Violenza contro le donne: Pace positiva | Johan Galtung

L’Alfàs del Pi, Spagna

Siamo in presenza di emancipazione femminile, declino della famiglia patriarcale e femminicidio, quest’ultimo secondo l’ONU [i] particolarmente frequente in Guatemala, Mexico e Australia-Canada-Sud Africa-USA. E anche qui in Spagna le donne vengono uccise da (ex-)mariti ed (ex-)amanti: 44 dai “loro” uomini nel 2016, 60 nel 2015[ii], nei primi due mesi del 2017 forse 17[iii]. Perché?

La coppia è una mini-società; uccidere nel suo ambito equivale a una guerra civile. La Spagna ebbe una grossa guerra civile nel 1936-1939; obiettivo di Franco era recuperare una Spagna normale. Che il femminicidio spagnolo intenda recuperare la normale famiglia spagnola? Da parte di uomini politicamente a destra, così numerosi che le uccisioni continueranno? Un’ipotesi. Una prognosi pessimistica. Si consideri la Colombia, un prodotto della Spagna ancora in mano ai “poteri reali”, che uccidono anche le donne.

Ma c’è stato mai qualcosa di simile alla “normale famiglia spagnola”? Sì. In una società feudale fondata sulla proprietà fondiaria e la sua protezione militare ed espansione, le famiglie dei proprietari terrieri e degli ufficiali sarebbero “normali”; come pure le famiglie dei braccianti agricoli e dei soldati.

Ma i poderes fácticos, i poteri effettivi, in Spagna comprendevano il clero precluso dall’avere famiglia in conseguenza del celibato. Quanto mai “normale” era una famiglia di proprietario terriero con tre figli (maschi): il prossimo proprietario, un militare, un prete. In quanto fratelli, i poderes fàcticos si moltiplicavano.

E le donne? Loro compito era produrre quei tre figli, e tutte le figlie inevitabili. Inoltre gestivano la famiglia.

Poi l’avvento dell’emancipazione femminile in quanto diritto umano, a un voto in società, al rifiuto di sposarsi, con chi nel caso, se avere figli, quanti.

Poi la reazione maschile. Parlandone con qualcuno, si sente la solita formula nota a proposito di razza e di rapporti fra capo e sottoposti in generale: se le donne salgono di livello ci tratteranno come noi abbiamo trattato loro. Invece del patriarcato, avremo il matriarcato, dice qualche uomo.

Non è così, rispondono le donne, vogliamo parità, condividere il buono e il cattivo, quanto è detestabile, fastidioso, degradante.

E qui entra in gioco la terapia, la cui formula generica è parità. Salvo che agli uomini bisogna dirlo; e nessuno l’ha fatto. Il governo ad ogni livello – statale, regionale, provinciale, municipale – avrebbe dovuto esaltare la parità socialmente, nella coppia, sessualmente; spiegando, esplorando, celebrando. Come prodotti di strutture di genere verticali, molti uomini conoscevano solo la verticalità, temendo l’alternativa. E così il governo fece fiasco.

Per molti uomini le donne erano un possesso che avevano diritto di distruggere. Illegale, ma forse essi credevano a una “legge” al di sopra del codice legale. Molto ordine deriva dalla legge, ma la “struttura” copre anche più che la legge.

Parità vuol dire condividere il bene e il male. Come condividere un lavoro, per esempio in un ufficio postale, a un banco di negozio, o con l’uno e l’altra a gestire quel negozio. Partendo magari con due al prezzo di uno, poi due a prezzo uguale per tutt’e due. Il punto è avere un uguale diritto ad uscire di casa, incontrare gente, contribuire alla vita sociale col lavoro, proponendo cambiamenti per il meglio. Una creatività congiunta può essere più che la somma dei due.

Oppure come due carriere separate che s’incontrano nella coppia, scambiandosi esperienze, avendo storie da raccontarsi a reciproco arricchimento.

E in famiglia non solo mangiando insieme, ma spartendosi il cucinare, il bucato, le stoviglie, le mansioni ingrate. Senza che debba essere tutto matematicamente uguale ma con elementi di entrambi per entrambi, in modo che sappiano ciascuno come sono la vita sociale e famigliare dal punto di vista del proprio partner.

Polizia-avvocati-tribunali possono evitare il male, non costruire il bene.

Si prenda un elemento essenziale della vita famigliare: i pasti. Si facciano le tavole rotonde così che non ci sia un capotavola – tradizionalmente il patriarca. Si faccia conversazione come a una festa, ognuno ha diritto di parlare e il dovere d’ascoltare, ma non per troppo tempo, arrivando svelti al sodo.

Si prenda un elemento essenziale della vita sociale: lo spazio pubblico. Ci siano strade con nomi in onore di donne, non solo uomini. E in quanto ai monumenti: per favore, non l’uomo a cavallo, che brandisce la morte. Ci siano monumenti alle donne che fanno sbocciare nuova vita. Si mostrino famiglie felici, riunite in modo paritario ai pasti, per la casa.

Il punto fondamentale è aprire la mente maschile a un “noi insieme” per migliori matrimoni, e anche per cambiare la loro mentalità “noi contro di loro”. Meglio che trattare le donne come serve-prostitute pagate in moneta di “sicurezza” per rigovernare le stoviglie, lavare la roba, occuparsi dei bebé e insieme dei bambini, degli infermi e dei vecchi, e condividere la loro gratitudine. La disoccupazione può offrire un’occasione di fare più cose insieme, e la si dovrebbe cogliere.

Poi, riguardo al sesso: davvero interazione! Intimità. Che cosa significa equità, concretamente? Non che il maschio entri in gioco quando gli aggrada, si sbrighi per poi accasciarsi lì di fianco a dormire e russare – lasciando la donna grevemente insoddisfatta. Ma prendersi tempo, mezz’ora e non qualche minuto, pian piano, rimandando o dosando l’eiaculazione, infine. Imparando dalla cultura cinese. O lasciandola anche perdere, non è poi così complicato: faccia a faccia, baciandosi a fondo, lui affondato in lei, con movimenti garbati e lievi pressioni, semplicemente godendo, e godendo della gioia del/la partner; mostrandola, dicendola. Una gioia doppia, condivisa, è almeno una gioia tripla.

Ci serve informazione, propaganda. Divulgazione a piene pagine sui quotidiani, è un modo effettivamente in uso in Norvegia per un’educazione sessuale avanzata, non solo sui rischi e i pericoli, ma sui piaceri e la parità; pagine da conservare. I media medierebbero, non solo fra Stato, Capitale e Società civile ma ben addentro la società civile stessa dove i rapporti fra uomo e donna possono essere quanto di peggio. L’uno e l’altra sanno che quel certo consiglio è stato letto anche dall’altro/a e viene coinvolto nella stessa visione. S’è fatta ora di parlarne per esteso, con calma.

Avanzeremo così dalla guerra civile – il fronte uomo-donna nella società e nelle coppie – alla pace civile, negativamente intesa come riduzione della violenza, e positivamente come costruzione di una pace positiva nelle coppie.

Non aspettiamo che le cose si avviino a soluzione da sole: non lo faranno.

Le vite femminili importano! Da un po’ è tempo di agire. Ma è pur sempre meglio un tardivo adesso che mai. Ci sono molte vite da salvare.

Una prognosi ottimistica: si può por fine al femminicidio entro il 2050, non con critiche e sanzioni, bensì con alternative soddisfacenti per l’uno e l’altro genere.


NOTE:

[i].  UNWOMEN, Agile statistica sui casi di violenza contro donne e ragazze

[ii] Spania-Posten 6 gen. ‘17

[iii]. In qualche caso l’uomo si suicidò, eventualmente come patto suicida uomo-donna in una situazione ritenuta disperata.


#474, Johan Galtung – 27.03.17
Titolo originale: Violence against Women: Positive Peace
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Una replica a “Violenza contro le donne: Pace positiva | Johan Galtung”

  1. Sì, è una vera guerra civile e, le autorità trascurano tale conflitto. Le donne, a cominciare dalle religioni sono sempre state discriminate e lo sono ancora. Necessitano campagne educative che partono dalle infanzie e nelle scuole d'ogni livello, con corsi prematrimoniale obbligatori più, vigilare le coppie fin da inizi

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