Quattro inediti di don Milani | Marco Labbate

Tra aprile e maggio del 2017 è uscita per i Meridiani, sotto la direzione di Alberto Melloni, la collettanea di tutti gli scritti di don Milani, con un apparato critico di straordinaria completezza. Negli studi sul priore l’opera già rappresenta una sorta di imprescindibile pietra miliare. Basta rivolgersi allo scrupolo filologico con cui vengono confrontate le stesure di Lettera ad una professoressa. O ancora alla disponibilità di tutto il corposo epistolario di don Milani che permette di ripercorrere, quasi quotidianamente, le vicende salienti della vita del priore: si pensi ad esempio alla possibilità di ricostruire in modo capillare il contributo di amici e intellettuali che confluì nella stesura della memoria difensiva al processo a cui andò incontro dopo la pubblicazione della Lettera ai cappellani militari nel 1965.

L’entusiasmo con cui ho sfogliato i due tomi, avendo la sensazione di trovarmi di fronte ad un’opera di cui si sentiva la mancanza, mi sembra la premessa doverosa a qualsiasi aggiunta. Pubblico dunque questi inediti appellandomi all’auspicio, espresso dallo stesso Melloni nell’introduzione, che sempre «in grembo agli studiosi» possa cadere «qualche altra foglia di quella scrittura così peculiare» come è quella di don Milani.

Le quattro lettere che qui pubblichiamo rappresentano l’ultimo minuscolo tassello della lunga storia dell’epistolario edito di don Milani1. Una prima selezione di 127 lettere, indirizzata a destinatari eterogenei, venne curata nel 1970 da Michele Gesualdi, allievo di don Milani, tre anni dopo la morte del priore: pur se con toni diversi rispetto ai grandi scritti milaniani, contribuirono alla definizione dell’immagine pubblica di don Milani. Altri tre anni ci sarebbero voluti per aprire uno squarcio sul don Milani intimo, nella seconda fondamentale raccolta di lettere del priore, quelle famigliari che la madre, Alice Weiss, curò per Mondadori, pubblicate con il titolo Lettere alla mamma. Sono questi i due nuclei più celebri e decisivi nella definizione dell’epistolario di don Milani. Entrambe le edizioni presentavano tuttavia alcuni tagli e modifiche rispetto agli originali, dovuti alla contiguità temporale con fatti e persone citate. Nel tempo si sarebbero sommati monografie e articoli, fino al volume di Michele Gesualdi, contenente i carteggi con altri sacerdoti, pubblicato nel 20132. Un primo tentativo di dare ordine a questo materiale disperso fu tentato da Gianfranco Ricconi che riunì in volume le lettere a lui accessibili, ma senza cogliere i tagli e le omissioni delle lettere raccolte. Il già citato secondo volume dei Meridiani pubblicato quest’anno, curato da Anna Carfora e Sergio Tanzarella, non solo raggiunge l’obiettivo di avere una raccolta completa, che ripropone le lettere nella loro scrittura originale con un imponente apparato di note, ma aggiunge al già edito una consistente porzione di inediti, ricavata dagli archivi dei destinatari (in particolare le lettere scritte a Capitini o a Giorgio Peyrot). «Le lettere», hanno scritto i curatori, «rivelano il genio epistolare di don Milani: dimostrano subito di essere non un’appendice alla sua opera, una documentazione di servizio utile a chiarire aspetti o aggiungere dettagli informativi ai suoi scritti maggiori, ma un’opera con un suo autonomo valore».

I quattro inediti qui di seguito pubblicati si sommano alle oltre mille lettere già note. Sono stati da me rinvenuti presso l’Archivio del Movimento Nonviolento, nella busta dedicata alla corrispondenza del 1965. Si collocano tra l’uscita della Lettera ai cappellani militari e la pubblicazione della cosiddetta Lettera ai giudici. Tre sono rivolte a Pietro Pinna (e sono le uniche di cui ad oggi disponiamo inviate al celebre obiettore di coscienza, poi collaboratore di Aldo Capitini). Il passaggio dal «lei» al «tu» testimonia la progressiva familiarità che venne a instaurarsi tra il priore e Pinna, salito in quell’anno a Barbiana per incontrare i ragazzi. La quarta lettera invece si inserisce in un affettuoso rapporto tra don Milani e Capitini, cominciato nel gennaio del 1960 da una lettera di quest’ultimo, ad oggi non ancora reperibile.

Il primo testo, inviato a Pinna nel marzo del 1965, testimonia il sostanziale successo e la risonanza che ebbe la lettera ai cappellani. Il secondo e il terzo sono ulteriori attestazioni dell’accuratezza con cui don Milani volle stendere la propria memoria difensiva depositata al tribunale di Roma e della rete di amici ed esperti da lui coinvolti. L’ultimo scritto, infine, testimonia la scaltrezza con cui don Milani si mosse affinché la diffusione della sua memoria difensiva coniugasse risonanza e accortezza, per evitare le strumentalizzazioni in cui era incorsa la lettera ai cappellani.


Barbiana 15 marzo 1965

Caro Pinna.

Mi par proprio di non aver risposto alla tua lettera. Me ne arriva in questi giorni una quantità enorme e tutte di solidarietà salvo rarissimi casi.

Mi dispiace che non feci in tempo a mandarle le copie per portarle a Ferrara, la mia richiesta mi arrivò troppo tardi. Ora gliene ho mandate 300 e se ne vuole altre me lo dica che non mi costano nulla.

Spero di rivederla presto qui fra i ragazzi.

Saluti affettuosi suo

Lorenzo Milani


Barbiana 20 settembre 19653

Caro Capitini,

per la lettera che sto scrivendo al Tribunale mi occorre il numero dei giovani che sono attualmente in prigione per obiezione e possibilmente la notizia se sono tutti religiosi e di che Chiesa. Mi piacerebbe anche sapere se in qualcuna delle loro sentenze di condanna appare la parola viltà o se questa parola sia stata come credo un puro arbitrio dei cappellani militari. Saluti affettuosi e grazie

suo Lorenzo


Barbiana 24 settembre 1965

Caro Pinna4,

grazie della pronta risposta. Ho subito scritto anche a Peyrot5. Se un giorno capiti da queste parti ti farò leggere in anteprima la mia lettera al tribunale. E’ ormai pronta. Purtroppo è troppo lunga per essere pubblicata nei quotidiani mentre questa è la cosa cui tenevo.

Comunque ho ancora un mese per perfezionarla e spero proprio che venga una cosa importante. Nella lettera incriminata ho scritto che Gandhi «più maturo condannò duramente questo suo errore giovanile» cioè d’aver organizzato i corpi di portaferiti in Sudafrica. L’avevo scritto perché sono sicuro che l’abbiamo letto da qualche parte. Qui a scuola di Gandhi abbiamo letto solo l’autobiografia e la vita di Nanda. Ora non riesco a ritrovare quel punto. L’hai presente? Domanda a Capitini se ne sa qualcosa. Mi occorre ripetere una cosa simile anche nella lettera che sto scrivendo e mi seccherebbe che non fosse documentabile.

Un saluto affettuoso anche al professore e a presto tuo

Lorenzo


Barbiana 5 novembre 19656

Caro Pietro sto parlando con diversa gente in diverse città perché ognuno curi un’edizione completa delle tre lettere (commento, cappellani, giudici) e tenti di diffonderla.

Può darsi che in settimana riesca a averne qualche migliaio di copie per uso nostro ristampate da un mio ragazzo. Ma la cosa mi mette in difficoltà col Vescovo7. Se invece la iniziativa è di qualcun altro per me è meglio. Intanto ti ho spedito un pacco da 20 copie ciclostilate.

Rispondo anche a Magalotti

Un abbraccio tuo.

Lorenzo.

Lunedì avrò anche una bella traduzione in inglese. Se ti interessa dillo


1 Per una ricostruzione più precisa si veda L. Milani, Tutte le opere, tomo II, Milano, Mondadori, 2017, pp. 1367-1376.

2 M. Gesualdi, Perché mi hai chiamato?, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2013.

3 La lettera è preceduta dalla scritta URGENTE. Merita di essere affiancata dalla lettera inviata a Capitini il giorno precedente, nella quale don Milani lo rimprovera affettuosamente per aver dato credito a certe voci che gli avevano riferito un giudizio inesatto del priore su di lui (L. Milani, Tutte le opere, pp. 1154-1155).

4 Anche questa lettera andrebbe letta assieme a quella destinata a Giorgio Peyrot del 24 settembre. Entrambe evidenziano il percorso attraverso il quale don Milani andò in cerca di un fondamento giuridico ed esperienziale ad alcune intuizioni (Ivi, p. 1158).

5 Giorgio Peyrot era giurista e docente di diritto ecclesiastico alla Facoltà valdese di Teologia, all’Università di Perugia e libero docente all’università di Roma. Fu molto attivo nella difesa dei diritti delle minoranze religiose e tra le figure più rilevanti nella battaglia per l’obiezione di coscienza negli anni Sessanta.

6 Si vedano anche le lettere del 5 novembre 1965 a Mario Cartoni e all’obiettore cattolico Giuseppe Gozzini (Ivi, pp. 1189-1192).

7 Ermenegildo Florit, vescovo di Firenze, in seguito alla lettera ai cappellani militari aveva posto a don Milani il divieto di scrivere, pena la sospensione a divinis, ed era intervenuto direttamente nella querelle sull’obiezione di coscienza condannando implicitamente le tesi del priore.

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