“Da questa realtà non si può pretendere niente”. Suicidio, politica e redenzione nella lettera d’addio di Michele | Robin Piazzo


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Sul suicidio del trentenne di Udine si sono spese tante parole per dire, come di consueto, poche cose. Gli schieramenti sono due: l’uomo è morto suicida per problemi suoi privati che ha tentato di giustificare in maniera narcisistica inserendo i propri patimenti all’interno di “qualcosa di più grande”; l’uomo è stato ucciso dal sistema che egli stesso condanna nella sua lettera di addio.

Come al solito, tutti hanno un po’ di ragione. Se il primo schieramento sottolinea un fatto importante, e cioè che è improbabile che si possa incolpare Poletti delle carenze affettive che in maniera dichiarata hanno inciso sul percorso che ha condotto il giovane uomo verso la strada del suicidio, l’altra versione sottolinea come le scelte politiche non si situino ad un ordine di realtà differente da quello delle vicende private e quotidiane che caratterizzano le vite vissute da ognuno di noi. Il politico, sostengono implicitamente i fautori della seconda narrazione, è presente e reale quanto le sfighe di ognuno, quanto il divano sul quale ci si sdraia ogni sera e quanto l’amore desiderato e non ricambiato. Come tutte queste cose il politico ha una relazione con il sentimento individuale e, dunque, possibilmente con la scelta di suicidarsi.
Una domanda molto sincera sottende ad entrambe le posizioni: cos’è il suicidio? E’ il sintomo estremo di una malattia o una scelta libera e in parte coraggiosa, nonchè cosciente? Le motivazioni addotte nel raccontare il proprio suicidio sono falsa coscienza ed espressione dell’ego malato, o sono eroiche e lucide accuse al sistema che opprime? Trattamento medico o graffito ad honorem?
Il fatto è che è tutto un equivoco. Sembra che si stia inscenando un’assurda contrapposizione molto post-tatcheriana tra chi sostiene che l’individuo è più reale della società e chi sostiene la cosa opposta. Eppure come si fa ad essere così ottusi da non sentire nelle proprie vene il nichilismo di questi tempi? Non è questo reale? Non è qualcosa che, accomunandoci praticamente tutti, seppure in misure diverse, va ben oltre la definizione di “fatto privato”? 
E’ chiaro che non è Poletti ad avere ucciso il giovane uomo, ma è ancora più chiaro che l’assenza radicale di speranza e l’impossibilità persino di immaginare una prospettiva di realizzazione che ecceda gli affetti privati – ingredienti che sono perfettamente evidenti nella lettera del suicida – non sono solo fatti privati.
Se l’unico modo di figurarsi una relazione sostanziale tra società e individuo è quello dell’interpretazione letterale di quella lettera e dell’accusa moralistica al politico di turno, siam messi male. Eppure sfido chiunque tra i miei coetanei a dirmi che non si rispecchia neanche un po’ in quella lettera. Se qualcosa riguarda tutti o molti, e non solo uno, è un fatto sociale. Tanto più se stiamo parlando di una persona che a trent’anni è disoccupata dopo tanti studi… come si fa a parlare di fatto privato? Di fatto sociale si tratta, di forma estrema e combinazione particolare di qualcosa che è abbastanza universale. E a meno che il mondo sociale non sia governato dal caso piuttosto che dall’azione umana, in materia di lavoro e possibilità di realizzazione la politica centra, eccome. Centra nella misura in cui concorre nel generare un sistema più inclusivo o maggiormente esclusivo, definendo diversi livelli di libertà di scelta e di possibilità di corsi di vita per gli individui.
Ma il politico centra anche in un altro senso, e questa volta in maniera ancora più significativa per il caso in questione. Max Weber ha sostenuto che l’uomo moderno ha solamente tre possibilità per ottenere una redenzione, sebbene sempre parziale, dalla miseria della vita. La prima possibilità risiede nella fantasia dell’amore romantico – che pare che al soggetto in questione mancasse. Le altre due sono la religione e l’azione politica collettiva ed orientata ad un fine comune – come redenzione intramondana.
Michele, come qualunque suicida anomico, ha disperato nella possibilità di redenzione dallo squallore della propria vita. Redenzione che in una società senza religione – ed in assenza di una vita privata “romantica” o, per dirla più semplicemente, appagata – non può che venire dalla speranza dell’azione politica collettiva, che unisce e dà un senso, una direzione, dove gli affetti privati non ci riescono, e dove la vita umana è per tutti finitudine e miseria, seppur per ciascuno in maniera differente e secondo gradi diversi di consapevolezza. 
Posto sotto questa luce, il parlare di politica in una lettera di addio prende un significato completamente diverso: non un caso, non una specifica configurazione psicotica individuale, non un atto di accusa paranoico e donchisciottesco contro i potenti, ma un’ammissione del vago sentore di una redenzione intuita e desiderata ma abortita perché, in questi tempi, insperabile. Ecco che la libera associazione di Michele tra suicidio e politica assume un senso, ed un senso particolarmente prezioso per tutti i giovani che, seppur in maniera magari più spuria, sentono lo stesso dolore e la stessa disperazione dello stare al mondo.

2 risposte a ““Da questa realtà non si può pretendere niente”. Suicidio, politica e redenzione nella lettera d’addio di Michele | Robin Piazzo”

  1. E’ un mondo a misura di psicopatici, ove per psicopatici non sono solamente i serial killer. Purtroppo c’e’ molta ignoranza a proposito degli psicopatici. Gli stessi psicologi non ne parlano. Se si fosse informato, almeno, lo so individua velocemente e si cerca di tutelarsi. Purtroppo io ho avuto questo strumenti solo da poco documentandomi, ormai troppo tardi. La mia vita e’ stata rovinata ed e’ rovinata dalla madre e della sorella psicopatica, piu’i personaggi psicopatici che ho incontrato sul percorso. Adesso mi sono documentate e lo individui immediatamente. Ma , ripeto e’ troppo tardi. Sono molti di piu’di quanto si creda. Sono alla guida della nazioni, alla guida di industrie,, nelle famiglie altolocate vengono individuati da piccoli per inserirli alle dirigenze . E difatti i risultati si vedono. Un mondo di soprusi, violenze, efferatezze. Hanno caratteristiche differenti ma SEMPRE degli unici comuni denominatori: mancanza completa di empatia, agiscono permero mero utilitarismo , manipolatori astuti, narcisisti, appaiono brillanti ed affascinanti in societa’, sono in perenne movimento alla ricerca continua di nuovo stimolo,sono COMPLETAMENTE PRIVI DI ETICA MORALE. Questa e’la figura dello psicopatico PRIMARIO, poi c’e’ quello SECONDARIO, e qui , alcune caratteristiche variano. Potra’essere astenici, lamentoso, potra’fare finta di interessarsi a voi, e questo e’piu’insidioso, potra’presentarsi ci un bel sorriso, ma sara’sempre falso. Tutto questo discorso per dire che e’solo un mondo popolato da persone senza spessore umano minimone’culturale, un mondo dove , io parlo per la mia esperienza, mi sono ritrovata a svegliarmi ogni mattina “DIGRIGNANDO I DENTI” per potermi difendermi da soprusi continui . Questo NON E ‘VIVERE. E’ SOPRAVVIVERE. Ben comprendo la ragioni, quindi , di questo signore. Io sono ormai ridotta tra le quattro mura domestiche e il lavoro ( e anche li….).No , non pensero’ mai ad azioni estreme. Ma e’vivere questo?

  2. Non condivido questa concezione del mondo che porta solo alla disperazione . Il mondo non è una galera piena di psicopatici primari e secondari che siano bensì una palestra in cui noi siamo chiamati a misurarci per evolvere . Oltre che una natura piena di incantevoli bellezze che se ci fermassimo solo a guardarle respirando profondamente staremmo molto meglio . C'è un detto zen che asserisce : Se tu ti inchini allo specchio ,lo specchio si inchina a te . Per quanto mi riguarda io ho incontrato tante anime belle .

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