L’uomo del futuro | Recensione di Beppe Marasso


cop_Eraldo Affinati, L’uomo del futuroEraldo Affinati, L’uomo del futuro, Mondadori, Segrate 2016, pp. 177, € 18,00

Non penso che tra i preti italiani vissuti nel Novecento ve ne sia uno sul quale si è scritto più che su don Milani. A che scopo, dunque, il nuovo libro di Eraldo Affinati che, sotto il titolo, L’uomo del futuro, per i tipi di Mondadori, ripercorre le strade del sacerdote toscano?

Non è superfluo, anzi è un bene che in prossimità del cinquantesimo dalla sua morte, sia stata riproposta una figura che ha terremotato l’Italia del suo tempo e che molto può ancora dire a chi vorrà leggerla. Era nato nel 1923, in una casa dove nessuno si sarebbe definito religioso. Ma ricchi, sì, lo erano davvero. Dimora preziosa a Firenze, tenuta a Montespertoli, villa sul mare a Castiglioncello, istitutrici tedesche, libri, giochi, cameriere, servitù… figlio, cioè, dell’alta borghesia, con ascendenze ebraiche che, cercando di trovare il significato della vita che i suoi gli avevano offerto su un piatto d’argento, si avvicina progressivamente al cristianesimo, assumendone in modo più radicale le istanze evangeliche.

Rompe cioè con il ceto sociale in cui era nato attraverso una sorta di auto-scarnificazione che non risparmia nulla fuorché, nota Adele Corradi (la professoressa che negli ultimi 4 anni affiancò don Milani a Barbiana), il palato, perché gli piacevano i tartufi…

Dopo una parentesi giovanile all’Accademia di Brera, dove segue corsi di pittura, torna a Firenze ed entra nel seminario diocesano, dove trascorre gli anni di formazione al presbiterato, vivendo l’istintiva repulsione per ogni discorso “ben fatto” in cui si chiamavano le porcherie “mancanze contro la santa Purità”, la vigliaccheria “tiepidezza” e l’odio “poca Carità”. Sperimenta cioè quel che sarebbe stato il suo futuro rapporto con le istituzioni ecclesiastiche, riuscendo a divenire un rispettosissimo ribelle.

A un vecchio militante comunista che gli dice “se io fossi in lei andrei dal vescovo e gli direi: “tenga, questo è il mio collare, lo metta al cane””, don Lorenzo risponde: “ma sono io un cane, fedele alla Chiesa e obbediente al vescovo”.

La radicalità, l’irruenza, le “parolacce” suscitano entusiasmo ma anche indignazione. “La sua esistenza – scrive l’autore del libro – assomiglia a un materiale incandescente; come lo tocchi ti brucia”.

A questa situazione tentò di porre rimedio il capo della Chiesa fiorentina, cardinale Ermenegildo Florit, mandando don Milani a Barbiana, borgata di montagna con 42 parrocchiani. Don Milani obbedì. “Non mi ribellerò mai alla Chiesa, perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa” (lettera a don Reginaldo Santilli, 10 ottobre 1958).

Appena arrivato a Barbiana, come aveva già fatto a Calenzano, andò a cercarsi gli allievi nelle spelonche in cui abitavano. Convinse i genitori a farli venire in canonica a studiare. Dalla riflessione su Calenzano trasse il testo Esperienze pastorali, dalla scuola di Barbiana trasse Lettera a una professoressa e in ultimo L’obbedienza non è più una virtù (per questo fu condannato e poi amnistiato il 28 ottobre 1967, il reato di vilipendio alle forze armate essendo considerato estinto. Lui però era già morto da quattro mesi): sono tre scritti formidabili anche dal punto di vista formale, che hanno scosso l’Italia intera. Vale la pena per i giovani di leggerli, per gli anziani di rileggerli, ora che celebriamo il mezzo secolo da che quella vicenda si è conclusa, ma non spenta.

Il libro di Eraldo Affinati, che allarga lo sguardo alle Barbiane di oggi (Afghanistan, Nigeria, Balcani…) è un contributo prezioso.

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