all’interno dei confini siriani, a partire dal 2011, con lo scopo esplicito di rovesciare il governo siriano e di dividere ciò che sarebbe rimasto della nazione fra regimi fantoccio, controllati da Washington, Londra e Bruxelles.

In Myanmar, mentre gli USA e i loro alleati sauditi stanno apparentemente rifornendo i militanti fra la popolazione Rohingya, furono gli stessi USA che costruirono per decenni le reti politiche del regime attualmente al governo, con la creazione dal nulla di Aung San Suu Kyi da parte dei media occidentali, con immensi finanziamenti e sostegno politico e una facciata attentamente costruita per nascondere al pubblico per decenni la vera natura, nazionalista e perfino genocida, della base di sostegno, che si suppone “buddista nazionalista“, di Suu Kyi.

Un lungo rapporto del 2006 di Burma Campaign UK, intitolato “Failing the People of Burma?” (PDF) (“Tradire il popolo birmano?”), rivela come praticamente ogni aspetto dell’attuale governo del Myanmar sia una creatura dell’appoggio politico e finanziario occidentale. (Nota: gli USA e lo UK spesso fanno riferimento al Myanmar con il nome coloniale britannico, “Burma” o Birmania).

Foto: Sono stati fatti grandi sforzi per rappresentare il capo di stato del Myanmar, Aung San Suu Kyi, come contrastata da “monaci” nazionalisti ultra-violenti; molti, nei media alternativi, hanno concluso a torto che gli USA cercano di fare pressione e persino di rovesciare Suu Kyi. In realtà, sia Suu Kyi sia i suoi violenti sostenitori sono creature e una perpetuazione del sostegno finanziario e politico americano.

Il rapporto descrive ciò in dettaglio, affermando:

La restaurazione della democrazia in Birmania è un obiettivo prioritario della politica americana nel Sud Est asiatico. Per raggiungere questo obiettivo, gli Stati Uniti hanno costantemente sostenuto gli attivisti democratici e i loro sforzi, sia all’interno sia all’esterno della Birmania … Indirizzare queste necessità richiede flessibilità e creatività. Nonostante le difficoltà insorte, le ambasciate statunitensi di Rangoon e Bangkok e il consolato generale di Chiang Mai sono pienamente impegnati negli sforzi in favore della democrazia. Gli Stati Uniti sostengono anche organizzazioni, come il National Endowment for Democracy, l’Open Society Institute (n.b. nessun sostegno fornito dal 2004) e Internews, che sono impegnate dentro e fuori la Regione in un ampio spettro di attività per la promozione della democrazia. Radio con sede negli USA forniscono notizie e informazioni al popolo birmano, che non ha una stampa libera. I programmi USA finanziano anche borse di studio per i birmani che rappresentano il futuro del paese. Gli Stati Uniti sono impegnati a lavorare per una Birmania democratica e continueranno a usare vari mezzi per assistere gli attivisti democratici.

Il rapporto di 36 pagine elenca dettagliatamente i programmi USA ed europei – che vanno dalla creazione e finanziamento dei media all’organizzazione di partiti politici e alla definizione di strategie per le campagne elettorali, fino a borse di studio all’estero per indottrinare un’intera classe di politici “per procura”, da usare in futuro per trasformare la nazione in uno stato “cliente”. Praticamente ogni aspetto della vita in Myanmar è stato indirizzato e rovesciato da reti sostenute dall’ occidente nel corso di alcuni decenni e con somme imprecisate di finanziamenti stranieri.

Prove simili rivelano che molti dei cosiddetti gruppi nazionalisti “buddisti” hanno anche strette relazioni con gli interessi americani ed europei e che hanno avuto un ruolo cardine nel portare Suu Kyi al potere.

Inoltre, molti nell’attuale governo di Suu Kyi hanno ricevuto una formazione finanziata dagli USA. La narrativa riguardo l’attuale crisi dei Rohingya è confezionata dal “Ministro dell’Informazione” di Suu Kyi, Pe Myint.

Nel 2016, un articolo del Myanmar Times, intitolatoWho’s who: Myanmar’s new cabinet” (“Chi è chi: il nuovo governo del Myanmar”), rivelò che Pe Myint aveva partecipato a della formazione finanziata dal Dipartimento di Stato USA. L’articolo riportava (grassetto aggiunto):

Dapprima medico, laureato allo Institute of Medicine, U Pe Myint cambiò carriera dopo 11 anni, e fu formato come giornalista alla Indochina Media Memorial Foundation a Bangkok. Egli intraprese poi la carriera di scrittore, producendo dozzine di romanzi. Partecipò allo Writing Program alla University of Iowa nel 1998, e fu anche caporedattore del The People’s Age Journal. Nacque nello stato di Rakhine nel 1949.

Un dispaccio diplomatico americano pubblicato da Wikileaks rivelò che la Indochina Media Memorial Foundation era interamente finanziata dal Dipartimento di stato USA tramite vari e noti intermediari. Il dispaccio, intitolato An Overview of Northern Thailand-Based Burmese Media Orgranizations (Panoramica dei media birmani con sede nella Tailandia settentrionale), afferma esplicitamente (grassetto aggiunto):

Altre organizzazioni, alcune con un ambito più esteso della Birmania, forniscono opportunità aggiuntive di formazione per i giornalisti birmani. Per esempio, la Indochina Media Memorial Foundation, con sede a Chiang Mai, l’anno scorso ha portato a termine dei corsi di formazione per reporter del Sud Est asiatico, inclusi partecipanti birmani. I principali finanziatori dei programmi di formazione dei giornalisti nella regione comprendono il NED, lo Open Society Institute (OSI), e diversi governi e organizzazioni benefiche europee.

Molti di coloro che, nelle “ONG” con sede in Myanmar e finanziate dagli USA, si oppongono apparentemente al governo di Suu Kyi sono, invece, ex allievi degli stessi programmi finanziati dagli USA come molti membri dell’attuale governo.

La differenza principale fra il Myanmar e la Siria è essenzialmente che, mentre in Siria gli USA riforniscono dei militanti per rovesciare un governo al di fuori della loro portata e influenza, in Myanmar gli USA stanno manipolando l’intera nazione tramite due strumenti che controllano completamente – da un lato, militanti che stanno facendo crescere, dall’altro una classe politica che essi hanno creato dal nulla.

Andare oltre l’analisi per analogia

Aiutare i lettori a comprendere i vari aspetti dell’attuale crisi in Myanmar paragonandoli a quelli del conflitto in corso in Siria può essere istruttivo. Tuttavia, è fondamentalmente scorretto trarre conclusioni definitive sulle implicazioni del conflitto in Myanmar semplicemente assumendo che sia una ripetizione degli sforzi occidentali in Siria.

Mentre gli USA cercano di dividere e distruggere la Siria, i loro sforzi in Myanmar sono concentrati nello stato occidentale di Rakhine, con scarse possibilità di espandersi a causa della demografia del Myanmar.

Qui è precisamente dove la Cina ha fatto grandi investimenti con il suo progetto One Belt, One Road (OBOR), con un porto marittimo a Sittwe, nel Rakhine centrale, e progetti di strade, ferrovie e oleodotti, destinati ad espandersi verso il confine cinese e oltre, fino a Kunming.

In tutto il mondo, compreso il Myanmar, varie forme di resistenza (ONG locali sussidiate con il denaro del Dipartimento di Stato USA o violenze appoggiate segretamente dagli USA e dai loro intermediari), hanno tentato sistematicamente di ostacolare i progetti infrastrutturali cinesi. Reti di ONG finanziate dagli USA si oppongono in Myanmar alle dighe costruite dai cinesi, gruppi di militanti, accusati di aver ricevuto sostegno dagli USA, hanno attaccato i progetti cinesi in tutta la nazione; l’attuale conflitto in Rakhine, alimentato dagli USA da entrambe le parti, minaccia non solo di far deragliare i progetti cinesi in loco, ma potrebbe persino servire come pretesto per dispiegare forze occidentali in Myanmar – una nazione che confina direttamente con la Cina.

Piazzare forze americane – a qualsiasi condizione – lungo i confini cinesi è stato per decenni un dichiarato obiettivo di lungo termine della politica americana. Dai documenti del Pentagono dell’epoca della guerra in Vietnam fino al rapporto del “Progetto per un nuovo secolo americano” nel 2000 intitolato “Rebuilding America’s Defenses” (Ricostruire le difese americane), fino alla politica “Pivot to Asia” (“Perno sull’Asia”) dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, un unico tema ha prevalso: circondare e contenere la Cina o con stati clienti, obbedienti a Washington, o con il caos alla periferia della Cina.

È chiaro che i progetti americani in Siria e Myanmar impiegano reti e tattiche simili e che entrambi i conflitti si inseriscono in una strategia più ampia, globale. Ci sono indubbiamente temi familiari che emergono da entrambi i conflitti. Tuttavia, le differenze fra i conflitti di Siria e Myanmar sono altrettanto importanti.

Gli analisti e i commentatori devono tener conto dei decenni di finanziamenti americani ed europei che hanno portato al potere l’attuale governo del Myanmar. Essi devono tener conto della natura chirurgica della destabilizzazione, limitata allo stato di Rakhine in Myanmar, rispetto alla destabilizzazione totale alimentata in Siria. Devono anche individuare i motivi alla base dei progetti USA in Myanmar.

Presupporre semplicemente che i gruppi di militanti sostenuti dagli USA e dai sauditi esistano per rovesciare un governo piuttosto che per oliare i meccanismi per un altro obiettivo, più indiretto – che forse mira persino a mantenere l’attuale governo del Myanmar anziché rovesciarlo, scaricando la colpa sui militari, ancora potenti e indipendenti – aiuterà l’ingiustizia invece di impedirla. Le analogie derivate da due conflitti diversi sono utili solo per semplificare le spiegazioni e le conclusioni a cui è già giunta l’analisi dopo ricerche approfondite.


Tony Cartalucci, ricercatore geopolitico con sede a Bangkok e scrittore, soprattutto per la rivista online “New Eastern Outlook”.


27 settembre 2017 (Tony Cartalucci – NEO)
Titolo originale: Analysis by Analogy: Myanmar is not Syria
Traduzione di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis

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