Aldo Capitini, Poesie | Recensione di Massimiliano Fortuna

cop_Aldo Capitini, Poesie, a cura di Daniele PicciniAldo Capitini, Poesie, a cura di Daniele Piccini, Del Vecchio Editore, Torino 2016, pp. 277, € 16,50

Forse anche a non pochi di coloro che hanno familiarità con la figura di Aldo Capitini (1899-1968) e con la sua opera saggistica di pedagogista e filosofo – certamente non ancora frequentata e studiata come meriterebbe – l’impegno poetico del maggior pensatore italiano della nonviolenza risulta sconosciuto o quasi. L’editore Del Vecchio ha avuto ora la bella idea di riunire tutti i versi pubblicati in vita da Capitini in unico volume, ben introdotto da Daniele Piccini, che diventa quindi lo strumento ideale per avvicinarsi alla sua produzione poetica.

Di certo il linguaggio poetico è una forma di espressione non secondaria nell’universo estetico e intellettuale di Capitini; del resto di poesia, prima che autore, fu appassionato lettore e cultore, come testimonia anche il suo curriculum di studi. Realismo e serenità in alcuni poeti italiani suona infatti il titolo della sua tesi di laurea del 1928; oggetto della tesi di perfezionamento, discussa nel 1929 sotto la guida di Attilio Momigliano, sarà invece il poeta da lui probabilmente più amato: La formazione dei «Canti» del Leopardi.

Questo volume curato da Piccini comprende dunque i versi giovanili di Terrena sede (1928) e Sette canti (1931), che, a parte una recensione del 1926, furono i primi scritti pubblicati da Capitini e precedettero di alcuni anni il libro, di taglio saggistico, che segnò il suo esordio vero e proprio, per quanto “sotterraneo”, sulla scena culturale italiana dell’epoca, Elementi di un’esperienza religiosa (1937). Atti della presenza aperta (1943) può però ritenersi il primo libro poetico dell’autore: «Se i miei Elementi del ’37 potevano appartenere ad una letteratura esistenzialistica, per altro verso il richiamo al singolo era inquadrato in nome dell’“apertura” e di un’escatologia. Il libretto degli Atti della presenza aperta espresse, nella forma letteraria di salmi molto sintetici, questa posizione costruttiva di apertura» (Attraverso due terzi di secolo).

Infine il Colloquio corale (1956), che può considerarsi l’opera della maturità poetica di Capitini e che assieme alla Compresenza dei morti e dei viventi ispirò anche il testo di una composizione musicale di Valentino Bucchi. Nel Colloquio Capitini prova a esprimere liricamente, in una composizione a più voci, il cuore della sua visione filosofico-religiosa: l’unità sostanziale di morti e viventi, il legame metafisico tra il singolo Tu e i Tutti, la percezione di una realtà corale nella quale ogni esistenza individuale si lega indissolubilmente a tutte le altre. Qualunque possa essere il giudizio in merito alla riuscita estetica della poesia capitiniana non c’è dubbio che essa costituisca una parte non scindibile, se non a prezzo di forzature, da un’opera complessiva profondamente organica. Tutti i registri stilistici di Capitini infatti e tutti gli aspetti da lui trattati (etico, filosofico, politico, pedagogico, ecc.) marciavano assieme e si corrispondevano l’un l’altro nell’elaborazione del suo pensiero e nel risvolto pratico dell’azione.

Si è scelto, appropriatamente, di far precedere queste pagine poetiche dalla ristampa di Attraverso due terzi di secolo, prima citato. Questo breve testo scritto da Capitini poche settimane prima della morte, avvenuta il 19 ottobre 1968, può considerarsi una sorta di piccolo testamento spirituale e costituisce probabilmente la lettura più indicata per cominciare ad accostarsi alla sua figura.

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