Musica in Giordania contro il linguaggio della violenza del regime e degli integralisti islamici | Eyad Mohammed Madhar, Noura Hourani e Tariq Adely


Sette sedie di legno illuminate da un unico faro affollano il palco al Maestro Restaurant a Amman, Giordania. È venerdì sera, e Alaa al-Hassoun, 34 anni, sale sul palco subito dopo le 22.00 con una vestaglia a strisce e una canotta multicolore, tenendo un rosario di metallo nero.

Per la maggior parte della serata, il tenore rimane seduto sulla sua sedia, con i piedi piantati fermamente al terreno. Senza un accenno di sfarzo, è la voce di al-Hassoun -accompagnata da un basso e da un baritono – che porta avanti l’esibizione.

Salateen a-Tarab, la band siriana di al-Hassoun, eseguì due ore di canzoni classiche arabe – dal compositore egiziano Sayed Darwish all’artista di Aleppo Sabah Fakhri.

I membri del pubblico riconoscono ogni canzone dopo poche battute, balzando dalle loro sedie per ballare e cantare a lungo. Al-Hassoun si volta verso i musicisti seduti dietro di lui, accennando loro di scendere per far un coro e far sì che la folla canti a squarciagola il testo.

Pochi anni fa, al-Hassoun stava cantando prima di una massiccia protesta in Maarat a-Numan, la sua città natale nel nord-ovest della Siria nella provincia di Idlib.

Qualificato come musicista e cantante prima della guerra, al-Hassoun dichiara a Eyad Mohammad Madhar e Tariq Adely di Syria Direct che ogni cantante prima o poi trova la sua voce. “Io ho trovato la mia come un rivoluzionario tra la folla che chiede a gran voce la libertà dai tiranni e dai ladri nella loro patria”.

Ma il suo attivismo politico e le sue canzoni di protesta irritarono sia le forze di sicurezza del regime sia le fazioni islamiche integraliste che controllano ampiamente Idlib. Al-Hassoun fuggì in Giordania nell’aprile del 2016.

Oggi in Amman, i testi e le sedi (sottinteso dei concerti) di al-Hassoun sono vari. Ma la sua abilità di coinvolgere il pubblico nelle sue esibizioni, con la familiarità delle sue canzoni, la chiarezza e l’estensione vocale, rimangono invariate.

“Il fatto che la band sia Siriana- che sia fuggita dal paese – trasmette un potente messaggio,” disse a un reporter Ibrahim al-Houti, un ventottenne residente ad Amman che era nel pubblico, mentre gli spettatori iniziano a uscire dal locale.

Al-Hassoun e i suoi compagni di band, disse al-Houti, “portano un messaggio di pace e di umanità che l’intero mondo deve imitare”.

D: Puoi spiegare la tua decisione di lasciare la Siria nell’aprile del 2016? Tu sei stato perseguitato per il tuo attivismo politico dal 2011. Cosa ti ha spinto finalmente a fuggire in Giordania?

Molti attivisti e civili in favore della rivoluzione hanno raggiunto il punto di disperazione. Le correnti islamiste distrussero ciò che le persone oneste hanno costruito.

In primo luogo noi andammo per le strade a protestare contro le persecuzioni del regime. Successivamente, ci trovammo perseguitati da nuovi nemici.

Jabhat a-Nusra non tratta diversamente i manifestanti da come fanno le forze di sicurezza del regime.

[Jabhat a-Nusra ora conosciuto come Jabhat Fatah a-Sham (JFS), è un membro della coalizione islamista Hay’at Tahrir a-Sham. JFS domina ampiamente Maarat a-Numan, città natale di al-Hassoun, nella zona meridionale della campagna di Idlib.]

Nonostante le nostre proteste contro a-Nusra fossero totalmente pacifiche, essi ci fronteggiarono con i proiettili. Queste fazioni non riconoscono coloro che non li supportano. Secondo loro, tu sei un traditore e un bersaglio.

Durante gli ultimi mesi in cui mi trovavo in Siria, la mia vita era basata sul terrore, sull’ansia e sull’immobilità. Noi eravamo terrorizzati dalle oppressive fazioni islamiste, anche durante le poche ore in cui noi [al-Hassoun e i suoi compagni attivisti] dormivamo ogni notte. Loro ci perseguitavano.

Noi dormivamo nei frutteti dei villaggi vicini, temendo che le fazioni estremiste ci uccidessero nella notte. Questa fu una ragione sufficiente per lasciare la Siria.

Io desideravo solo di essere in grado di mettere il cibo sul mio tavolo in un paese sicuro. Quindi, nell’aprile del 2016, viaggiai verso la Turchia e proseguii verso la Giordania. Fu un viaggio difficile, e preferirei non parlarne nei dettagli.

D: Tu hai prestato la tua voce per protestare in Siria dal 2011, dirigendo canzoni contro il regime di Assad, e anche le fazioni islamiste a Idlib come Jabhat Fatah a-Sham. Come è cambiato il ruolo degli artisti durante la rivoluzione? La relazione tra musica e rivoluzione è rimasta invariata rispetto a quella presente nel 2011?

L’arte non può essere una soluzione di fronte alla militarizzazione. La musica, il teatro e la creatività sono solo le vie attraverso le quali noi diminuiamo la pressione e guariamo le ferite.

Tuttavia, La musica può inviare un messaggio ai paesi del mondo, che queste persone sono pacifiche e progressiste. Non è necessario che la rivoluzione sia legata a un bombardamento, a missili e alla violenza. La rivoluzione è anima, pensiero, arte e creatività.

Ma le autorità e le fazioni estremiste che controllano i nostri paesi non conoscono un altro linguaggio al di fuori della violenza. Di conseguenza, lo scopo finale dell’arte è difficile da raggiungere.

D: Potresti parlare di alcuni dei pericoli che tu hai fronteggiato a causa della tua partecipazione nelle proteste contro il regime siriano?

io sono stato ricercato [dal regime] dall’inizio del movimento. Io ho dovuto prendere qualsiasi precauzione per sfuggire all’arresto.

Ci sono stati numerosi attentati alla mia vita. Il primo fu nel maggio del 2011 mentre mi stavo esibendo ad un matrimonio. Io a malapena sono riuscito a scappare. Ci fu un altro attentato a uno dei posti di blocco di Maarat a-Numan.

D: Come può essere paragonata l’esperienza di esibirsi in un teatro al cantare una cantilena, o “nasheed”, durante una protesta?

Ogni forma d’arte ha un luogo, e ogni artista ha le sue specialità. Io ho trovato la mia come un rivoluzionario tra la folla nella mia città che chiede a gran voce la libertà dai tiranni e dai ladri nella loro patria.

Io non intendo dire che ho abbandonato l’arte come una forma di educazione. Ogni forma d’arte ha il suo tempo e il suo luogo.

D: Tu sei di Maarat a-Numan e hai vissuto lì fino al 2016. Il controllo della regione e la persecuzione degli attivisti come te da parte di Jabhat Fatah a-Sham ha smorzato il tuo idealismo della rivoluzione? Puoi immaginare lo stato della Siria sotto il controllo di chiunque al di fuori di Bashar al-Assad o JFS?

Ho lasciato il mio paese perché quelle fazioni [integraliste islamiche] si erano diffuse nella mia regione. Queste persone non riconoscono l’arte e il suo valore. non capiscono la sua importanza. La loro linea di pensiero non sostiene la creatività.

Uno stato Siriano senza Assad o organizzazioni criminali permetterebbe agli artisti, ai pensatori e agli inventori di presentare le loro idee liberamente e in modo imparziale. Io spero che questo giorno sia vicino.

 

D: Parlami della tua vita in Giordania. Cos’hai provato a trovarti lontano dalla Siria da più di un anno?

Io sono soddisfatto del mio lavoro e della mia vita qui in Giordania. Ho amici ad Amman. Mi esibisco con un gruppo musicale, Salateen a-Tarab, e ho un pubblico.

Le uniche cose che mi mancano sono mia moglie e mia figlia, che sto cercando di portare in Giordania. Io sono tutto solo a casa, e sto facendo tutto ciò che mi è possibile adesso per rivederle di nuovo.

[la moglie e la figlia di Al-Hassoun attualmente vivono in Turchia. non sono state in grado di ottenere il visto per trasferirsi in Giordania.

D: Adesso che ti trovi in Giordania, pensi di aver abbandonato la rivoluzione o di continuare a fare parte di essa?

Non si può rinunciare alla domanda di una democrazia popolare. La rivoluzione è una parte integrale di noi. Non posso lasciare la rivoluzione da parte, anche se sono distante da essa.

D: Il tuo contributo alla rivoluzione è stata la tua arte. Pensi che la rivoluzione avrebbe avuto più successo se fosse rimasta pacifica?

Assolutamente. Noi siamo di fronte alla dittatura e alle istituzioni criminali del regime, ma io sono completamente convinto che la parola sia più forte di qualsiasi arma o fazione.


Maggio, 22, 2017, Syria Direct
Titolo originale: Protest singer brings his music to Jordan, fleeing both regime and hardline Islamists ‘who only know the language of violence’
Traduzione di Francesca Bellezza per il Centro Studi Sereno Regis

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