Il primo movimento contro le dighe – in India quasi un secolo fa | Elena Camino


india digheLa recensione di un testo di Rajendra Vora da parte di un noto storico dell’ambiente, RAMACHANDRA GUHA. 

Una storia del passato

Come segnale della transizione da una società agraria a una società industrializzata, il Mulshi satyagraha anticipava molti dei moderni movimenti di protesta.

Circa 15 anni fa, mentre il movimento di protesta contro la costruzione di dighe lungo il fiume Narmada era nel momento di maggiore notorietà, l’ecologo Madhav Gadgil mi raccontò di un predecessore ormai dimenticato del movimento contro le dighe. Erano gli anni ’20 del 1900 quando i contadini di Mulshi Peta, vicino alla città di Pune, iniziarono una protesta contro il progetto di una diga che doveva essere costruita dall’Impresa industriale della famiglia Tata con il sostegno del governo. La protesta era guidata da Pandurang Mahadev (“Senapati”) Bapat, un socialista e nazionalista che aveva studiato in Inghilterra. Come Medha Patkar per il Movimento Narmada Andolan, anche Bapat era un leader molto carismatico e coraggioso. E come lei si indentificò completamente con i contadini che lottavano per impedire che le loro terre ancestrali finissero sommerse dalle acqua.

Madhav Gadgil, che negli anni 1940 era un ragazzino e abitava a Pune, aveva sentito parlare di Bapat. Più tardi, negli anni 1990, si imbatté in una ricerca storica scritta in lingua Marathi da Rajendra Vora, che era allora docente di Politica all’Università di Pune, e ne fu molto impressionato, in quanto lo studioso aveva utilizzato molte fonti primarie per raccontare una storia che non era solo importante di per sé, ma era rilevante per l’attualità, a causa delle somiglianze con la controversia sul fiume Narmada.

Una testimonianza per i lettori internazionali

Con un piccolo aiuto da parte mia, Madhav Gadgil persuase Rajendra Vora a scrivere una versione inglese del suo libro. Ma il Professor Vora era un uomo molto impegnato, sia in ambito politico che sul fronte accademico: stava scrivendo un libro importante sulle democrazia indiana, e aveva corsi e tesi universitarie da seguire. Nonostante tutti questi impegni Rajendra Vora si impegnò a preparare una versione inglese del suo libro, aggiungendo anche un capito nuovo in cui confrontava il Satyagraha di Mulshi con il movimento Narmada. Il Professor Vora morì improvvisamente per un attacco cardiaco, ma il suo libro fu comunque pubblicato con il titolo “Il primo movimento contro le dighe a livello mondiale – The World’s First Anti-Dam Movement” (SAB Editor, 2009). E’ un libro che può interessare un pubblico vario, dagli studiosi della storia del Maharashtra e quelli che si interessano della storia del nazionalismo indiano, da chi si occupa di politica dell’ambiente o di sociologia delle proteste contadine fino a chi si interroga su strategie alternative di sviluppo.

Il libro inizia con una ricostruzione accurata dell’economia agricola nella regione di Mulshi. Vora spiega quali fossero le modalità di controllo delle terre, i sistemi di credito, quali piante fossero coltivate e commercializzate, quali divinità fossero venerate. Passa poi ad analizzare le minacce che la costruzione della diga da parte dei Tata costituiva per la valle e per la popolazione. Quindi, grazie a un abile uso delle fonti locali, narra la storia della lunga lotta (che alla fine fu perduta) per impedire l’allagamento della valle di Mulshi. Possiamo così leggere degli scioperi della fame da parte dei leaders, delle marce e delle dimostrazioni della popolazione. Sono anche accuratamente ricostruite le complesse relazioni tra i contadini di Mulshi e i nazionalisti di Pune, appartenenti alla classe media. Apprendiamo anche degli atteggiamenti ambivalenti nei confronti del satyagraha del Mahatma Gandhi. Al di là della protesta e della lotta, Vora ci introduce alle dimensioni ideologiche del conflitto. Analizza le argomentazioni dei proponenti della diga, che affermavano che la diga avrebbe portato lavoro e prosperità all’intera nazione, e dei loro oppositori, che sostenevano che il progetto avrebbe impoverito una categoria di Indiani per beneficiarne altri.

Una denuncia lucida delle responsabilità

Il libro diRajendra Vora si conclude con un affascinante capitolo che mette a confronto il Satyagraha di Mulshi con il movimento Narmada Bachao Andolan. Quando si pensò per la prima volta a una edizione inglese ci era ben chiara l’importanza e l’attualità di quel confronto. Ora, leggendo il testo finale, lo trovo ancora più significativo. In un passo Vora scrive: “Come affermavano i Satyagrahi, non si trattava semplicemente di un conflitto tra i Mawalas [con questo nome erano conosciuti i contadini di Mulshi] e la compagnia [Tata], ma era un conflitto tra due visioni dell’economia. Nella misura in cui il governo non era in grado di dimostrare che il progetto era necessario per il benessere pubblico, non aveva alcun diritto di sottrarre terre a nessuno. Lo stato può domandare qualunque cosa ai cittadini quando la sicurezza della nazione è in pericolo, o in una situazione di calamità naturale, ma nel caso dei Mulshi non c’era alcuna emergenza del genere. Allagare e sommergere un vasto tratto di terra che era la culla della storia di Maratha era dunque un atto di tirannia e di ingiustizia. Si stava intraprendendo per aumentare i dividendi di una società privata”.

Il libro di Rajendra Vora è un lavoro impeccabile di analisi storica, ma parla anche al presente in modi che pochi libri sanno fare. Il conflitto di Mulshi è stato il primo esempio di dispute che sorgono quando una civilizzazione agricola antica in una zona densamente popolata intraprende il lungo e talvolta molto doloroso cammino verso l’industrializzazione. Il Satyagraha di Mulshi non era semplicemente un precursore del Narmada Bachao Andolan; esso anticipava le proteste che si sarebbero manifestate a Singur, Nandigram e in dozzine di altri luoghi, in cui lo Stato intendeva trasferire la terra posseduta da tanti piccoli agricoltori a una singola compagnia privata. Come le dispute che sarebbero esplose in seguito, Mulshi opponeva la campagna alla città, la sussistenza al commercio, i contadini ai proprietari terrieri, l’amministrazione democratica al controllo dei potenti.

E’ un vero peccato che Rajendra Vora non sia vissuto abbastanza da vedere il suo libro dato alle stampe. E noi ora abbiamo il dovere di leggerlo, non solo per onorare la sua memoria, ma anche per comprendere in modo più profondo il passato e il futuro dell’India moderna.

Gli Autori:

cop Rajendra VoraL’autore del libro recensito:

Rajendra Vora (1946-2008) è stato Professore di Scienze Politiche all’Università di Pune fino al 2006, anno in cui andò in pensione. Egli era profondamente interessato ai processi politici e sociali, e l’indirizzo che diede alla ricerca in questo settore ha influenzato generazioni di studenti e di ricercatori.

Ha pubblicato (in collaborazione) il testo Indian Democracy: Meanings and Practices (2004) e un dizionario encoclopedico di scienze politiche in lingua Marathi, Rajyashastra Kosh (1987).

cop guhaL’autore della recensione:

Ramachandra Guha è uno storico e biografo con sede a Bangalore. Ha insegnato presso le università di Yale e Stanford, ha tenuto la cattedra Arné Naess all’ Università di Oslo, ed è stato Visiting Professor alla Comunità Indo-Americana presso l’ Università della California a Berkeley. Tra i suoi libri ha scritto “Ambientalismi. Una storia globale dei movimenti”, tradotto in italiano da Linaria nel 2016.

Una guerra ai contadini e al pianeta

Il libro qui recensito, e il commento del recensore, risalgono al 2009. Ma la storia di cui parlano Rajendra Vora e Ramachandra Guha, che riguarda eventi avvenuti negli anni ’20 del 1900, è ancora attualissima nel 2017. I conflitti socio-ambientali si sono moltiplicati, in questi cento anni, coinvolgendo un numero crescente di comunità contadine e indigene – in India, in Africa, in America Latina – che si vedono sottrarre la terra, le foreste, l’acqua, le coste: le fonti di vita per sé e per l’equilibrio della natura .

Mentre le grandi compagnie multinazionali vanno in cerca di nuove terre da sfruttare, sempre più persone pagano con la vita il coraggio di essersi opposte alla costruzione di impianti idroelettrici, allo sfruttamento minerario, alle monocolture industriali.

In una recente iniziativa dedicata a “Storie di sviluppo in America Latina”, nel Comunicato Stampa di presentazione – a proposito delle violenze subìte dagli attivisti del Centro e del Sud America che difendono i loro territori – si leggeva:” La realtà della guerra mondiale in atto ha anche questo volto e ci lascia sgomenti vedere quanto sia diffusa e radicata la convinzione di essere estranei a tutto questo perché […] siamo in realtà ancora convinti che tutto ciò che non succede in Europa non succede davvero”.

In realtà anche in Europa si stanno moltiplicando situazioni di conflitto causate dalla continua espansione di progetti di sviluppo invasivi, le “grandi opere”: aeroporti, autostrade, treni ad alta velocità, ponti, oleodotti…

La mancanza di impegno civile da parte delle popolazioni urbanizzate in difesa dei contadini – in tutto il mondo e in Italia – è una concausa delle sconfitte che hanno finora caratterizzato le lotte per la difesa dei propri ambienti di vita. Ma come potranno sopravvivere i cittadini, se non difendono le comunità di pescatori, di contadini, di pastori – il popolo dell’ecosistema – dalla voracità degli onnivori, di quella esigua minoranza di persone che può permettersi di banchettare senza coltivare né allevare?

(Note di Elena Camino)

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