8 agosto 1942 – Ha inizio il Movimento nonviolento “Quit India” | Elena Camino

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A metà del 1942 le truppe giapponesi stavano avvicinandosi ai confini dell’India. Cina, Stati Uniti e Inghilterra erano decise a chiarire il futuro assetto dell’India prima della fine della guerra. Gandhi da tempo aveva sollecitato l’ All India Congress Committee a chiedere che gli Inglesi si ritirassero spontaneamente dall’India. Il Comitato, riunito ad Allahabad dal 29 aprile al 1° maggio 1942, approvò i punti principali proposti da Gandhi, in particolare la richiesta di non ricorrere alla violenza nelle manifestazioni. Il 14 luglio, a Wardha, fu messa a punto la Risoluzione ‘Quit India’ che autorizzava Gandhi ad avviare un movimento nonviolento di massa, che fu approvata e ratificata il 7 e 8 agosto a Bombay dall’All India Congress Committee. Con un discorso tenuto in una piazza di Bombay l’8 agosto 1942, Gandhi diede ufficialmente inizio al Movimento ‘Quit India’. Il giorno dopo, il 9 agosto, Gandhi, i membri del Congress Working Committee ed altri leaders furono arrestati con l’accusa di far parte di associazioni fuorilegge (secondo il Criminal Law Amendment Act del 1908), e furono vietate le riunioni pubbliche. L’ arresto di Gandhi e dei leaders del Congresso portò a dimostrazioni di massa in tutto il Paese, e a scioperi in molti luoghi: migliaia di persone furono uccise o ferite, e più di 100.000 furono incarcerate. Nel 1944, quando la maggior parte delle dimostrazioni di piazza erano ormai state messe a tacere, Gandhi, uscito di prigione, continuò la sua resistenza, intraprendendo anche un digiuno di 21 giorni. Il Movimento ‘Quit India’ riuscì a unire il popolo Indiano contro il dominio inglese, e alla fine della Seconda Guerra Mondiale la richiesta di indipendenza non poté più essere ignorata.

8 agosto 2017 – Ancora resistenze nonviolente!

Siamo di nuovo a Bombay, che ora si chiama Mumbay. Sul giornale ‘Times of India’ del 4 agosto 2017 si legge che 12 persone, tra cui la nota attivista Medha Patkar (che ha ormai 62 anni), e membri del Narmada Bachao Andolan (un movimento sociale che da decenni si batte contro la costruzione di grandi dighe sul fiume Narmada in India) stanno digiunando da otto giorni a Nimar, nel Madhya Pradesh, e chiedono che vengano assegnate terre e indennizzi alle 40 mila persone le cui case e terreni saranno sommersi dalle acque del fiume Narmada, quando il livello dell’acqua arriverà fino all’altezza di 138 metri nell’invaso della diga di Sardar Sarovar. Le paratie della diga sono state chiuse già il 17 giugno, e l’acqua sta allagando tutta l’area circostante, sommergendo la pianura. Questo è un territorio con una vegetazione lussureggiante, terreno piano e suolo scuro, ricco di sostanze nutritizie. Piange il cuore a pensare che ben presto finirà tutto sott’acqua. E per le persone che abitavano qui sono stati predisposti solo dei piccoli ripari, su superfici ridottissime. Ma tra le persone costrette ad andare via ci sono famiglie che avevano anche 40 mucche, dove le porteranno a pascolare? Il governo ha assegnato solo dei piccoli appezzamenti su cui vivere (30 metri x 20), e talvolta ha assegnato persino lo stesso pezzo di terra a due famiglie diverse! A febbraio di quest’anno la Corte Suprema aveva stabilito che gli sfollati dovessero essere ‘ricollocati’ prima del 31 luglio, in modo da evitare che fossero messi in difficoltà quando il livello dell’acqua saliva. Nei mesi successivi l’attivista Prashant Bhushan e lo scienziato del suolo Sanjay Parikh hanno segnalato alla Corte che il trasferimento della popolazione non era affatto completato: di conseguenza la Corte ha ritirato la direttiva, e intende riesaminare la situazione in una riunione dell’8 agosto. Nel frattempo gli attivisti sono preoccupati per la salute di Medha Patkar, ormai digiuna da 8 giorni. Il governo non si fa vivo, si comporta come se non fosse una situazione che lo riguarda.

 


 

Medha Patkar e Baba Amte Patkar condivisero nel 1991 il prestigioso riconoscimento del ‘Premio Nobel alternativo’ (il Right Livelihood Award) per la loro lotta contro i disastrosi progetti di costruzione di dighe nella Valle del fiume Narmada, e per il loro impegno nel promuovere delle iniziative alternative a beneficio dei poveri e dell’ambiente.

 

1991 Right Livelihood Award Laureate Medha Patkar and the Sardar Sarovar Dam from Right Livelihood Award on Vimeo.

Sono finiti i tempi di Gandhi, in cui la voce di una singola persona in una piazza riusciva a motivare e coinvolgere decine di migliaia di persone, che agivano unite per un ideale condiviso. Oggi le cose sono profondamente cambiate. Metha Pakthar, e con lei tante altre persone e gruppi – in India e nel mondo – da decenni protestano utilizzando strategie nonviolente per difendere le comunità più povere e senza potere dai soprusi, dalle ingiustizie, dalle violenze; ma invece di avere davanti a sé il governo di sua Maestà – una realtà potente e prepotente, ma reale e concreta – devono confrontarsi con enti senza corpo e senz’anima: compagnie finanziarie, aziende multinazionali globalizzate, che con la complicità dei governi continuano a saccheggiare la natura espropriandone gli abitanti.

Mentre le grandi compagnie multinazionali vanno in cerca di nuove terre da sfruttare, sono sempre più numerose le persone che pagano con la vita il coraggio di essersi opposte alla costruzione di mega-impianti idroelettrici, allo sfruttamento minerario, alle monocolture industriali, alle centrali nucleari. Il popolo dell’ecosistema, come Ramachandra Guha (un noto studioso e ambientalista indiano) definisce la gente che vive dei prodotti della terra e del mare, deve confrontarsi con il popolo degli onnivori, la piccola minoranza globalizzata che sfrutta il lavoro umano e i doni della natura. Il governo indiano, guidato dal Primo

Ministro Narendra Modi, sostiene con entusiasmo la recente decisione di alzare il livello delle acque nella diga di Narmada e allagare la vasta pianura circostante.

Come si legge in un recente numero del giornale Indian Express (29 giugno 2017: “la prima pietra per la costruzione della diga fu posata nel 1961, dall’allora Primo Ministro Jawaharlal Nehru. Con l’autorizzazione alla chiusura delle ultime paratie da parte del governo guidato da Modi, si conclude il lungo processo di costruzione, durato 56 anni. Uno dei più grandi bacini di riserva idrica del paese avrà un’altezza di 138 metri e una capacità di 4,75 milioni di metri cubi. La costruzione della diga fu interrotta nel 1996 dopo che gli attivisti del Narmada Bachao Andolan avevano ottenuto una sospensione dei lavori, adducendo motivi ambientali e difficoltà di reinsediamento delle popolazioni”. Il Primo Ministro si è così espresso: “Il Progetto di Narmada è davvero una grossa conquista. Nei prossimi dieci anni questa conquista si trasformerà in prosperità. Sono fiducioso che il Gujarat raggiungerà nuove altezze sotto la leadership del BJP nei prossimi dieci anni, con questo progetto al centro delle iniziative di sviluppo.”

Le resistenze: dalla piazza al web?

La mancanza di impegno civile da parte delle popolazioni urbanizzate in difesa dei contadini – in tutto il mondo e in Italia – è una concausa delle sconfitte che hanno finora caratterizzato le lotte per la difesa dei propri ambienti di vita. Ma come potranno sopravvivere i cittadini, se non difendono le comunità di pescatori, di contadini, di pastori – il popolo dell’ecosistema – dalla voracità degli onnivori, di quella esigua minoranza di persone che può permettersi di banchettare senza coltivare né allevare? Una possibilità che viene utilizzata con crescente frequenza è quella di coinvolgere tante persone attraverso le reti informatiche. E’ quanto stanno facendo anche i sostenitori della lotta nonviolenta di Metha Paktar e degli attivisti del Narmada Bachao Andolan: un appello lanciato su change.org, che invita le persone in tutto il mondo a scrivere una lettera al Primo Ministro dell’India, Narendra Modi chiedendo che venga fornita protezione e tutela alle 40.000 famiglie le cui case e terre saranno allagate in seguito all’aumento del livello del bacino.

 

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