Bruno Segre, la Resistenza della Nonviolenza | Maurizio Pagliassotti e Marco Vittone intervistano Bruno Segre

 

Intervista. Partigiano e avvocato, paladino dei diritti civili: «Ho difeso centinaia di obiettori in tutti i Tribunali militari d’Italia, perché mi convinsi che la nonviolenza è forza non debolezza. La Storia ha bisogno a volte di punti di rottura»

bruno_segreNel suo studio settecentesco è stratificato il secolo breve. Qui lavora Bruno Segre, partigiano e avvocato. Novantotto anni di vita spesi come in un romanzo, tra pallottole bloccate da un portasigarette in metallo, alla Torino di Natalia Ginzburg e di Cesare Pavese, alle primissime cause in difesa degli obiettori di coscienza fino alla battaglia civile per il divorzio. Bruno Segre nella sua lunga vita ha vissuto tutto.

Partiamo da Torino, e dal suo cambiamento nel corso dei decenni.

Un immenso cambiamento. Ricordo una città piccola e gentile, con le lampade a gas nelle vie del centro, poi diventata grande e caotica, che ora torna ad essere più attraente, simile a quella che ho vissuto da ragazzo. Cambiano la cultura, nelle città come nella morale: per baciare una ragazza qui a Torino ci volevano mesi, corteggiamenti serrati. Ora, non è più così: tutto è divenuto più veloce. Una città cosmopolita, lo è sempre stata. Cosmopolita e industriosa, che ha fatto del lavoro un primato morale. Io ce l’avevo con la Fiat: i benefici del lavoro operaio li hanno avuti gli Agnelli, che hanno fatto ben poco per accogliere i nuovi lavoratori che giungevano dal Sud, e non solo, nella seconda metà del Novecento. Le spese per rendere la vita civile a queste persone (trasporti, ospedali, scuole, ecc.) se le accollò il Comune di Torino.

E gli Agnelli chi sono stati?

I padroni della città.

Cosa furono le leggi razziali a Torino?

Mi colpì l’indifferenza della gente: gli ebrei in Italia erano circa quarantamila, molti occupavano cattedre universitarie, alcuni erano filantropi che avevano gratificato con donazioni le Istituzioni cittadine. Ci fu una sorta di umiliazione collettiva. Una celebre caffetteria del centro espose il cartello: «Qui gli ebrei non sono graditi». Molte ditte dovettero chiudere o cambiare denominazione. Constatai un diffuso egoismo, la gente approfittava dell’emarginazione e discriminazione degli ebrei per prendere il loro posto. Cosa ancor peggiore fu l’espulsione dalle scuole. Quando furono attuate le normative antisemite, gli studenti ebrei all’università potevano terminare gli studi (io mi laureai con Einaudi) ma non proseguire altri corsi universitari. Viceversa gli ebrei tedeschi dovettero cessare subito il corso di studi senza laurearsi. Ciò palesa la sudditanza del fascismo agli ordini del nazismo. I fascisti emergevano per ignoranza e stupidità. Molti ebrei che non sapevano di essere tali, lo scoprirono solo quando furono perseguitati.

Perché entrò nella Resistenza?

Sono sempre stato antifascista: da ragazzo fui cacciato dall’aula scolastica perché mi dichiaravo contro la guerra in Etiopia. Nell’inverno del ’42 sono stato tre mesi incarcerato alle Nuove perché accusato di disfattismo.

Il momento dell’arresto?

Nel ‘42, avevo scritto l’unico articolo antirazzista apparso in Italia sulla rivista torinese L’igiene e la vita, subito soppressa. Nelle carceri Nuove la vita era terribile, quell’inverno fu il più freddo del secolo. I vetri delle celle erano rotti dai bombardamenti. Fu il generale inverno a bloccare l’avanzata dei carri armati tedeschi in territorio russo. Ci trattavano come animali, alla domenica ci davano pezzi di carne tratti da un sacco con la forchetta. Nel 1944 mi spararono addosso. Finii in via Asti, volevano sapere come avevo avuto un lasciapassare tedesco. Prima però mi sporsero su una finestra, e urlavano: «O parli o ti buttiamo giù». Non parlai, sotto c’era gente che passeggiava. Inoltre ignoravo chi, in sede clandestina, mi aveva donato il documento.

Cosa fu la fine della guerra?

La gente ballava per le strade, angloamericani e francesi vendevano le loro pubblicazioni di propaganda. C’erano grandi speranze di rinnovamento. Io volevo uccidere l’ex prete fascista Gino Sottochiesa che aveva scritto sui giornali nazifascisti articoli contro gli ebrei fomentando la propaganda antisemita. Per fortuna non lo trovai. S’era nascosto in un convento.

Chi si poteva incontrare a Torino negli anni ’50?

Presentai il libro di Pimo Levi, La tregua: era un personaggio solitario, malinconico. Ho frequentato Carlo Levi, Cesare Pavese e Leone Ginzburg: Pavese diceva che Carlo Levi era un po’ esibizionista. Natalia Ginzburg era mia compagna di classe al liceo Alfieri: a scuola scriveva componimenti erotici. Spiccava per la sua intelligenza.

Perché ha iniziato a difendere gli obiettori di coscienza?

Conobbi Aldo Capitini alla fine anni Quaranta. Mi fece conoscere il giovane sardo, Pietro Pinna, che aveva rifiutato di impugnare le armi e io lo difesi il 31 agosto 1949 dinnanzi al Tribunale Militare di Torino. Fu un processo clamoroso, vennero giornalisti dall’estero. Da allora ho difeso centinaia di obiettori in tutti i Tribunali Militari d’Italia, perché mi convinsi che la nonviolenza è forza non debolezza. Lo stesso ho fatto con i giudizi per il divorzio. Oggi è tutto normale. La Storia ha bisogno, a volte, di punti di rottura.


il manifesto, 26 aprile 2017

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