Corretta informazione: diritto o dovere? | Eleonora Ceccaldi

 


bufaleI social media sono un importante strumento di informazione, di condivisione e di conoscenza. Ma se la possibilità di condividere notizie ed informazioni dà alle notizie una diffusione maggiore, rende anche possibile la trasmissione incontrollata di notizie false, teorie pseudoscientifiche e tesi complottiste. Negli ultimi anni il termine bufala è entrato nel dibattito pubblico; e non si parla della celebre mozzarella campana. Con bufala si intende invece:

Svista, errore madornale; affermazione falsa, inverosimile; panzana” (Enciclopedia Treccani).

Il World Economic Forum ha definito la disinformazione sul web uno dei maggiori rischi per la società contemporanea. Se già Giulio Cesare affermava che “Gli uomini credono volentieri ciò che desiderano sia vero” , questo detto è ancora più valido nell’era dei social network. Gli studi, infatti, dimostrano che si selezionano i contenuti per pregiudizio di conferma. In pratica, si presta attenzione a quello che conferma le nostre credenze di partenza, ritenendo irrilevante tutto il resto. Per questo motivo, si formano gruppi che ruotano intorno a specifici temi, composti da persone che la pensano in modo simile, e che tendono quindi a rinforzarsi l’un l’altro, sbarrando la strada al confronto.

Sebbene questo fenomeno sia sotto gli occhi di tutti, sembra che ancora non siano stati creati gli anticorpi giusti per combatterlo. Da un ricerca della Stanford University, è emerso un quadro allarmante: l’82% dei ragazzi intervistati non era in grado di riconoscere una notizia vera da una creata a scopo pubblicitario, nonostante la dicitura “contenuto sponsorizzato”. Appare evidente come un’informazione corretta sia un dovere al quale avvicinare i giovani, un bene da tutelare e qualcosa per cui sentirsi responsabili in prima persona. Ma una corretta informazione è anche un nostro diritto.

Sul sito www.bastabufale.it, Laura Boldrini lancia il seguente appello:

Appello per il diritto a una corretta informazione

Essere informati correttamente è un diritto. Essere disinformati è un pericolo. Ho deciso di lanciare questo appello perché ritengo che il web sia un importante strumento di conoscenza e democrazia. Ma spesso anche luogo di operazioni spregiudicate, facilitate dalla tendenza delle persone a prediligere informazioni che confermino le proprie idee. In rete sono nati fenomeni nuovi, come le fabbriche di bufale a scopo commerciale o di propaganda politica e certo giornalismo “acchiappaclick”, più interessato a incrementare il numero dei lettori anziché a curare l’attendibilità delle fonti. Le bufale creano confusione, seminano paure e odio e inquinano irrimediabilmente il dibattito.  Le bufale non sono innocue goliardate. Le bufale possono provocare danni reali alle persone, come si è visto anche nel caso dei vaccini pediatrici, delle terapie mediche improvvisate o delle truffe online. Questo è il tempo della responsabilità. È necessario mobilitarsi, ciascuno di noi deve fare qualcosa per contrastare la disinformazione e contribuire a tutelare la libertà del web e la dignità di chi utilizza questo spazio che offre enormi opportunità culturali, relazionali ed economiche.

I principali social network hanno proposto qualche, seppur parziale, soluzione al problema. Facebook per esempio ha messo a disposizione degli utenti un “pulsante anti-bufala”, per segnalare bufale e notizie false. Ma è giusto delegare il nostro dovere (e diritto) ad un’informazione corretta ad un’azienda? O è forse necessario imparare ad avere più cura di quello che leggiamo, condividiamo e commentiamo?

schema_askUn interessante tentativo di risposta al problema della disinformazione è l’iniziativa chiedi le prove (http://www.chiedileprove.it), promossa dall’associazione Cicap. L’idea alla base è molto semplice: chiunque venendo a contatto con un’affermazione posta come “scientifica” (che provenga da una pubblicità, da un personaggio pubblico o da una rivista) può chiederne le prove. L’associazione darà poi visibilità alla risposta ricevuta, assicurando che l’affermazione sia basata su evidenze scientifiche, o sollecitando una risposta quando questa non sia stata fornita alla prima richiesta.

All’interno della nostra attività di volontari abbiamo proposto ai ragazzi dell’istituto Lagrange, con cui abbiamo all’attivo un progetto di peer education sull’incitamento all’odio online, un piccolo gioco, per riflettere con loro sull’importanza di fare attenzione a ciò che viene condiviso sui social. Lo scopo del gioco è “condividere” il maggior numero di notizie nel minor tempo possibile (nel gioco, questa azione è simulata attaccando su un tabellone bigliettini contenenti affermazioni di carattere generale); ma è anche fondamentale condividere nel modo migliore. Vincerà infatti non la squadra che avrà condiviso più, ma quella che lo avrà fatto meglio, che avrà cioè speso parte del suo tempo e dei suoi like (la “moneta” a disposizione durante il gioco) a verificare la notizia chiedendo informazioni sul contenuto ad un esperto, al contatto che l’ha condivisa o ai creatori della pagina.

Al di là del gioco, pensiamo che sia importante non dimenticare gli aspetti positivi dei social network (la vastità di contenuti, la possibilità di creare contatti, anche non virtuali, le possibilità interculturali), ma che sia anche necessario fare in modo che questi lati positivi non rimangano sepolti sotto il mare di notizie false o faziose che popolano, almeno per ora, il web.

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