Mostra | CENTO ANNI DI PACE. La costruzione della Pace dal Novecento a oggi

Progetto per una mostra fotografica realizzata dal Centro Studi Sereno Regis

in collaborazione con: Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale, Movimento Nonviolento, International Network of Museums for Peace, Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, Emergency, Pax Christi, Federazione Esperantista Italiana, Fondazione Luigi Micheletti


L’idea

Cento anni di pace?!? Ma il Novecento non è stato il secolo più violento della storia umana?

Come possiamo dire che è stato un secolo di pace?

Ovviamente, non intendiamo solo le pause tra guerra e guerra, impregnate dei disastrosi effetti della guerra precedente e dei germi infetti della successiva.

Non intendiamo le “paci” che i vincitori impongono ai vinti, perché non sono paci, ma l’essenza e lo scopo finale di ogni guerra: imporre con la violenza la propria volontà al più debole. La «pace d’imperio» (Raimond Aron, Norberto Bobbio) non è la pace che soddisfa il diritto umano universale alla vita giusta e libera.

Quando questa sembra ai popoli un buon risultato è spesso un’illusione, perché la realtà dimostra che «la vittoria non conduce mai alla pace» (Raimon Panikkar). La vittoria italiana nel 1918 fu la «madre del fascismo», come vantava lo stesso regime. La vittoria su Hitler nel 1945 tolse tardivamente un male gravissimo, ma generò altri grandi mali come la Guerra Fredda, enormi diseguaglianze umane, e la minaccia atomica sull’umanità.

Semi di pace

Che cosa intendiamo dicendo “cento anni di pace”? Vogliamo mostrare che «in mezzo alla morte persiste la vita, in mezzo alla menzogna persiste la verità, in mezzo alle tenebre persiste la luce» (M.K.Gandhi) . In mezzo all’inferno della guerra persistono sorgenti genuine di pace giusta. E’ sbagliato disperare e lasciare che la violenza sia vista come regina della storia.

La migliore delle paci è quella invece della guerra, che si attua preventivamente col gestire i conflitti senza violenza. Una pace desiderata come un sollievo, nonostante i suoi limiti, è quella che viene dopo una guerra. Altrettanto coraggiosa e ammirevole è l’azione di pace fatta durante la guerra, che pone le basi alternative e sostanziali per il superamento della logica distruttiva della guerra stessa. Ci sono semi di pace nel travagliato cammino umano, che attendono di essere visti, coltivati, curati. Non trionfano, ma promettono, perciò ci impegnano.

Queste azioni promettenti le cerchiamo nel mezzo delle diverse violenze del Novecento. E le riconosciamo in ogni atto che limita la violenza e riduce le sofferenze, ma specialmente le vediamo nelle lotte nonviolente. Sono lotte perché non sopportano le ingiustizie e vogliono attivamente liberarne le comunità umane. Sono nonviolente perché scelgono di non usare la violenza omicida e distruttiva, ma le forze propriamente umane del coraggio, dell’empatia, dell’unità, della resistenza, della disobbedienza civile, della organizzazione politica alternativa.

Coerenza tra mezzi e fini

Caratteristica fondamentale della nonviolenza è l’omogeneità tra mezzi e fini, secondo l’insegnamento e le esperienze di Gandhi: «I mezzi possono essere paragonati al seme, e il fine all’albero; tra i mezzi e il fine vi è lo stesso inviolabile rapporto che esiste tra il seme e l’albero».

La cittadinanza nonviolenta ha come principio fondamentale la «non-collaborazione al male», che esige il coraggio della disobbedienza civile all’ordine ingiusto: disobbedienza leale, dichiarata, solidale, che è la prima arma nonviolenta. Infatti nessun potere, politico, economico o militare, può imporsi se il popolo non collabora.

Questi principi sono fondamentali per una autentica democrazia, preziosa conquista storica, riaffermata nel Novecento contro le dittature violente, ma tesoro delicato: infatti, la democrazia si corrompe in «dittatura della maggioranza» (Alexis de Toqueville) , quando diritti e dignità delle minoranze non sono rispettati; oppure quando la democrazia non è violenta all’interno ma lo è verso l’esterno con politiche di dominio e di guerra.

Il superamento delle violenze

Uno degli obiettivi principali della nonviolenza, oltre il superamento delle violenze fisiche, armate, oltre la lotta contro le violenze strutturali ed economiche, è combattere la violenza culturale, la più profonda e nascosta, causa e giustificazione delle altre, che spesso si manifesta nella rassegnazione mentale di fronte a ingiustizie e disuguaglianze. Per superare la violenza occorre smettere di dare per scontato che la società sia per natura fatta di forti e deboli, di primi e ultimi, di affermati e scartati, in totale competizione individuale e indifferenti al bene comune.

Proteggere la casa comune

Pacifisti e nonviolenti da sempre hanno manifestato contro i test nucleari e gli armamenti atomici, a difesa della sopravvivenza umana. Nello stesso tempo, altri movimenti hanno dato vita alle lotte per i diritti animali, per la protezione delle foreste, o contro i crescenti casi di inquinamento causati dalle attività industriali. Tuttavia, la percezione di ‘essere in guerra contro l’ambiente’ è nata, nel pensiero occidentale, molto tardivamente. La parola ‘ecocidio’ è recente: altre comunità da sempre riconoscono in Gaia, Madre Terra, la fonte di vita e la casa comune che ospita tutti i viventi.

Negli ultimi decenni un aumento drammatico di conflitti ha visto contrapporsi i detentori del potere economico/finanziario e vaste comunità di contadini, pescatori, popoli indigeni, ma anche comunità locali dei paesi ‘sviluppati’. In questi conflitti, gruppi sociali, associazioni, movimenti che condividono strategie e obiettivi nonviolenti organizzano proteste, marce, iniziative che – grazie alle crescenti reti di comunicazione – stanno assumendo dimensioni globali, e propongono nuove modalità di relazione con i sistemi naturali che ci ospitano.

Il nostro obiettivo

Vogliamo evidenziare e far conoscere le realtà di nonviolenza attiva, positiva, poco riconosciute nell’immaginario dominante di questi ultimi cento anni, per rendere onore a chi ha lottato con questi mezzi per liberare l’umanità da ogni forma di offesa alla vita, alla dignità, alla pace tra i popoli e con i sistemi naturali che ci ospitano.

IL PROGETTO

«E’ solo con Gandhi che la nonviolenza assume esplicitamente anche una dimensione politica e comincia ad essere sperimentata su larga scala: dapprima in India, poi nelle lotte per i diritti civili negli USA con Martin Luther King, in Sudafrica con Nelson Mandela e Desmond Tutu, nelle Filippine (1986) per cacciare Marcos, nei paesi dell’Est europeo per liberarsi dal giogo dell’impero sovietico, imploso nel 1989, nella lotta secolare del movimento delle donne, nelle lotte in difesa dell’ambiente, nella difesa dei diritti umani violati e così via, in un crescendo che attraversa tutto il Novecento e continua ai giorni nostri.

Sull’onda di questi sviluppi, verso la fine degli anni ’50 del secolo scorso nascono le prime scuole di peace research, ispirate al paradigma della pace positiva e della nonviolenza, con il contributo determinante del ricercatore norvegese Johan Galtung. Una decina di anni dopo, Gene Sharp pubblica il suo famoso lavoro sulla “Politica dell’azione nonviolenta”, che verrà tradotto in decine di lingue e ispirerà gli attivisti dei movimenti per la pace e la nonviolenza in ogni angolo del mondo. La comunità di ricercatori, attivisti ed educatori che si richiamano esplicitamente alla nonviolenza si è man mano estesa sino a costituire importanti reti internazionali che operano sia in campo accademico, dall’alto, sia a livello non istituzionale, dal basso…». Così scriveva Nanni Salio, presidente del Centro Sereno Regis di Torino ed esponente autorevole della nonviolenza italiana, nel suo saggio Il futuro della nonviolenza.

Partendo dalla consapevolezza che nel XX secolo si è manifestata la violenza delle due guerre mondiali, dei genocidi e delle distruzioni di massa, ma anche la novità della nonviolenza come dottrina politica che si è tradotta in nuove modalità di lotta e di liberazione e per dare conto di tutto ciò, il Centro Studi Sereno Regis ha promosso un lavoro di ricerca e di raccolta della memoria storica dedicata alla costruzione della pace e allo sviluppo di forme di lotta e resistenza nonviolenta nel Novecento, con l’obiettivo di realizzare una mostra fotografica atta alla circolazione internazionale. Questa ricerca offrirà l’occasione per presentare alla società civile una narrazione storica finora poco visibile. Una mostra, fatta di fotografie, manifesti, documenti, potrà contribuire a maturare la consapevolezza che ciascuno dispone di un potere positivo per uscire dallo stato di impotenza di fronte agli eventi negativi.

Per dare il proprio contributo civile e politico alla vita della collettività, è importante infatti saper trovare nella storia, accanto alla violenza e alle devastazioni prodotte da guerre e genocidi anche gli esempi di un diverso paradigma di pensiero e di azione, capace di trasformare in profondità le strutture stesse della nostra cultura politica per orientarle alla pace.

La presentazione di esperienze e la conoscenza di processi positivi di pace possono infatti essere occasione di stimolo per un ulteriore sviluppo della pace stessa.

Completerà la mostra un catalogo che raccoglierà e documenterà questo percorso storico, a partire da una esposizione cronologica degli eventi e dei processi più significativi del Novecento, cui seguiranno approfondimenti tematici.

Questa mostra potrà essere accompagnata da eventi collaterali a vari livelli, fino a porre le basi per una esposizione permanente collegata alla rete internazionale dei Musei per la Pace.

VISIONE

«La nostra memoria è selettiva. Si perde nel tempo restituendoci del passato solo ciò che rafforza i nostri schemi mentali e le nostre convinzioni. Il problema della difesa si fonda in gran parte sull’esperienza che ci proviene dal passato. Se la nostra memoria collettiva non conserva che i fatti violenti, è evidente che le soluzioni che troveremo per l’oggi al problema della guerra non potranno che essere soluzioni militari. Al contrario, se recuperiamo dal passato le tracce di un’altra storia, di un’altra difesa, di una resistenza non militare che ha mostrato qua e la sua efficacia nel corso dei secoli, allora il moderno discorso sulla difesa non potrà che essere radicalmente trasformato» (Jacques Semelin).

La storia della pace, che finora è stata indagata quasi solo dagli studiosi di area nonviolenta, deve essere portata fuori dal cono d’ombra della storia di guerra, attraverso una documentazione aggiornata sulla cultura della pace e sulle lotte nonviolente.

Per fare ciò Johan Galtung, sociologo norvegese fondatore del Peace Research Institute di Oslo, propone alcuni criteri:

  • vedere la pace come norma e la guerra come eccezione. Si veda anche quanto scrive in proposito lo stesso Gandhi: «Il fatto che vi sono ancora tanti uomini nel mondo dimostra che questo non è fondato sulla forza delle armi ma sulla forza della verità e dell’amore. Dunque la prova più grande e più inconfutabile del successo di questa forza deve essere vista nel fatto che malgrado tutte le guerre che si sono avute nel mondo, questo continua ad esistere»;

  • vedere la pace dentro la guerra: ad esempio, i casi di fraternizzazione dei soldati al fronte durante la prima guerra mondiale, i numerosi casi di “sangue risparmiato” (Anna Bravo) in diversi contesti bellici;

  • capire come mantenere la pace, come si può evitare che un conflitto degeneri in guerra;

  • assumere l’ottica della storia controfattuale: cosa sarebbe accaduto se…. cosa si sarebbe potuto fare, perché non è stato fatto….;

  • affrontare l’analisi dei conflitti evidenziando i punti di vista e gli interessi di tutte le parti coinvolte, sapendo riconoscere e facendo emergere le “verità” e gli obiettivi legittimi di ciascuno;

  • mettere in luce il legame sempre più stretto tra la violenza contro le persone e la violenza contro l’ambiente.

Dal punto di vista dei contenuti, tra i nuclei critici appaiono di particolare rilevanza:

  • riconoscere la violenza per contenerla: azioni contro la guerra e per il suo superamento (obiezione di coscienza; art.11 della Costituzione; organizzazioni internazionali…); contro violenze strutturali e culturali che promuovono e legittimano la guerra; contro la violenza esercitata sugli altri viventi e sui sistemi naturali;

  • aumentare la resistenza e costruire strutture e culture di pace: trasformazione nonviolenta dei conflitti; difesa senza guerra (corpi civili di pace); educazione alla pace; giornalismo di pace…;

  • esempi di una società di pace, sostenibile e nonviolenta, che sappia recuperare le fonti della vita nostra e di tutta la biosfera come “beni comuni” e garantire un’equa distribuzione di potere e risorse per tutti.

ALLESTIMENTO

La mostra sarà costituita da testimonianze fotografiche, che documenteranno alcuni episodi significativi della costruzione della pace nel Novecento e nel nuovo secolo. Ad esse si affiancheranno opere fotografiche e pittoriche d’autore, filmati, opere di videoarte, in modo da rendere la mostra di facile fruizione e densa di suggestioni. L’allestimento della mostra sarà organizzato in tre sezioni tematiche.

Prima sezione – No alla guerra: superare l’idea di nemico

  • pace dentro la guerra; resistenza contro la guerra e resistenza civile. Il focus sarà sulla prima e la seconda guerra mondiale: le origini – nel Novecento – dei movimenti di resistenza contro la guerra (IFOR, WRI, Quaccheri, WILPF…); la resistenza civile durante il nazifascismo; alcuni esempi attuali di “sangue risparmiato” in situazioni di violenza estrema (commissione Verità e Riconciliazione in Sudafrica; Rwanda; resistenza nonviolenta in Palestina; casi di protezione di minoranze nelle guerre attuali).

  • movimenti e azioni nonviolente contro il militarismo, e per l’ obiezione di coscienza, movimenti antinucleari; obiezione di coscienza dal secondo dopoguerra; resistenza contro la guerra in Vietnam; contro la guerra in Iraq; campagne per il disarmo nucleare; azioni dirette nonviolente.

Seconda sezione – “Satyagraha”: la forza della nonviolenza per costruire giustizia

  • resistenza nonviolenta contro il colonialismo, da Gandhi ai movimenti per la decolonizzazione in Africa, in Asia, nelle Americhe e in Australia.

  • movimenti per i diritti civili e la giustizia economica e sociale: contro le discriminazioni razziali e l’apartheid (M.L. King…); i movimenti femministi; i diritti LGBT; le lotte sindacali dei lavoratori; le lotte contro la globalizzazione del liberismo; le lotte per il diritto alla terra; proposte ed esperienze di economia nonviolenta.

  • resistenza nonviolenta contro occupazioni, dittature e totalitarismi: il 1989; Cina e Tibet; Myanmar; Saharawi; Indonesia e Timor Est; Filippine; Nepal; Cile; primavere arabe…

Terza sezione – Gaia, la nostra casa comune: fare la pace con la Natura

  • dall’ecocidio all’inclusione: campagne contro il nucleare civile; azioni contro gli inquinamenti industriali, manifestazioni contro le grandi dighe; azioni per i diritti animali; in difesa dei popoli indigeni e dei loro ecosistemi; a protezione della stabilità climatica.

  • intersezioni: interdipendenze e complessità.

Il comitato scientifico

Elena Camino

Già docente di Didattica delle Scienze Naturali dell’Università di Torino. Membro del Centro Interuniversitario
Iris e del Centro inter-ateneo di Studi per la Pace (CISP).

Dario Cambiano

Educatore. Laureato in scienze della comunicazione. Responsabile del progetto Irenea, cinema e arte perla pace del Centro Studi Sereno Regis(CSSR).

Paolo Candelari

Ricercatore di pace presso il CSSR, membro del Movimento Internazionale della Riconciliazione(MIR) e del Movimento Nonviolento (MN).

Angela Dogliotti

Già insegnante di storia nella scuola secondaria superiore. Fa parte del MIR e del MN. E’ stata membro della Peace Education Commission dell’IPRA. Presidente del CSSR.

Enrico Peyretti

Saggista e filosofo. Membro dell’ Italian Peace Research Institute (IPRI), del MIR, del MN e del CISP. Direttore del mensile “il foglio” dal 1971 al 2001.

Massimo Rubboli

Storico, già docente dell’Università di Genova. Membro del Comitato Internazionale della Peace History
Society dal 1995 al 2008.

Del comitato scientifico ha fatto parte anche Giovanni Salio, già ricercatore di Fisica dell’Università di Torino e presidente del CSSR dal 1982 fino alla morte, avvenuta il 1 febbraio 2016. Impegnato nelle lotte nonviolente dagli anni’60 a oggi, è stato l’infaticabile animatore e ispiratore del CSSR. Il suo contributo all’impostazione della mostra è stato e resta determinante.

Il gruppo di lavoro

Loredana Arcidiacono, Massimiliano Bosi, Martina Lanza, Zaira Zafarana (ricerca documentazione e materiali fotografici) Fabio Poletto (traduzioni)


Il fatto che vi sono ancora tanti uomini vivi nel mondo dimostra che questo non è fondato sulla forza delle armi, ma sulla forza della verità e dell’amore. Dunque la prova più grande e più inconfutabile del successo di questa forza deve essere vista nel fatto che malgrado tutte le guerre che si sono svolte nel mondo, questo continua ad esistere”

Mohandas Gandhi

C’è bisogno di tenere da conto ogni forma di attivismo per smontare l’idea malsana che quando c’è guerra c’è storia, quando c’è pace no, o non a pieno titolo come se la pace fosse un dono della fortuna o un vuoto fra una guerra e l’altra, mentre è il frutto di un lavorio umano, è quel lavorio stesso”

Anna Bravo

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