Odio online – uno sguardo sulla situazione | Fabio Poletto

Il termine hate speech deve essere inteso come comprensivo di tutte le forme di espressione miranti a diffondere, fomentare, promuovere o giustificare l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o altre forme di odio fondate sull’intolleranza, tra cui l’intolleranza espressa sotto forma di nazionalismo aggressivo e di etnocentrismo, la discriminazione e l’ostilità delle minoranze, dei migranti e delle persone di origine immigrata.

Consiglio d’Europa, Comitato dei Ministri

Si definisce hate speech un discorso ostile, calunnioso e basato su pregiudizi, rivolto a persone o gruppi sulla base di una loro caratteristica innata – che sia reale o percepita. Esprime atteggiamenti discriminatori, intimidatori, antagonisti, critici e condizionati verso quelle caratteristiche, le quali includono genere, etnia, religione, origine nazionale, disabilità, orientamento sessuale. L’hate speech mira a ferire, disumanizzare, molestare, intimidare, delegittimare, degradare e attaccare i gruppi colpiti, nonché a fomentare indifferenza e violenza contro quei gruppi.

Starting Points for Combating Hate Speech Online

hate_speechDi cosa si parla

Identificare e circoscrivere con precisione cosa sia l’hate speech, o incitamento all’odio, è un’impresa tutt’altro che facile – lo testimoniano le innumerevoli definizioni proposte. È anche difficile stabilire i confini tra ciò che è lecito dire (free speech) e ciò che invece danneggia la dignità e i diritti fondamentali di qualcuno (hate speech): nella censura c’è sempre il rischio di fare la parte tiranno, limitando la libertà di espressione, e fino a che punto sia giusto proibire alcune espressioni è oggetto di viva discussione nella giurisprudenza.

Sia come sia, le due definizioni riportate sopra offrono una visione abbastanza chiara del problema, ma niente meglio di qualche esempio potrà aiutarci a capire esattamente di cosa stiamo parlando:

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Eccolo, l’odio: un miscuglio di stereotipi (“li mettono in hotel”), linguaggio offensivo (“selvaggi incivili”) e disumanizzante (“zulù delle savane”, “capre”, “istinto bestiale”), ideologie razziste (“lo hanno nel sangue”), incitamento ad atti di violenza o discriminazione (“fruste e catene”, “tornatevene nei vostri paesi”) e allusioni a fantomatici complotti dell’èlite progressista per soppiantare la popolazione europea con quella africana e asiatica (sic). Il tutto tenuto insieme – così ci pare – da approssimazione e ignoranza, come dimostrano l’uso incerto della lingua e la frequente confusione tra concetti come nazionalità, etnia, colore della pelle e religione.

Gli esempi sono tratti da Stop immigrazione, gruppo pubblico di Facebook con 40.000 seguaci che fa riferimento esclusivo al sito www.voxnews.info – dove si pubblicano notizie false spacciandole per vere, al chiaro scopo di alimentare gli stereotipi più in voga al momento. Chi commenta le prende per vere: si tratta perlopiù di utenti che cercano informazioni in circuiti chiusi, dove trovano solo notizie che confermano le loro idee (il che in fondo vale per chiunque affidi la propria informazione a Facebook).

Perché si è arrivati a questo punto?

Queste frasi sono sintomi di un pensiero trasversale all’età e al livello di istruzione, sarebbe sbagliato liquidarle come fenomeni isolati o limitati a persone poco istruite o impacciate con la tecnologia. Negli ultimi anni è in crescita una sfiducia generalizzata verso le istituzioni e la stampa accreditata, sfiducia opportunamente raccolta da movimenti populisti e trasformata in sentimenti nazionalisti, xenofobi e avversi al rispetto dei diritti e al senso di comunità – si vedano il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord in Italia, il Front National di Marine Le Pen in Francia, il PVV di Geert Wilders in Olanda, l’elezione di Trump negli USA, l’esito della Brexit nel Regno Unito, la costruzione di muri per respingere i flussi migratori e l’approvazione di leggi per limitare le libertà di alcune minoranze.

In una fase di crisi economica e sociale il cittadino occidentale medio sente più pressante il bisogno di conservare i propri privilegi da primo mondo, già a rischio per cause interne. Se a questa crisi si somma un consistente flusso di persone che arrivano in occidente per cercare di accedere a quegli stessi privilegi, è comprensibile (ma non giustificabile) che ne nasca un conflitto tra parti sociali. Ciò che sta accadendo è che gli ultimi, gli stranieri, i diversi vengono assurti a capri espiatori di tutti i mali della società e ci si convince che, cacciando loro, tutto tornerà alla normalità.

L’avversione per il diverso è una pulsione antica: quello che ci preoccupa è la normalizzazione di questa xenofobia nel dibattito pubblico, la popolarità di movimenti politici basati sull’identità nazionale e la diffusione sul web di una retorica violenta e settaria. È già accaduto in passato, in Italia e altrove, e ne ricordiamo le tristi conseguenze. In particolare la nostra attenzione si concentra sul web: perché se i giornali, la televisione e i discorsi dei politici raggiungono la maggior parte degli adulti, le nuove generazioni invece sono più lontane da tutto questo e raccolgono informazioni e idee prevalentemente su Internet.

Il web oggi è uno strumento democratico, una libera piazza dove chiunque può accedere, diffondere e creare contenuti; questo è indubbiamente un bene, al punto che l’accesso a Internet è considerato un diritto fondamentale e impedirne l’accesso è diventato uno degli strumenti di repressione dei regimi dittatoriali. Il lato oscuro della medaglia è che la quantità, l’immediatezza e l’accessibilità di dati e informazioni va a scapito della loro qualità – sul web, insomma, si trova un sacco di spazzatura. L’informazione tradizionale tende a essere sempre più frettolosa e approssimativa, e in più viene vista come manipolata dalle istituzioni, i “poteri forti” che in combutta con gli stranieri sarebbero, a sentire i populisti, la causa di tutti i nostri mali. La fiducia di molti viene così conquistata da chiunque, qualificato o no, dica di fare “vera informazione”, di rivelare quello che i mass media nascondono, di stare dalla parte della gente. Che poi molti di questi siti puntino solo a fare visualizzazioni (= guadagnare soldi) e dipingano una realtà distorta, sembra non interessare. Nell’era della post-verità in cui a quanto pare stiamo entrando non conta ciò che è verificato e attendibile, ma ciò che sembra vero alle orecchie di chi ascolta. Una notizia è dichiarata falsa? Non importa, potrebbe essere vera, quindi ci credo.

Le prime vittime di questo meccanismo sono potenzialmente proprio i più giovani, che – come spiega una ricerca dell’Università di Stanford – se da un lato sono in grado fin da piccoli di “smanettare” su smartphone e computer con sorprendente agilità, dall’altro mancano spesso di un’educazione all’uso dello strumento e sono inconsapevoli dei propri diritti e responsabilità nel mondo online.

Perché agire

L’incitamento all’odio online è per molti versi simile a quello messo in atto nel mondo reale: può provocare danni psicologici alla vittima ma anche dar luogo ad azioni concrete che provocano danni fisici; può contribuire alla diffusione di discorsi e pratiche discriminatorie all’interno della società; può rafforzare stereotipi o atteggiamenti negativi verso alcune categorie. Le conseguenze investono i tre piani della violenza secondo Galtung: diretta, strutturale, culturale.

Rispetto al suo corrispettivo “tradizionale”, però, l’odio online ha alcune peculiarità che lo rendono ancora più insidioso:

  • tutto ciò che finisce sul web è permanente (non viene mai cancellato del tutto anche se l’autore lo rimuove)…

  • …e finisce immediatamente fuori controllo (può essere catturato con uno screenshot, condiviso, retwittato… senza che l’autore ne sia informato o possa impedirlo)

  • dati sensibili o il profilo personale possono venire hackerati (furto d’identità virtuale)

  • l’autore può pensare di essere anonimo (con un profilo falso o usando social basati sull’anonimato, come Ask.fm) e avere meno inibizioni nel compiere atti di violenza verbale

  • l’autore ha di fronte uno schermo, non la vittima in carne ed ossa, e questo crea la percezione di incorporeità della vittima (si dimentica che la vittima è una persona reale che soffre conseguenze reali della violenza)

Per le nuove generazioni Internet non è solo uno svago o uno strumento utile, ma un mondo virtuale in cui trascorrono diverse ore al giorno, un luogo dove costruirsi un’identità e una reputazione, dove coltivare relazioni e vivere esperienze non meno intense di quelle nella vita reale. Si capisce quindi quanto essere vittima di violenza o odio online possa essere un fatto sconvolgente, da cui è difficilissimo prendere le distanze. Basterebbe spegnere il telefono, ma farlo vorrebbe dire rinunciare a una parte fondamentale della vita sociale e rimanere tagliati fuori.

Da questo quadro si vede come non sia affatto semplice affrontare la questione con strumenti risolutivi. Per fortuna le istituzioni e molte associazioni si stanno muovendo per arginare il fenomeno e fornire supporto alle vittime. Ricordiamo, per fare alcuni esempi:

La buona mobilitazione a livello nazionale e internazionale ci conforta e ci fa pensare che i progetti del Centro Studi contro il cyberbullismo e l’hate speech online si inseriscono in un percorso più ampio e certamente attuale. Dedicheremo un altro articolo a esporre nel dettaglio quali attività stanno portando avanti in questo campo gli operatori e i volontari del Centro.

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