La terra ha i suoi diritti | Recensione di Cinzia Picchioni


cop_terra-ha-suoi-diritti-libroVandana Shiva con Lionel Astruc, La terra ha i suoi diritti, Emi, Bologna 2016, pp. 208, € 18,00

Accaparramento di terre,
distruzione della biodiversità tramite i prodotti chimici,
saccheggio delle risorse e dei saperi,
sementi rese sterili… Per Vandana Shiva,
questi fatti corrispondono a una guerra
condotta contro la natura
paragonabile ad altri conflitti.
Le sue proporzioni e la sua violenza
non dovrebbero rimanere sottostimate, p. 16

Emi è un acronimo che sta per Editrice Missionaria Italiana; e, non contenti di giocare – bene – con le parole, gli editori hanno intitolato emisferi lo “scaffale Emi dedicato al nostro mondo com’è, e come lo vorremmo”; in più il libro presentato questa settimana esce per una Collana – Cittadini sul pianeta – diretta da Francesco Gesualdi. Inquadrato così, il libro mi ha rassicurato fin da subito circa la sua qualità, ma ciononostante mi sono messa a leggerlo – per intero – e ho scoperto che, oltretutto, si legge in fretta e senza mai annoiarsi.

Belle domande, lunghe risposte

Vandana Shiva risponde ai molti interrogativi di Lionel Astruc (che in copertina appare “con” l’autrice) le ha posto, standole accanto “tra una conferenza e l’altra, o un processo o una manifestazione […] in un aereo o su un treno, o persino, quando pensa di aver trovato un po’ di pace con una tazza di chai in mano, sulla terrazza del suo centro ecologico” (p. 6). Un’intervista dunque, come recita il sottotitolo del libro: land grabbing, Navdanja, Chipko, Coca Cola (p. 66), naxaliti, l’Italia (e l’acqua, p. 63), racconti dettagliati di incontri, lotte e visite ai contadini indiani, rapporti con le multinazionali, c’è tutto quello che riguarda Vandana Shiva e la sua attività, instancabile, di ecologista, anzi di ecofemminista.

Un nonno come maestro

Il femminismo Vandana l’ha respirato in casa fin da piccola, quando il nonno materno intraprese una sciopero della fame per ottenere la creazione di una scuola femminile; l’autorizzazione giunse, ma era tardi. Il nonno era morto. Vandana aveva 4 anni, e la scuola è aperta ancora oggi che ne ha 65 (si chiama Chotty Ram, e accoglie tremila ragazze al villaggio di Duhai, nell’Uttar Pradesh).

Sua madre “era femminista già negli anni Quaranta, quando la parola nemmeno esisteva in India” (p. 140), producendo personalmente quasi tutto il cibo della famiglia; tra i vari impegni nel sociale, apparteneva al movimento Chipko, di cui anche Vandana divenne attivista a 21 anni, sposando la causa della “femminilizzazione della società” leggendo Simone De Beauvoir e seguendo la prospettiva di Gandhi, che pregava “Dio per diventare più femminile” (p. 159).

Con suo padre – che faceva la guardia forestale – trascorreva i tre mesi invernali in spazi selvaggi, nelle valli himalayane, camminando in silenzio per 20 o 30 chilometri ogni giorno, insieme alla sorella e al fratello.

Figli di Gandhi, Sanremo e il papa

La casa in cui Vandana Shiva è cresciuta era una specie di rifugio che accoglieva persone di classi sociali e religioni diverse: compagni di Gandhi – citato spesso nel libro – donne in lotta per qualcosa, ma anche Indira Gandhi, e chiunque “necessitava di aiuto per una lotta ambientale o sociale sapeva di essere il benvenuto, anche per sostarvi e trovare un piatto caldo e un tetto sotto il quale riposare”, (pp. 201-202). Gandhi è citato anche a proposito della disobbedienza, a p. 187, quando Vandana Shiva ricorda i tre pilastri secondo il Mahatma: satyagraha (“lotta per la verità”), swadeshi (“autosufficienza”) e swaradij (“autodeterminazione”), e lo fa chiamando a testimone l’opera fondamentale di Gandhi, Hind Swaraj (uscito nel 1909), qui citato nella versione italiana, Gandhi Edizioni, Pisa 2010; presso il Centro Studi Sereno Regis è stata organizzata una serie di incontri di lettura, anni fa (forse è ora di riproporli?). In quel libro troviamo un’affermazione di Gandhi: “Finché sussisterà la superstizione di dover obbedire a leggi ingiuste, gli uomini saranno tutti schiavi”. E Vandana Shiva ritiene l’asserzione attuale come non mai, oggi che “gli uomini subiscono una nuova forma di schiavitù basata sul consumo, la sottomissione alla finanza e alle imprese sementiere”.

Vandana Shiva invita gli europei a essere chiamati “figli di Gandhi”, continuando a praticare i tre pilastri gandhiani, come fanno i movimenti della Transizione, dei Colibris (fondato da Pierre Rabhi: www.colibris-lemouvement.org) o degli Incredible Edibles (movimento inglese che promuove l’utilizzo di ogni metro quadro di terra per coltivare specie commestibili http//incredibleediblenetwork.org.uk). A proposito di disobbedienza non ho potuto fare a meno di ricordare le parole di una delle più belle canzoni dell’ultimo Festival di Sanremo: il cantante, Ermal Meta, racconta la vicenda di sua madre e del padre violento – a cui lui, ragazzino, si ribella – e tra le parole cantate ci sono quelle della madre “Le tue parole sono adesso una canzone: “cambia le tue stelle se ci provi riuscirai e ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai […] ricordati di disobbedire e che è vietato morire””. Sempre in televisione, sabato scorso (25 marzo 2017) stavo guardando, in diretta, papa Francesco allo stadio di San Siro, a Milano, davanti a 80mila persone. Rispondeva alla domanda di una catechista che gli chiedeva come insegnare ai ragazzi. Lui ha risposto con una semplice, efficacissima, frase, mentre si toccava la testa (pensare) e il cuore (sentire), e mostrava le mani aperte (fare). Ha proseguito insistendo che ogni cosa debba essere proposta utilizzando tutt’e e tre le facoltà: non solo mente, non solo cuore, non solo azione. Non ho potuto fare a meno di riflettere sulle “famose” tre parole-chiave del Centro Studi Sereno Regis di Torino: ricerca (mente) educazione (cuore) azione (mani), nonché i pilastri dell’antroposofia e della pedagogia steineriana: pensare, sentire, volere. Tutto uguale! E anche qui, nel libro presentato in questo numero della “newsletter”, Vandana Shiva fa riferimento alla fondamentale “triade” con parole molto chiare, che riporto integralmente, in risposta alla domanda che Lionel Astruc le pone circa l’approccio spirituale di Gandhi: “Credo che la militanza cominci nella mente, nel cuore e nelle mani di ognuno. Coloro che fanno guasti al nostro pianeta usano solo la testa. Non si lasciano guidare dal cuore e dalla coscienza e sottostimano l’importanza del lavoro manuale. […] Quando le mani non lavorano, il cervello funziona solo parzialmente. […] Il cambiamento interiore deve quindi passare dalla riscoperta del lavoro manuale”, p. 189-190). Nell’organizzazione fondata dalla celebre ambientalista, dove giungono stagisti da tutto il mondo, si nota che più hanno studiato più hanno bisogno di indicazioni per sapere che cosa fare, mentre chi svolge compiti manuali “vede da solo che un campo deve essere arato. Sono persone intimamente connesse alla terra”.

Non a caso il simbolo delle battaglie di Vandana Shiva è il seme.

Semi e sari

Per le sue lotte contro multinazionali, lobbies, Vandana Shiva continua a indossare il tradizionale sari, tessuto con cotone artigianale, senza portare gioielli né truccarsi (a parte il talik, tradizionale segno rosso al centro delle sopracciglia) perché – ha dichiarato – “per me essere una donna liberata comportava, tra le altre cose, assumere le proprie origini anche mettendo vestiti nei quali mi sentissi bene […] quell’incatalogabile modo di vestire mi si addiceva”, pp. 146-147. E ancora “Nella nostra famiglia non si consumava né carne né alcol e vivevamo in sobrietà, anche per quel che riguarda il nostro modo di vestire: mio padre portava gli stessi indumenti per molti anni […] Mia madre vestiva abiti unicamente di cotone artigianale”, p. 201. Già…! Anche la battaglia per il cotone viene descritta con parole appassionate, in questo libro, a partire da una domanda che riguarda i legami tra ciò che compriamo e la libertà dei semi. Il cotone è prodotto a partire da organismi geneticamente modificati: in India il 95% del cotone proviene da semi ogm: “Tutti dovrebbero quindi sapere, quando comperano una camicia, che con ogni probabilità è stata prodotta lungo una filiera che in India è all’origine di suicidi […] procurarsi prodotti proveniente dall’agricoltura biologica – ad esempio il cotone bio – rientra nelle azioni positive che i consumatori occidentali possono fare per ridurre il loro impatto sociale ed ecologico”, (pp. 100-101). Grazie al libro scopriamo che anche artisti (Manu Chao ad esempio, con la sua canzone Te lo digo Y te lo canto: fuera Monsanto!) partecipano a loro modo alle lotte per la libertà dei semi.

Gandhi è chiamato in causa anche proprio per l’azione individuale, quando Vandana Shiva risponde che non sia necessaria una “massa critica” e che il Mahatma, con la sua frase-koan “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” (p. 197) intende proprio “Fai tu per primo quello che vorresti gli altri e gli altri ti seguiranno” (ivi), cioè non aspettare che il sistema cambi, che lo Stato promulghi le leggi, che si diventi “tanti” perché altrimenti l’azione è isolata e non serve a nulla. No invece, diceva Gandhi e dice Vandana Shiva: “Le persone vengono a visitare Navdanya perché qui noi trasformiamo le nostre parole in fatti. […] la nostra Università della Terra, come pure il nostro partner britannico, lo Schumacher College – che come noi insegna la transizione ecologica – sono luoghi importanti […] dove coloro che vogliono mettere in pratica il cambiamento possono reimmaginarsi”, (p. 198).

Di-sperazione e speranza

Mentre si leggono i racconti delle lotte, le scorrettezze delle multinazionali, gli stratagemmi adottati dalle aziende per evitare le leggi, le minacce rivolte a Vandana Shiva (anche tramite messaggi anonimi rivolti al figlioletto e al padre!), i suicidi dei contadini costretti a comprare solo quelle sementi (ogm) indebitandosi senza speranza è facile cadere nella di-sperazione. Il libro però è anche ricco di speranza, ricco di dati, ricco di indirizzi e siti da visitare per scoprire che bisogna continuare, come Vandana Shiva, a battersi per i diritti dei semi, dei contadini, delle donne, e, soprattutto, dell’intero pianeta, verso cui è in atto una vera e propria guerra. “Si parla di guerra per indicare i campi di battaglia come la Siria, la Libia, l’Ucraina, l’Iraq o l’Afghanistan. Ma la più grande guerra che attualmente si combatte è quella contro il nostro pianeta. […] difendere i diritti della Terra Madre è la lotta più importante, tanto per l’ambiente come per i diritti umani e la giustizia sociale.[…] è questa la lotta con le maggiori chance di portare a una pace duratura e a una situazione di stabilità”, pp. 170.

Sarà perché siamo dello stesso segno zodiacale? Sarà perché anch’io fin da piccola andavo con mio padre in montagna, a dormire sotto gli abeti, a cucinare con la neve, a esplorare il mare di notte? Sarà perché anche mia madre (classe 1918) era una femminista ante-litteram, additata come “pocodibuono” nel suo piccolo paese umbro per le scelte controcorrente (indossare i pantaloni, andare a teatro, fumare in pubblico, sposare un uomo più giovane, trasferirsi a Milano…)? Sarà perché anche mio nonno, socialista, ha accolto la figlia e il suo bambino nato fuori dal matrimonio, dandogli il proprio cognome purché non finisse in orfanotrofio come “figlio di nn”? Io credo alle sincronicità, e sta di fatto che sono completamente d’accordo con le parole di Vandana Shiva, soprattutto quelle che riguardano il pianeta e l’esempio personale come elementi vincenti in questa lotta. Sono d’accordo perfino sulla riflessione che il libro mi ha obbligato a fare riguardo al deposito di semi alle isole Svalbard, su cui avevo scritto a suo tempo una “Pillola di semplicità volontaria”: la Shiva mi ha fatto pensare che in effetti chiudere dei semi in una cassaforte può essere inutile: in futuro, quando si prenderanno quei semi per piantarli, saranno cambiate tutte le condizioni climatiche, e le sementi rischieranno di non germogliare o anche di morire; l’intenzione di chi ha creato il deposito mondiale dell’isola Spitzberg, alle Svalbard è buona: non far scomparire le sementi delle diverse colture praticate nel mondo; tuttavia – afferma la Shiva – il seme, blindato in una cassaforte “non può evolvere e adattarsi all’evoluzione dei suoli e del clima, come fanno gli altri semi che mutano costantemente da una generazione all’altra. […] È quindi necessario promuovere una gestione dinamica ed evolutiva della biodiversità”, p. 120. Lei l’ha fatto fondando 120 banche dei semi (della rete Navdanya), che agiscono su tre livelli: raccolta, piantagione, diffusione. Ma per fortuna non è la sola; nel libro cita altre organizzazioni che fanno, appunto, ben sperare: in Europa www.kokopelli-semences.fr e www.semencespaysannes.org (Francia); www.semirurali.net (Italia); www.arche-noah.at (Austria), e vorrei aggiungere un pioniere italiano, Giannozzo Pucci, che per primo diede vita (negli anni Ottanta) alla Fierucola dei semi, a Firenze, un mercato-scambio delle sementi per i contadini di tutt’Italia (quelli “vecchi” e quelli “nuovi”, che tornavano alla terra come scelta di vita alternativa, www.lafierucola.org). E sicuramente dimentico qualcuno. Chi non dimentica è Vandana Shiva, che a p. 158 scrive: “In Italia lavoro con un gruppo che si chiama “Donne in campo”. Il loro punto in comune è che provengono da settori diversi e si sono riconvertite all’agricoltura. Hanno tutte capito che quel che facevano nelle loro professioni precedenti aveva sempre un legame, più o meno diretto, col cibo” (www.donneincampo.it). Già… come Carlin Petrini ha detto agli studenti di Cles: “Cari ragazzi, tornate alla terra, perché non si vive mangiando computer” (www.cooperazionetrentina.it).

Che cosa ci portiamo a casa?

Di non usare il neem né nulla che lo contenga.

Di non mangiare le patatine fritte confezionate, la cui coltivazione (ordinata dalla Pepsi) su larga scala si mangia il territorio e, in India, prevale sulle colture per il consumo familiare.

Di non credere alla “cieca superstizione” (parole di Vandana Shiva) che fa credere all’esistenza di una ricetta per nutrire il mondo (studi e risultati alle pp. 89 e ss.)

Di fare presto nelle nostre scelte e della nostra lotta, perché “ogni ora che passa equivale a ettari di terre saccheggiate, a famiglia espropriate o rovinate, a vite umane perdute. Una lotta in cui ogni anno sprecato giova alle lobby e ci avvicina ancor più al punto di non ritorno, che si tratti dei cambiamenti climatici, della biodiversità e dell’esaurimento delle risorse”, (p. 6).

Di mettere le donne – o, meglio, la shakti (che per gli indù è il principio femminile e al contempo la forza creatrice) – al centro delle decisioni, come auspicava Gandhi con l’intuizione di “femminilizzazione” della società (p. 15)

Che a Roma c’è un gruppo di disoccupati (ex Eutelia, tra gli altri) che ha ideato e conduce un progetto: dedicarsi alla terra per la loro sussistenza e per i quartieri della città. È nato così EutOrto.eu, un blog su cui i protagonisti raccontano la loro esperienza (notizie anche in: www.effettoterra.org nome geniale!)

Che l’Europa non produce quasi niente, che la crisi qui provoca una crisi peggiore in India, e che stiamo subendo le conseguenze dei privilegi che ci siamo dati: lo stile di vita in primis.

Che, come cittadini senza orto, possiamo “cucinare con gli ingredienti più vari”, riscoprendo le ricette della nostra tradizione e dei nostri avi; possiamo unirci ai “Falciatori volontari (di ogm)” e/o sostenerli (il movimento è nato in Francia nel 1999, “Faucheurs volontaires”, anche per cercare informazioni nel web); i militanti distruggono le coltivazioni transgeniche, compiendo così un reato che per i promotori – tra cui José Bové – è un atto di disobbedienza civile.

Che è meglio concentrarsi su una cosa per volta, con tutte le nostre forze, ognuno col proprio talento. Ancora poche righe, e una domanda finale…

Una cosa per volta

Com’è arrivata Vandana Shiva, a essere “La rockstar dell’anti-Ogm”, come l’ha definita Bill Moyers? Ce lo racconta chi l’ha intervistata in questo libro, lasciandoci in sospeso e con un po’ di apprensione, da p. 18 fino a p. 101, quando lo scopriamo: la famosa ambientalista era stata iniziata alla lotta da contadine indiane che si battevano per salvare le foreste, e si dedicò anche a battaglie contro dighe, mafie che controllavano le materie prime, grandi aziende. “Fino a quel giorno del marzo 1987 a Bogève…”. Qui, nel libro, si interrompe il racconto di Lionel Astruc, e tu dici: “Embe’? Che cosa è successo a marzo 1987?”; lo scopri, come detto, 90 pagine dopo, quando Vandana Shiva racconta che in quel giorno è venuta a sapere cose che l’hanno indotta a intraprendere la sua battaglia per i semi. In quel paesino dell’Alta Savoia, Bogève appunto, ha assistito a un seminario, con circa 30 tra ricercatori e rappresentanti di imprese, per studiare l’impatto delle biotecnologie sulla salute e sull’ambiente nel Terzo mondo. Ascoltò il progetto per sviluppare gli Ogm e assumere il controllo dei semi tramite i brevetti. Assistette alla nascita della dittatura per il controllo di ogni forma di vita, compresa la creazione del Wto per proteggere gli interessi delle imprese e gli accordi sulla proprietà intellettuale. La Monsanto ha poi acquistato quasi tutte le aziende sementiere del mondo. Dopo quel seminario, Vandana Shiva prese la sua decisione, ricordandosi di quello che fece Gandhi quando la rivoluzione industriale nel tessile annientò l’artigianato: scelse l’arcolaio come simbolo e cominciò a filare i propri vestiti. “Bisognava rifiutare in maniera nonviolenta lo sfruttamento degli operai nelle filature industriali. Mi si è allora imposta un’idea: il seme sarebbe stato l’emblema della lotta per liberare le sementi. Nello stesso momento decidevo di mettere da parte ogni mio altro impegno e di dedicarmi interamente a questa lotta”, p. 103.

E noi, qual è il nostro “seme”?

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