Non aprire agli sconosciuti… la retorica dell’invasione | Fabio Poletto

Dopo mesi di monitoraggio delle principali ondate di odio e razzismo sul web, emerge una constatazione doverosa. Sempre più persone percepiscono il fenomeno delle migrazioni verso l’Europa e l’Italia come un pericolo, una minaccia o un’invasione, e tutte tendono a mettere in atto la stessa reazione: il rifiuto. Prescindendo dal contesto, dalle ragioni storiche, dalla persona che si ha davanti: la soluzione a tutti i problemi è respingere, cacciare, sbattere la porta in faccia. Nascondersi dietro un muro, urlare “non a casa mia!” e rifiutarsi di ascoltare e di capire, convinti di aver già capito tutto.

Questo meccanismo è evidente ad ogni livello della società, dal micro al macro, dal privato all’istituzionale. Sono agli onori delle cronache episodi di bassissima civiltà da parte di comuni cittadini: tutti ricordiamo il caso di Gorino, piccola frazione del ferrarese dove nell’ottobre 2016 un gruppo di cittadini ha improvvisato barricate in strada per impedire l’accesso di un pullman con a bordo dodici donne richiedenti asilo. Gli abitanti, circa 600, ritenevano che 12 ospiti (rapporto di 1:50) costituissero un pericolo per la loro incolumità o il loro benessere; tra i “barricaderi” c’era chi si lamentava per non essere stato consultato sulla decisione di ospitare dei migranti, chi denunciava il rischio per le attività turistiche, chi parlava di “cose del terzo mondo”.

Un episodio simile è avvenuto solo poche settimane fa a Castellamonte (TO), dove alcuni inquilini di uno stabile, vedendo arrivare appena quattro o cinque profughi, hanno inscenato una protesta per impedire al gruppo l’accesso all’appartamento già destinato ad ospitarli. In entrambi i casi, lascia increduli come i rappresentanti delle istituzioni (sindaci e prefetti) si siano mostrati accondiscendenti verso queste richieste, preferendo cedere alle proteste improvvisate e illegittime di pochi cittadini piuttosto che portare a compimento un trasferimento pianificato dagli organi preposti. Come a Gorino, anche qui gli abitanti si indignano per il numero troppo alto di profughi presenti rispetto alla popolazione (1 ogni 62 abitanti) e affermano di protestare non perché sono razzisti, ma perché la situazione “è diventata insostenibile”.

Ora, superato il senso del ridicolo (o del disgusto), viene da porsi alcune domande. Cosa vuol dire che la situazione è insostenibile? In che modo un singolo profugo alloggiato in una struttura è in grado di rendere la vita impossibile a sessanta cittadini? Sembra che questo conflitto provocato dalla presenza di migranti esista più che altro nella testa di queste persone; le stesse che parlano di “invasione”, di “africanizzazione” dell’Europa, di “sostituzione etnica ordita dallo Stato” [il web è colmo di teorie complottiste a tal proposito]. Si parla di situazione insostenibile non perché i fatti effettivamente lo fanno pensare, ma perché si è sentito ripetere questo mantra così tante volte da adottarlo ormai come risposta automatica ogni volta che si sente parlare di immigrazione. Un’osservazione dei dati e uno sguardo non pregiudizievole sulla realtà permetterebbero a molti di rendersi conto che non si tratta affatto di un’emergenza; e uno sforzo di empatia susciterebbe maggior comprensione verso queste persone che sono in fuga da guerra o povertà, hanno viaggiato attraverso soprusi e violenze, e ora si trovano circondati da persone ostili e rabbiose, in un rapporto di decine o centinaia per ognuno di loro. Ma nell’era della post-verità e in una società gelosa del proprio benessere, non c’è spazio per considerazione oggettive e atti di altruismo: contano la percezione soggettiva della realtà e il rifiuto di voler cedere anche solo un briciolo del proprio benessere.

Se queste reazioni emotive di rifiuto sono sempre più diffuse tra i cittadini, una grossa parte di responsabilità è da attribuire ai toni allarmistici di molta informazione su carta stampata, in televisione e su Internet. Limitandoci al giornalismo professionale, c’è una larga fetta di informazione che presenta ogni sbarco con titoli da tragedia in prima pagina, affermando che la misura è colma e che in Italia non c’è abbastanza spazio per tutti; oppure che non perde occasione per gridare allo scandalo ad ogni caso di cronaca in cui è coinvolto uno straniero (trattamento risparmiato ai delinquenti italiani). Per non parlare dei siti di pseudo-informazione (ad esempio questo) che raccolgono titoli acchiappa-click sul tema dell’immigrazione, con il duplice obiettivo di generare introiti dalla pubblicità mentre diffondono stereotipi e paure. Bombardato ogni giorno da simili notizie, il pubblico finisce per convincersi che in Italia non accada altro che sbarchi di “clandestini” e reati ad opera di stranieri, e spesso ne conclude che gli stranieri sono propensi al crimine e sul territorio nazionale ci sono ormai più stranieri che italiani.

Quest’onda di allarmismo è cavalcata ovviamente dai movimenti populisti, che sfruttano queste ondate emotive per diffondere retoriche nazionaliste e identitarie, secondo cui l’immigrazione è la causa di tutti i problemi sociali del Paese e l’unica soluzione è respingere in massa chiunque si affacci alle nostre porte. L’identità, come spesso avviene, è rafforzata per contrapposizione con chi è diverso. In una fase di crisi economica e politica da cui l’Italia non è ancora uscita le identità si frammentano, e il modo più semplice per ricompattarle è trovare uno “straniero” e vedere la nostra identità nelle differenze tra lui e noi. Così si raggruppano tutti i “loro” sotto lo stereotipo degli invasori e degli incivili, e tutti i “noi” sotto l’etichetta di vittime impotenti di un gigantesco sopruso. L’identità perduta è facilmente ritrovata: è quella che si costruisce lottando contro un nemico comune, quel senso di appartenenza a un gruppo che nasce intorno a un problema condiviso. Certo, il problema è fittizio, il nemico costruito, la soluzione inefficace oltre che impraticabile: ma i movimenti nazionalisti e identitari emersi intorno a questa retorica hanno costruito un seguito solidissimo, non disposto a mettere in dubbio le proprie convinzioni. Questo assolutismo ideologico, insieme al fatto che le soluzioni proposte da questi movimenti hanno in comune molteplici violazioni dei diritti umani, fa davvero temere derive autoritarie da regime xenofobo.

Simili correnti sono diffuse in Europa anche più che in Italia, e l’efficacia di queste retoriche li ha trasformati da piccoli gruppi di esaltati e nostalgici ad attori di peso nella scena politica internazionale. Lo dimostrano i muri eretti per fermare i flussi migratori, gli accordi con Turchia e Libia per scaricare la responsabilità a chi non si fa lo scrupolo di rispettare i diritti dei migranti, le proposte di chiudere i porti, mettere un tetto agli sbarchi e schierare l’esercito ai valichi di frontiera, il rifiuto di accogliere i nuovi arrivati quasi dicendo “la nostra porta è chiusa, siamo pieni; quelli sono affari vostri”

Eccoci, infine: i governi europei parlano come gli abitanti di Gorino e Castellamonte, non c’è più differenza. I cittadini hanno un esempio autorevole con cui giustificarsi, i governi hanno l’opinione pubblica a cui appoggiarsi. La comunità europea è diventata un paesello di gente egoista in cui ognuno tira a campare curando il proprio orto, cresce siepi per non essere disturbato e rifiuta un favore ai vicini. Se gli europei non sono disposti a cedere un briciolo del proprio benessere per aiutarsi tra di loro, come aiuteranno i loro fratelli africani e asiatici che di quel benessere sono le vittime indispensabili? E ha ancora senso chiamare questa una comunità?

2 risposte a “Non aprire agli sconosciuti… la retorica dell’invasione | Fabio Poletto”

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