Lettera a Nanni | Enrico Peyretti


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sabato 4 febbraio 2017 – Giornata per Nanni Salio

Caro Nanni, so che in qualche modo ti posso parlare, che queste modeste parole rivolte a te non sono una finzione.

Crediamo insieme nella compresenza dei morti e dei viventi, intuita da Aldo Capitini, realtà difficile da definire, più ampia delle parole e dei concetti che usiamo, nella quale possono incontrarsi diverse fedi, o persuasioni, o speranze spirituali, o silenzi discreti, riguardo al dopo-vita e dopo-morte, tanto l’ impermanenza quanto la resilienza della nostra esistenza personale.

Noi non abbiamo certezze su ciò che non si vede (e neppure certezze totali sul mondo fisico, tu lo sapevi), ma sentiamo con certezza morale, interiore, che persone vissute prima di noi ci hanno realmente trasmesso una eredità che ha un valore vitale, impalpabile ma grande, una eredità di vita resistente alla morte, di umanità più forte della violenza, di amore non contaminato dall’odio, di impegno per gli altri non spento da individualismo ed egoismo.

Tu sei per noi una di queste persone, nella fila dei maestri del vivere umano senza violenza, senza prevaricazione, nella ricerca della pace giusta, quella pace che ha cura di ogni vita e di ogni realtà, che trasforma i conflitti naturali da distruttivi a costruttivi, dal rischio di annichilamento alla ricerca di un cammino ed evoluzione di vita. Questo che dico di te non è quell’elogio con cui spesso inquadriamo e liquidiamo una vita, come per archiviarla, perché ci carica di impegno. Fare l’elogio del morto e ringraziarlo è bello e giusto, ma a noi tocca soprattutto raccogliere da chi muore una consegna, un compito, un lavoro avviato da proseguire. Da ognuno riceviamo una eredità che ci fa più ricchi, ci dà degli strumenti, non per vivere di rendita, ma perché ci dà lavoro, dà un senso al tempo che noi abbiamo da vivere più di chi è già nel riposo.

Questo che diciamo di te, è ancora un ascoltarti, un parlare e dialogare.

Ho sempre presente il momento in cui, con le nostre mani, abbiamo disperso le tue ceneri, il tuo corpo ridotto in cenere, come due mesi prima tu disperdevi, pure insieme a noi, le ceneri di Daci, che ti ha amato e tu hai amato. Gettavamo le ceneri nella fontana apposita del cimitero, che le porta giù nel grembo della madre-terra, da dove veniamo, senza averla mai lasciata, e dove hai preceduto tutti noi che ancora viviamo qui, in questo tipo di vita precaria e desiderante, appassionata.

Sentivamo lo sgomento della tua assenza, a cui dovevamo adattarci. Poi abbiamo ripreso il lavoro che facevamo con te: eri assiduo dalla mattina alla sera al tuo tavolo, che era una montagna franosa di documenti, riviste, libri e appunti, davanti al computer sempre acceso, oppure a colloquio con qualche visitatore, o al telefono. Ora, quando passiamo nel tuo studiolo-corridoio, sappiamo che non sei qui ma non sei lontano da qui. Lì, su quella sedia, ti ho visto l’ultima volta, arrivare affranto e col viso di colore terreo, ma sorridente, il venerdì, prima di vederti in ospedale, sofferente fino allo stremo, lunedì 1° febbraio, l’ultimo tuo giorno.

Quando festeggiammo gli 80 anni di Galtung mi dicesti che speravi di vivere a lungo, perché sentivi di avere tanto lavoro da fare, per la pace giusta nonviolenta.

Abbiamo raccolto e stiamo continuando l’opera che tu hai avviata, che hai accompagnata, a cui hai dato gambe per camminare. Tu hai intuito con grande chiarezza che il lavoro per la pace nonviolenta ha bisogno di organizzazione, cioè di un luogo continuativo per incontri personali, collaborazione regolare, raccolta di strumenti e di materiale – la biblioteca, l’emeroteca, la comunicazione – perché quell’impegno non sia soltanto episodi volenterosi, manifestazioni velleitarie, dichiarazioni verbali. Tu hai voluto, anche con completa dedizione e donazione personale, questo Centro Studi, intitolato a Domenico Sereno Regis, che ha condiviso un impegno analogo al tuo, interrotto dalla morte prematura. Hai voluto questo laboratorio, scientifico nella ricerca e operaio nella diffusione, luogo culturale e spirituale, di amicizia e di dibattito, che è il tuo Centro Studi Sereno Regis. Tuo e nostro, ora. Nostro soltanto nel compito di aprirlo a chi passa in queste sale per ascoltare e dibattere, come luogo di ricerca, educazione, azione per la pace, in tutti i significati della parola.

Tu qui hai raccolto insieme vecchi appassionati e mai stanchi di studiare la pace e le sue strade, e giovani che vi lavorano ogni giorno, con uguale e più fresca passione, con nuove sensibilità. Qui hai promosso o accolto la pluridisciplinare ricerca per la pace: dalle esperienze storiche alla cura per la natura, dalla scienza alla politica, alla psicologia, all’arte, all’artigianato dei conflitti costruttivi, alla filosofia, all’economia, alle religioni in dialogo tra loro, per sviluppare tanti vari apporti alla nonviolenza. Tu sentivi tutte queste dimensioni del lavoro profondo.

Sentiamo la tua mancanza, Nanni, mettiamo qui il nostro lavoro, abbiamo fiducia che la giusta ricerca della pace nonviolenta proceda con l’aiuto di tanti, che hai chiamato da varie parti a questo impegno.

E nel riprendere il lavoro non c’era solo la tua assenza, non c’erano solo i tuoi lavori interrotti, c’era soprattutto la “visione”, la prospettiva di ricerca, nutrita di memoria e di esperienza, che tu, con tanti compagni di lavoro, hai consegnato a noi.

È avvenuto come avviene dei morti cari, o comunque incisivi e significativi (che vuol dire portatori di un segno, di qualcosa che indica altro, più avanti). Avviene che la vita di quei morti si pianta nella nostra memoria viva, nella nostra vita, come un trapianto, che vi pone radici. Lo abbiamo fatto anche materialmente, con un bel segno visivo, piantando, il 17 ottobre scorso, quel giovane tiglio col tuo nome nei giardini Cavour, i più belli di Torino, accanto al busto di Gandhi, il tuo maestro. Ecco, era quasi – permettimi la fantasia – accompagnarti bambino (di te bambino ci ha parlato tua sorella Carla), il primo giorno di scuola, nella tua nuova esistenza, e affidarti al maestro, alla Grande Anima, dal quale hai ben imparato, come ripetevi, a «vivere semplicemente per permettere a tutti semplicemente di vivere».

Hai vissuto con passione calma, ma forte, con coerenza, tenacia e continuità, con una spiritualità sobria e interiore, attingendo alle sorgenti.

Hai sopportato la malattia, il dolore e la morte con molto silenzio e discrezione. «Si vede la vita in un altro modo», dicevi ad un’amica che si informava delicatamente del tuo stato. Quando avevi tutta la tua forza sei andato dovunque ti chiamassero, viaggiando la notte per risparmiare tempo. Leggevi molto e diffondevi letture utili, traducevi lavori da altre lingue, paesi e scuole. Hai scritto articoli e libri che ritorniamo a leggere. Davi a noi un’amicizia sobria, discreta, non effusiva se non nella energia e continuità che si coglieva e ci stimolava nel lavorare con te. A me mettevi un po’ di soggezione, ma sapemmo anche discutere su alcune differenze convergenti. Credo che sia stato così con tutti gli amici. Io ti sono grato. Il mio sentimento per te è soprattutto gratitudine. Siamo molti a ringraziarti.

Tu sei morto, Nanni. Noi sappiamo e non sappiamo che cosa è la morte, il colle da valicare, che vediamo solo da questo lato. Ascoltiamo ora cosa ne dice il nostro padre e maestro Gandhi. Egli intende il pluriforme concetto di Dio come «l’unità di tutto il vivente», tutto sempre da difendere e realizzare; come quell’armonia universale che è la pace profonda nella quale tu e noi, tutti, siamo compresenti.

Scriveva Gandhi: «(…) Vi è una forza vivente, immutabile, che tiene tutto assieme, crea, dissolve e ricrea. Questa forza o spirito informatore è Dio (…). E questa forza è benevola o malevola? La vedo esclusivamente benevola, perché vedo che in mezzo alla morte persiste la vita, in mezzo alla menzogna persiste la verità, in mezzo alle tenebre persiste la luce». 1

Che cos’è la morte, Nanni? Noi non sentiamo la tua risposta, sappiamo che ci pensavi, negli ultimi tempi. Ma sentiamo un mormorio di risposte non urlate, lo sentiamo venire da lontano e da vicino, dall’alto e dal basso. Spendere la vita per gli altri, per la vita degli altri, è vivere davvero. Nell’antico Cantico dei cantici, poemetto biblico erotico, due innamorati dicono che l’amore è forte come la morte. Cioè, la morte non è più forte dell’amore. Vediamo che tutta la storia è una contesa fra amore e morte. Tu, Nanni, hai giocato dalla parte dell’amore, perché la pace nonviolenta è amore per la bellezza di tutto ciò che vive, per la vita degli oppressi e delle vittime, perché non ci siano più vittime. Tu sei morto con questo amore dentro di te, più forte della morte.

Grazie, Nanni!

1 Gandhi, Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità, Milano 1965, p. 100.

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