Noi qua rubiamo le risorse, loro là muoiono | Cinzia Picchioni

Quasi in diretta, da Biennale Democrazia

pròfugo s. m. (f. -a) e agg.

[dal lat. prof?gus, der. di profug?re “cercare scampo”, comp. di pro-1 e fug?re “fuggire”]
(pl. m. -ghi).
Persona costretta ad abbandonare la sua terra,
il suo paese, la sua patria
in seguito a eventi bellici,
a persecuzioni politiche o razziali,
oppure a cataclismi come eruzioni vulcaniche, terremoti, alluvioni, ecc.
(in questi ultimi casi è oggi più com. il termine sfollato)

In questo stesso momento ci sono decine di decine di conflitti per le materie prime. Prima di vendere le armi ai Paesi cosiddetti in via di sviluppo, prima di mandare i militari in “missioni di pace”, prima di inviare navi, aerei, jeep dove intendiamo “insegnare la democrazia”, abbiamo richiesto materie prime per i nostri bisogni – indotti dalla pubblicità nella maggior parte dei casi. O abbiamo sfrattato intere tribù e popolazioni dalle loro terre perché erano interessanti per la multinazionale di turno – che deve poter scavare, raccogliere, esportare, trasportare, metalli preziosi, terre rare eccetera per l’Occidente. Noi. Proprio noi che stiamo leggendo. E che stiamo leggendo sullo schermo di un computer (o un telefonino, o un… dispositivo qualunque) per fabbricare il quale sono stati estratti quei componenti che – sfortunati loro – si trovavano proprio sotto il suolo dei villaggi dei cosiddetti “profughi ambientali”.

Marica Di PierriPrima che il cervello mi vada in cortocircuito provo a dire che cosa ho capito all’incontro – di Biennale Democrazia – del 31 marzo u.s., con Marica Di Pierri e Valerio Calzolaio. Di quest’ultimo, sull’argomento, è già uscita una recensione, firmata Nanni Salio.

Eh sì! La recensione è del 2011, sei anni fa! Nel frattempo è uscito dell’altro, anche dello stesso autore, come Libertà di migrare (per Einaudi, con Telmo Pievani, nel 2016).

valerio-calzolaioValerio Calzolaio ha subito voluto chiarire i termini, dicendo che il profugo, chi va via dalla propria terra, lo fa, di solito, per “improvvisa inospitalità del luogo in cui stava”. Improvvisa??? Non è improvvisa, è programmata, quando non prevista, oppure è “spinta”, nel senso che la multinazionale di turno va dai contadini che hanno la loro terra, la loro casa, le loro stalle, la loro vita su un terreno – o nelle vicinanze – che si è rivelato interessante per le attività estrattive (di solito) e gli propongono soldi e vantaggi dal suo spostarsi da lì. Oppure gli propongono soldi e mezzi per coltivare la tal specie vegetale invece di quelle che finora ha fatto crescere per la sussistenza sua e della famiglia. Di solito il contadino accetta (di spostarsi e/o di coltivare) e se non lo fa viene “convinto” “a forza”.

A noi serve l’olio di neem? Vai con coltivazioni intensive, al posto delle verdure da mangiare. Agli allevamenti animali (per poi nutrire noi, anzi, chi di noi mangia ancora carne) serve la soia? Vai con monoculture del prodotto “di moda” in quel momento. Così poi quella terra in breve tempo si isterilisce e si desertifica così i contadini che l’abitavano non hanno più di che vivere, e, quando la multinazionale se ne va (perché se ne va! In cerca di altre terre da espropriare e da coltivare/sfruttare/scavare/esaurire), devono spostarsi, di solito verso la più vicina città, in cerca di lavoro e mezzi di sussistenza; e se non li trovano nemmeno lì prendono il mare su un gommone e arrivano… a Lampedusa!

All’origine di tutti questi poveri esseri che arrivano in Italia ci sono le avide richieste che provengono dallo stesso Paese (o simili, tipo l’intera Europa e poi gli Stati Uniti e…).

Mentre ascoltavo queste parole scorrevano le immagini delle mappe “delle ingiustizie ambientali” (stilate da un’organizzazione (www.ejatlas.org), che è il “solito” acronimo: environmental (ambientale) justice (giustizia) atlas (atlante). Si vedeva chiaramente che i cataclismi “naturali” (tipo alle Maldive che rischiano ogni giorno di essere sommerse dalle alluvioni/tsunami dovuti al riscaldamento globale) colpiscono Paesi che non hanno nulla a che vedere con i cambiamenti climatici (causati dall’inquinamento di altri Paesi che non subiscono affatto i nubifragi!) In compenso, i Paesi alluvionati, desertificati, resi sterili da coltivazioni dissennate, pagano il prezzo più alto. Per essere più semplici: in Italia provochiamo inquinamento climalterante e al massimo avviene un’alluvione a Genova; alle Maldive non inquinano ma i cambiamenti climatici causano alluvioni che sommergono le isole. Questo fenomeno ha un nome: ingiustizia climatica, che significa: “chi inquina non subisce le conseguenze dei cambiamenti climatici dovuti all’inquinamento”. Tutto questo era molto evidente nelle mappe che sono state proiettate, che si trovano – se volete documentarvi – all’interno di questi tre siti, tutti molto interessanti, da consultare ogni tanto, per non dimenticare quello che sta accadendo e per non credere mai più alle “guerre tribali”. Le guerre sono sempre per le risorse:

www.ejatlas.org

www.atlanteitaliano.cdca.it

www.asud.net

Dati, numeri, previsioni

Riporto qui, un po’ sparse, altre notizie che ho letto/visto durante l’incontro a Biennale Democrazia.

Dall’Africa verso il Nordafrica – e poi in Europa – nel 1994 si muovevano 25 milioni di profughi. Nel 2050 è previsto che saranno 200 milioni (come si evince dal dossier di Legambiente (https://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/dossier_profughi_ambientali_1.pdf), che fuggono da “improvvisa inospitalità del luogo in cui vivevano”, che fuggono da conflitti (per il controllo delle risorse energetiche, altroché tribali!!!): il 40% dei conflitti negli ultimi 60 anni sono per le risorse, per le risorse, per le risorse!  Dal 1990 al 2009 i conflitti connessi alla gestione delle risorse sono stati 18. Per  l’acqua, solo nel 2015, i conflitti sono stati 37!

Già nel 2001 World Disaster Report (della Croce Rossa) riportava che il numero di profughi ambientali era più alto di quello di Profughi di guerra (www.ifrc.org).

Il 90% dei disastri “naturali” sono legati ai cambiamenti climatici.

Nel 2015 ci sono state 27,8 milioni di migrazioni interne (di cui 19,2 per calamità “naturali”), ma le cause che obbligano le persone a migrare sono in parte “calamità naturali” e in parte i progetti di “sviluppo” che con i loro land grabbing, water grabbing, devastazioni, grandi dighe, dalla metà degli anni 2000 hanno causato 15 milioni di profughi all’anno, per progetti di “sviluppo” (dati anche da International Consortium of Investigative Journalists, una rete internazionale di giornalismo d’inchiesta – con sede a Washington – nata nel 1997 e che oggi conta 185 giornalisti disseminati in 65 Paesi).

Un’enciclica pap(ambient)ale!

Persino papa Francesco, nella sua enciclica Laudato s?’, sottolinea lo stretto legame, il nesso addirittura, tra i cambiamenti del clima e le migrazioni forzate, ricordando come una vergogna il fatto che oggi il rifugiato climatico-ambientale non abbia ancora un riconoscimento giuridico (e così Salvini e quelli come lui possono accusarlo di essere un clandestino: “mica fugge da una guerra!”); il rifugiato climatico-ambientale non ha diritto nemmeno alla protezione umanitaria, perché ancora non si è capito che è molto difficile isolare le cause che l’hanno spinto a fuggire: guerra, clima, ambiente, ragioni economiche, che sono spesso tutte legate tra loro, anche a doppio filo.

Olimpiadi e pace

Ma durante le Olimpiadi non si fermavano le guerre? Forse è una leggenda, perché attualmente non solo non si fermano le guerre, ma durante i giochi (e anche grandi eventi sportivi di altro genere) si causano guerre e conflitti con le popolazioni che li ospitano.

Boicottare la Cina, non solo per il Tibet

La Cina sta curando in modo quasi maniacale l’organizzazione delle Olimpiadi, per dimostrare la “modernità” del suo regime. E anche noi non dovremmo essere complici di questo (anche se lo sport ci piace, è bello da vedere e da sempre è ammantato di un’aura “pacifica”, con tutti i Paesi insieme che partecipano eccetera), considerando i modi oppressivi del regime cinese (in casa e fuori). Per quanto riguarda l’oppressione interna, proprio in previsione delle Olimpiadi sono state sfollate 1.500.000 (un milione e mezzo!) di persone, senza risarcirle, per poter costruire infrastrutture e edifici olimpici; gli operai lavoravano nell’edilizia anche 14 ore al giorno (provenendo dalle campagne e spesso solo in cambio del cibo); l’acqua per il Villaggio olimpico è stata rubata all’Hebei, una regione già scarsa di acqua, che viene razionata; infine le forme di dissenso politico (e religioso) sono state messe a tacere in modo ancor più aspro, in vista delle Olimpiadi, per evitare pubblicità negativa (Fonte: www.europaoggi.it)

Boicottare il calcio, non solo per le violenze negli stadi

Nel passato – Mondiali di calcio, Brasile 2014 – c’è stato lo sfollamento forzoso di migliaia di residenti che abitavano in comunità povere nei pressi dei cantieri. Le conseguenze drammatiche (e meno evidenti) sono state calcolate da una rete di attivisti impegnati nelle 12 città brasiliane dove si sono svolte le partite: le persone sfollate a forza dalle loro case sono state 170mila… per i Mondiali di calcio…

Boicottare le monoculture, non solo perché impoveriscono il terreno

Donald Trump (non lo posso proprio scrivere: “presidente degli Stati Uniti”!!!) insiste nel voler costruire il tristemente famoso muro, eppure basterebbe smettere di coltivare intensivamente i terreni. Si è registrato, dati alla mano, che anche le coltivazioni intensive causano profughi. Dal Messico, per esempio, le persone si spingono verso gli Stati Uniti a botte di 900mila l’anno, perché non possono più restare sulle proprie terre, coltivarle, mantenere le famiglie… e vanno in cerca di lavoro in America, proprio come facevano i nostri bisnonni dall’Italia meridionale. Eppure a me non sembra difficile da capire, e voi?

Boicottare la Turchia, non solo per…?

Fonte: www.mareeonline.com, 16 novembre 2012

Con 22 dighe la Turchia, già ricca di risorse nel suo sottosuolo, 

si pone l’obiettivo di diventare primo venditore di acqua

ai Paesi limitrofi e bisognosi come Arabia Saudita, Israele e Kuwait. 

Laghi prosciugati, popolazioni impoverite.

Un fiume, una storia millenaria, una guerra del futuro. Ciò che la Turchia sta facendo all’Iraq potrebbe essere il banco di prova per quello che molti analisti vanno dicendo da tempo: a breve il mondo si troverà a combattere per l’acqua e non più per il petrolio.

Da anni si sente parlare del progetto gap (Great Anatolian Project), ossia la costruzione di 22 dighe in territorio turco che dovranno regolare il flusso delle acque dei fiumi Tigri (8 dighe) ed Eufrate (14) che, oltre ad essere i due fiumi più famosi della storia dell’umanità, sono anche una risorsa vitale per il confinante e disastrato Iraq. Più che di regolamentazione si dovrebbe parlare di vero e proprio saccheggio, visti gli effetti disastrosi per il territorio iracheno della costruzione già completata di molte di queste dighe.

In soli due anni, dal 2007 al 2009 il lago Baghdadiyah è stato prosciugato e stessa sorte è toccata, in 7 mesi, allo Um-Al Tayar. Le Marshes (paludi già svuotate due volte da Saddam Hussein per assetare la popolazione ribelle) e il loro patrimonio naturale sono a rischio desertificazione, come testimonia la morte del lago Chibaysh-Midynah e di tutta la sua fauna. Non possiamo dimenticare la città di Hasankyef, con i suoi oltre 10.000 anni di storia e il patrimonio artistico, che rischia di essere svuotata di abitanti e quindi abbandonata.

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