Dal mito della scienza oggettiva alla costruzione di una scienza nonviolenta | Elena Camino


Questo testo riprende quanto ho esposto in una breve presentazione il 4 febbraio 2017, in occasione del Convegno “Gli occhiali di Nanni”. Chi fosse interessato a un testo più esteso può leggerlo sul numero di gennaio-febbraio 2017 di Azionenonviolenta (n.ro 619, anno 54).

La mia presentazione si è basata in prevalenza su citazioni di scritti di Nanni Salio, selezionati in base a ricordi personali di una collaborazione con lui che è durata alcuni decenni. In particolare qui riprendo alcuni concetti e schemi che erano stati utili per stimolare dei giovani laureati in discipline scientifico /naturalistiche a intraprendere una riflessione critica sulla natura della conoscenza scientifica, nella prospettiva che essi/e –futuri insegnanti di discipline scientifiche nelle scuole superiori – offrissero poi ai loro studenti uno scenario aperto, interdisciplinare, storicamente contestualizzato e critico delle conoscenze disciplinari acquisite nei corsi universitari.


OLYMPUS DIGITAL CAMERALa responsabilità dello scienziato

Nanni Salio aveva ben chiaro, fin dagli anni ’80, quanto fosse importante il modo con cui le nuove conoscenze scientifiche vengono acquisite (grazie a quali finanziamenti, a quali strumenti tecnici, con quali obiettivi), e sottolineava con forza l’importanza di un’assunzione di responsabilità da parte dei ricercatori impegnati nell’ambito tecnico-scientifico.

Il tema della responsabilità dello scienziato, o dell’etica della scienza[…] sta assumendo un’importanza cruciale nelle analisi e nei dibattiti relativi alla corsa agli armamenti e al ruolo della scienza nella società contemporanea. […] qualsiasi analisi di temi di grande rilevanza sociale non può essere condotta in maniera esaustiva solo su un versante strettamente «scientifico». Ci si arresta ben presto di fronte a nodi che comportano una visione e una argomentazione più ampie, globali, che fanno intervenire altre dimensioni dell’analisi teorica. Al tempo stesso, questi riferimenti e queste considerazioni che a molti possono apparire estranee alla argomentazione tecnico – scientifica sono necessarie per cercare di intaccare l’atteggiamento ancora dominante tra gli scienziati e i tecnici, che tuttora è sostanzialmente quello della neutralità della scienza e degli scienziati.

( Dalla questione energetica a quella militare: il caso dell’energia nucleare. Giovanni Salio, Istituto di Fisca generale, Torino, novembre 1981).

Prospettive diverse: schemi per riflettere

Nanni aveva il pregio di documentarsi tantissimo (e attingendo a una grande varietà di fonti) su ognuno dei temi che lo interessavano, e poi di proporre degli schemi ‘aperti’ che favorivano la discussione e stimolavano a porsi nuove domande. La tabella qui sotto riportata, per esempio, aiuta i lettori a mettersi nei panni di studiosi di diverse discipline, che alla domanda ‘Che cos’è la scienza?’ rispondono in modi diversi, utilizzando linguaggi e schemi concettuali propri delle singole discipline. In questo modo i lettori (gli studenti, nel mio caso) possono sperimentare direttamente la potenza e i limiti del pensiero umano, in continua oscillazione tra la tensione ad approfondire la propria disciplina e la necessità/opportunità di dialogare con esperti di altri campi.

Che cos’è la scienza?

Tipo di definizione

Discipline

Definizione convenzionale:

<<scienza come…>>

Strumentale Economia e politologia … mezzo per risolvere i problemi
Archivista Storia della scienza … conoscenza organizzata
Metodologia Filosofia ed epistemologia della scienza … metodo per la ricerca della verità
Attitudine professionale Psicologia della scienza e della creatività … gioco, arte, creatività
Sociologia Sociologia della scienza … istituzione sociale
Cinque scuole di pensiero sulla scienza secondo John Ziman

Ineludibili le controversie

Il pubblico in generale – ma anche molti giovani freschi di studi scientifici – è portato a credere che la scienza offra una conoscenza ‘speciale’ del mondo, che racconti i fatti così come sono, e che quindi i risultati della ricerca scientifica offrano ai decisori politici le indicazioni su come agire. In realtà le cose sono molto più complicate, soprattutto da quando è diventato possibile, da un lato, isolare frammenti sempre più piccoli della realtà (quindi tagliando via le relazioni con il contesto) e dall’altra mettere a punto delle tecnologie in grado di incidere in modo estremamente potente sul mondo naturale (quindi attivandone trasformazioni di vasta portata, con esiti imprevedibili).

Nanni si è occupato in molte circostanze del ‘problema’ delle controversie che con crescente frequenza coinvolgono la comunità scientifica internazionale. Anche in questo caso, invece di assumere un atteggiamento dogmatico e di proporre agli studenti una sola interpretazione dei fatti (la propria), suggeriva che fosse più efficace avviare un dibattito in cui ciascuno potesse esprimersi e confrontarsi con gli altri.

Miti della scienza Realtà della scienza
La scienza fornisce la verità La scienza non fornisce la verità
Ci si aspetta che gli esperti siano d’accordo Ci si deve aspettare che gli esperti non siano d’accordo
La scienza è una sola La scienza non è una sola ma molte
Principio di irrilevanza (di una verità scientifica rispetto all’applicazione che se ne fa) Principio di rilevanza (l’uso di una congettura scientifica influenza sempre l’affermazione scientifica stessa)
La politica può essere basata sulla scienza La politica non può essere basata sulla scienza
Miti e realtà della scienza secondo David Collingridge.

Le controversie attraversano sia il pensiero scientifico sia quello religioso, determinando scuole di pensiero, sette, schieramenti, conflitti in un intricato garbuglio che attraversa tutta la storia umana ed è difficile da dipanare (Salio, 2009).

Riconoscere di poter sbagliare

Anche se tutti i libri di scienza descrivono il lavoro dello scienziato come un procedere per ‘tentativi ed errori’, spesso questa affermazione è accompagnata da un messaggio implicito: “e alla fine si raggiunge la verità”… Invece la possibilità di sbagliare è sempre presente nell’indagine scientifica! Un aspetto però è drasticamente cambiato negli ultimi decenni: con il progredire della capacità umana di manipolare la natura, è aumentata enormemente la gravità dei possibili errori e la difficoltà di porvi riparo. Sui cambiamenti dei modi di praticare la ricerca scientifica, sul ruolo dei soggetti implicati nella ricerca, e in generale sulle implicazioni che derivano dall’aumento della complessità dei problemi indagati, erano stati pubblicati in inglese all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso dei testi scritti da due studiosi – scienziati e filosofi della scienza: Silvio Funtowicz e Jerry Ravets:

Nanni li aveva subito ‘scovati’ e ne aveva proposto la traduzione ad alcuni editori, ma senza successo. I due studiosi hanno poi proseguito i loro studi, e ora sono molto conosciuti, anche se non fanno parte degli scienziati ‘mainstream’, e hanno mantenuto il loro approccio riflessivo e critico alla produzione tecno-scientifica attuale. Uno schema da loro proposto offre l’opportunità (come le tabelle precedenti) di individuare tipi diversi di ricerca scientifica – quindi tipi di implicazioni e ricadute sociali differenziate. Quando <<i fatti sono incerti, i valori in discussione, gli interessi elevati e le decisioni urgenti>> non si possono più applicare i criteri di qualità e validità della scienza ‘normale’: occorre prendere in considerazione altri aspetti, come i rischi, le incertezze, l’ignoranza, e sviluppare una scienza diversa, che essi proposero di chiamare ‘scienza post-normale’.

Queste riflessioni portarono anni dopo Jerry Ravetz (2006) a riflettere sulla possibilità di elaborare una scienza ‘non-violenta’: “Possiamo tentare di tratteggiare come sarebbe una scienza non-violenta. … i cui attributi includono la consapevolezza: della propria ignoranza e propensione all’errore; della disponibilità a imparare da chiunque, anche cittadino o studente; della responsabilità per le conseguenze inaspettate della propria scoperta o invenzione; della possibilità di compiere il male in nome del bene; e delle contraddizioni che in cui si dibattono tutti coloro che devono confrontarsi con le pressioni corruttrici del potere o della responsabilità”.

Un’altra studiosa, Sheila Jasanoff, pubblicò nel 2007 sulla rivista scientifica Nature un breve articolo che riprendeva con altre parole le idee espresse da Funtowicz e Ravetz: “Piuttosto che affermare a gran voce di conseguire la verità, peraltro difficilmente conseguibile, la pratica scientifica dovrebbe ammettere incertezza e ignoranza, esercitare un giudizio etico e una riflessione epistemica, e assicurare per quanto è possibile che siano i bisogni della società a guidare i progressi delle scienze, anziché la scienza a presumere di saper condurre la società”.

Si trattava proprio delle stesse idee che Nanni sosteneva da tempo: gli scienziati devono ammettere la possibilità di sbagliare; la scienza non è la descrizione neutrale dei ‘fatti’, ma l’analisi e l’interpretazione di certi aspetti della realtà, allo scopo di conseguire informazioni utili … e qui si apre un interrogativo di fondo, mai abbastanza esplorato dalla moderna tecnoscienza, e mai posto con sufficiente forza da parte del pubblico e dei decisori politici. Gli indirizzi alla ricerca scientifica sono dati per soddisfare le curiosità/necessità di pochi, o devono cercare di rispondere ai bisogni di molti? In altre parole: la scienza può/deve porsi interrogativi etici? O no?

Sia la Jasanoff che i proponenti della scienza post-normale ammettono che ci siano evidenti relazioni tra scienza ed etica. Nanni Salio riprende questi concetti, collegandoli alla nonviolenza e al pensiero di Gandhi

Fondamenti epistemologici della nonviolenza

In un suo contributo – Il futuro della nonviolenza (2005) -al Grande Dizionario Enciclopedico UTET, Scenari del XXI secolo, Nanni scrive: “Caratteristica saliente della nonviolenza è il suo carattere omeostatico, che consente di ricercare la verità senza distruggere quella dell’avversario, imparando dagli errori, con comportamenti altamente reversibili. Non siamo sicuri di essere nel vero, non sappiamo se il corso d’azioni intrapreso, anche con le migliori intenzioni, produrrà i risultati desiderati, ma utilizziamo una metodologia che consente alla ricerca della verità di dispiegarsi”.

Le parole di Nanni suonano tanto più attuali da quando la moderna tecnoscienza ha spostato il suo campo di indagine dai laboratori di ricerca (dove si studiavano frammenti circoscritti della realtà) a un laboratorio globale: dal 1945, con l’esplosione delle prime bombe atomiche, gli esperimenti scientifici hanno avuto come campo di sperimentazione l’intero pianeta. La Terra, con la sua componente vivente, la biosfera, e con le altre componenti abiotiche inestricabilmente interconnesse (l’idrosfera, l’atmosfera, la litosfera) è stata via via modificata dalle attività umane, spesso senza una sufficiente consapevolezza delle conseguenze impreviste, come per esempio quelle che si stanno manifestando su alcune componenti – umane e non umane – del nostro pianeta: siccità, alluvioni, alterazioni delle grandi correnti oceaniche.

La Terra come laboratorio

Mentre la scienza tradizionale è nata in laboratorio ed è stata costruita per prove ed errori, imparando dagli errori stessi che si commettevano, ora ci troviamo ad avere bisogno di una nuova scienza, che non esiste ancora, una “scienza postmoderna”. Non abbiamo un secondo pianeta di riserva sul quale fare gli esperimenti globali che stiamo compiendo, per vedere cosa succede continuando a immettere gas-serra nell’atmosfera e ad alterare il flusso di energia che entra nella biosfera, appropriandocene in modo prevalente rispetto alle altre specie viventi.

Come si fa a decidere in simili condizioni di incertezza e, peggio ancora, di ignoranza? Come governare le innovazioni scientifico-tecnologiche in modo tale da minimizzarne i rischi e massimizzarne i benefici?”

Sono questi gli interrogativi che pone Nanni ai suoi interlocutori – scienziati e politici – interrogativi che dovrebbero essere proposti anche agli studenti universitari, ai giovani laureati che diventeranno professionisti e insegnanti.

E ancora, Nanni continua con le domande: “E’ l’intero stato delle nostre conoscenze scientifiche, ecologiche, economiche, etiche e politiche che deve essere sottoposto a una profonda revisione. Ma quale strada imboccare? Oltre all’incertezza e all’ignoranza delle nostre conoscenze scientifiche, ci troviamo anche in uno stato di ignoranza persino più grave e clamoroso per quanto riguarda i principi etici e i sistemi economici e politici: quali sono quelli che potranno consentirci un più efficace governo della questione ambientale?

Democrazia ed etica

Il discorso necessariamente si allarga. Già Funtowicz e Ravetz avevano posto un interrogativo sulle relazioni tra scienza, etica e democrazia. E il loro suggerimento era stato questo: visto che nei nuovi problemi non è sufficiente un approccio disciplinare specialistico e quantitativo, occorre valorizzare la qualità della ricerca, che si arricchisce grazie a un dialogo aperto tra tutti coloro che ne sono toccati. L’insieme di tali soggetti è una “comunità estesa di pari grado (peers)”, formata non solo da individui istituzionalmente accreditati, ma da tutti coloro che hanno interesse (stakeholders) e desiderio di partecipare alla risoluzione di una questione. Se la comunità scientifica intende avviare sperimentazioni che possono avere ricadute globali, tutte le comunità della Terra hanno diritto di esprimersi, di partecipare alle discussioni e alle decisioni, contribuendo con il proprio sapere e facendo valere le proprie necessità.

La reversibilità delle scelte

Quali criteri si possono far valere, nei processi decisionali in cui i partecipanti sono tanto numerosi, ed esprimono interessi e valori molto diversi? Nanni riprende il concetto di reversibilità, sottolineando come sia possibile fare scelte razionali sulla base di un principio di nonviolenza. Se dovessimo seguire il principio di precauzione, saremmo portati a scegliere il modello che, in caso di errori, ci permetterebbe di correggerli senza gravi danni e costi, in condizioni di massima sicurezza. Allora:grandi progetti e grande scala sono sinonimi di grande incertezza, rischio ed errore”. Viceversa: “piccoli progetti e piccola scala comportano l’esposizione a piccola incertezza, rischio ed errore”.

Saremo così saggi e razionali da seguire la filosofia del “piccolo è bello”, sostenuta da Ernst Fritz Schumacher, oppure la nostra hubris sarà tale da farci abbagliare dalle sirene dei megaprogetti e dei megarischi?”.

Scienza ed etica – la visione gandhiana

Ho riportato in questo testo solo alcune delle riflessioni con cui Nanni Salio ha affrontato il problema della natura della scienza e delle relazioni tra la costruzione del sapere scientifico, la democrazia, l’etica. Spero di aver descritto e spiegato almeno in parte le modalità con cui egli affrontava (e proponeva agli altri) i grandi temi del nostro tempo. Approfondendo sempre le conoscenze di base dei temi in questione, poi ponendo domande, invece di fornire risposte. Aiutando a cogliere la complessità dei temi, il loro carattere inter- e trans-disciplinare, la presenza di controversie. Nanni offriva anche degli spunti di riflessione, suggeriva letture, indicava delle strade per approfondire. E tra le sue strade c’era spesso l’invito a esplorare il pensiero di Gandhi, che un secolo fa aveva già chiaramente delineato lo scenario futuro di un mondo in cui fosse stato spezzato il legame tra umanità e natura, e tra conoscenza ed etica.

Secondo Nanni, il punto chiave della critica gandhiana alla moderna società tecno-industriale è la mancanza di dharma, di una legge, di una via. La tensione esistenziale che animava Gandhi era proprio questa incessante sete e ricerca della verità, per approssimazioni successive, mediante una continua serie di esperimenti etici con la verità.

Nell’educazione superiore, e nella formazione degli insegnanti di scienze (di cui mi sono occupata per tanti anni) oltre a insegnare i fondamenti (sempre più specialistici e circoscritti) delle discipline scientifiche, continuo a pensare che sarebbe interessante e motivante avviare riflessioni come quelle proposte da Nanni, offrendo il pensiero e l’azione nonviolenti come un riferimento concreto, e creativo, per affrontare le questioni sempre più controverse che lacerano le nostre società.

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