«Ordalie», un percorso per la pace, in viaggio per Torino… | Gianmarco Pisa

Traggo spunto dai contenuti di alcune recenti riflessioni proposte dai relatori della prossima, attesa, presentazione del volume «Ordalie. Memorie e Memoriali per la Pace e la Convivenza», che si terrà presso il Centro Studi Sereno Regis, a Torino, il prossimo venerdì, 19 maggio. Intanto, perché al Centro Studi Sereno Regis? Un po’ per quello che la stessa Angela Dogliotti, presidentessa del centro, richiama, dal momento che si tratta di un luogo «nel quale si intrecciano diversi interessi, sensibilità, approcci disciplinari, che lo sguardo della nonviolenza unifica e rende coerenti».

Vi sono due elementi, in particolare, di questa riflessione, che meritano davvero di essere richiamati, sia per il loro significato in sé, sia per la specifica attinenza con le tematiche di cui tratta il libro. Infatti, «la nonviolenza, appellandosi al potere di tutti, suggerisce i diversi livelli di intervento, in relazione tra di loro , da quello individuale – personale, a quello politico – collettivo (micro – meso – macro – mega), nonché la necessità di coniugare la ricerca con l’educazione e l’azione».

In questo, fa riferimento alla lezione di Nanni Salio e, prima ancora, all’approccio costruttivo nella trasformazione e superamento (trascendimento) dei conflitti di Johan Galtung, e allude a una circostanza peculiare dell’intervento dei corpi civili di pace, nel cui raggio d’azione anche l’itinerario della ricerca-azione, di cui il libro è risultato, si situa: l’intervento “sul” e “nel” conflitto, in particolare nel conflitto violento, individuando con accuratezza gli ambiti in cui si può intervenire efficacemente e positivamente e coniugando l’analisi con l’intervento, in modo da interrogare le cause più profonde che sono alla scaturigine del conflitto.

Pensiamo ai Balcani, al Kosovo in particolare, che rappresenta il terreno in cui questa sperimentazione si sviluppa. Le condizioni di esclusione che il conflitto determina e il lungo elenco di diritti violati che la violenza armata porta con sé non sono il frutto, qui come altrove, delle radici etniche o di, fin troppo abusati, “inveterati odi atavici” che dovrebbero fatalmente contrassegnare queste terre; affondano piuttosto in un lungo retroterra attraversato da difficoltà economiche, manipolazioni mediatiche, strumentalizzazioni politiche, ingerenze esterne e cattive narrazioni, produttrici di immaginari lugubri o escludenti.

Meno “forte” della radice strutturale, nondimeno quella culturale ha tuttavia molto a che fare con la riproduzione di immaginari di violenza e di separazione e con la legittimazione di pratiche e condotte di dis-umanizzazione o di ostilità. Poco oltre, infatti, si richiama la necessità di «cambiare gli immaginari, la cultura profonda che si esprime nelle visioni del mondo: sostituire al paradigma della inevitabilità della violenza, in una società “naturalmente” gerarchica e competitiva, quello della possibilità della violenza , in una concezione del genere umano come di una sola umanità, nelle differenze, capace di affrontare i conflitti in modo nonviolento, perché dotata degli anticorpi necessari per comprendere le fonti della violenza e contrastarle» (A. Dogliotti, Continuando sulla strada di Nanni: la nonviolenza di fronte alle sfide del nostro tempo, 6 febbraio 2017).

Il tema della cultura viene, nel volume, inscritto nel contesto del «culture-oriented peace-building», vale a dire della ricostruzione della pace basata sull’azione di carattere culturale, e impostato nei termini di una vera e propria “triangolazione” tra memoria (in particolare la memoria collettiva sedimentata nei “luoghi della memoria”), cultura (in particolare a partire dai patrimoni culturali e socio-culturali capaci di informare le condotte e orientare le pratiche) e pace, qui intesa come pace positiva, vale a dire, in due parole, «pace con giustizia».

Alla vigilia della Festa della Repubblica, il 2 Giugno, vale la pena richiamare alcune osservazioni di Paolo Candelari, del MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione) in occasione della ricorrenza dell’anno scorso: «non una guerra, una battaglia, neanche una sommossa, né trattative diplomatiche, hanno determinato la nascita della repubblica …: il nostro Stato ha all’origine un atto nonviolento, anzi uno dei principali atti nonviolenti, come sosteneva don Milani, che nella sua famosa lettera ai giudici sosteneva che due erano gli strumenti “nonviolenti” a disposizione del popolo: il voto e lo sciopero».

Così, di conseguenza, «l’impegno politico del futuro dovrebbe essere per difendere ed allargare quei diritti … che i costituenti hanno posto alla base della nostra repubblica. Dunque più stato sociale per realizzare una maggiore giustizia economica e difesa nonviolenta al posto del riarmo in corso» (P. Candelari, 2 giugno 2016: 70 anni di repubblica democratica, 1 giugno 2016). Non vale solo per l’Italia: sullo sfondo del Mediterraneo, nel contesto, che torna difficile e conflittuale, dei Balcani, una prospettiva credibile di futuro è sempre più necessaria per alimentare certezza nei diritti e speranza nella pace.

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