Continuando sulla strada di Nanni: la nonviolenza di fronte alle sfide del nostro tempo | Angela Dogliotti


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Durante un incontro recente tra le persone che frequentano il Centro Studi è emerso come il Centro sia percepito come un luogo nel quale si intrecciano diversi interessi, sensibilità, approcci disciplinari, che lo sguardo della nonviolenza unifica e rende coerenti.

E’ venuto il momento di rimettere in onore il tema della nonviolenza, di cominciare a considerarlo il tema fondamentale del nostro tempo” (N.Bobbio, 1979)1

Quale nonviolenza?

Nanni proponeva uno schema interpretativo aperto sulla nonviolenza, che cerca di tenere insieme diverse modalità e livelli in cui una cultura della nonviolenza si può manifestare:

Per cercare di definire che cosa intendiamo per nonviolenza, possiamo cominciare da un approccio molto semplice mediante alcune variabili che ci aiutano a costruire una mappa (fig.1). Sull’asse verticale indichiamo un approccio individuale (in alto) o collettivo (in basso), mentre sull’asse orizzontale indichiamo la dimensione religiosa (a sinistra) e quella politica (a destra).

In ciascuno dei quattro quadranti possiamo rappresentare sia temi, sia esperienze che si sono sviluppati nel passato o sono presenti tuttora. Otteniamo non una definizione, ma un quadro quasi fotografico. I due quadranti a sinistra rappresentano la nonviolenza spirituale, di principio, quelli a destra la nonviolenza politica, pragmatica. I grandi maestri della nonviolenza hanno saputo agire tenendo insieme tutte quante queste dimensioni. 2

tabellaIn Nanni c’era inoltre una convinzione profondamente radicata, che noi condividiamo, e che vorremmo sviluppare: la nonviolenza gandhiana rappresenta nel suo complesso una prospettiva politico-culturale-spirituale nuova, un nuovo paradigma per leggere la realtà e per affrontare le sfide che abbiamo di fronte nel mondo contemporaneo , sfide che l’attuale crisi economico-finanziaria, ambientale ed etico-politica ha messo drammaticamente in evidenza.

Non c’è qui il tempo (e non è questa la sede) per analizzarne le caratteristiche, ma basta prendere, per avere un’idea, una delle manifestazioni più emblematiche della crisi che stiamo tuttora vivendo: il dramma delle migrazioni.

Nel 2015 ci sono stati 65 milioni di migranti forzati, di cui 21,3 rifugiati, 40,8 sfollati interni, 3,2 richiedenti asilo.

Parole come “migranti” o “rifugiati” non colgono questi flussi emergenti di gente disperata che si muove e attraversa il pianeta. C’è un misto di condizioni negative crescenti che equivale ad una massiccia perdita di habitat a livello globale. Mentre oggi la guerra è la causa fondamentale di spostamento, molti altri fattori genereranno sempre più flussi di persone in uscita dalle proprie terre. Davvero significativo in questo momento è la rapidissima crescita dei popoli rurali e semirurali costretti a spostarsi per una serie di concause che si mascherano dietro la causa più visibile che è la guerra. Pensiamo agli effetti del cambiamento climatico sulla riduzione della terra abitabile.3

Questo fenomeno mette bene in luce le relazioni esistenti tra modelli di sviluppo, necessità di controllo delle risorse energetiche, produzione e vendita degli armamenti, guerra, cambiamenti climatici…rendendo evidenti le varie forme di violenza :

C’è un enorme bisogno di conoscere e approfondire i legami tra modelli di difesa e modelli di sviluppo.
I modelli di difesa, nei quali prevale l’opzione militare con una distruttività crescente e senza limiti, creano violenza diretta. I modelli di sviluppo, prevalentemente centrati sui paradigmi della crescita illimitata, delle fonti energetiche ad alta potenza (fossili e nucleare) e del neoliberismo, creano violenza strutturale e perenne instabilità. E al di sotto di tutto ciò ci sono le culture profonde, che alimentano la violenza culturale.
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Che cosa possiamo fare noi?

La nonviolenza, appellandosi al potere di tutti, suggerisce i diversi livelli di intervento, in relazione tra di loro , da quello individuale-personale, a quello politico-collettivo (micro-meso- macro-mega), nonché la necessità di coniugare la ricerca con l’educazione e l’azione.

Quali le direzioni di cambiamento che possono partire da noi e coinvolgere livelli via via più ampi?

Schematicamente, tre direzioni:

1- Costruire insieme una nuova visione del mondo caratterizzata dalla consapevolezza della non-separazione, dell’interconnessione tra tutti gli esseri viventi e tra questi e l’ambiente naturale che ci ospita.

E’necessario cambiare gli immaginari, la cultura profonda che si esprime nelle visioni del mondo: sostituire al paradigma della inevitabilità della violenza, in una società “naturalmente” gerarchica e competitiva, quello della possibilità della violenza , in una concezione del genere umano come di una sola umanità, nelle differenze, capace di affrontare i conflitti in modo nonviolento, perché dotata degli anticorpi necessari per comprendere le fonti della violenza e contrastarle.

Uno di questi antidoti è l’empatia. L’empatia , cioè “la capacità di identificare ciò che qualcun altro sta pensando o provando, e di rispondere a quei pensieri e sentimenti con un’emozione corrispondente” 5 Altri grandi antidoti alla violenza sono i comportamenti altruistici di cura e la capacità di cooperazione, anche questi iscritti nel codice della vita, come ha suggerito la biologa Lynn Margulis, la quale, interpretando le relazioni tra i componenti delle cellule, ha ipotizzato che la maggior forza dell’evoluzione sia la simbiosi.6

Lo stesso Gandhi scrive :“Il fatto che vi sono ancora tanti uomini vivi nel mondo dimostra che questo non è fondato sulla forza delle armi ma sulla forza della verità e dell’amore. Dunque la prova più grande e più inconfutabile del successo di questa forza deve essere vista nel fatto che malgrado tutte le guerre che si sono avute nel mondo, questo continua ad esistere.”7

Ciò rimanda anche alla necessità di far emergere una diversa narrazione storica. Perché, come scrive Anna Bravo nel suo ultimo libro La conta dei salvati, il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato: “C’è bisogno di tenere da conto ogni forma di attivismo per smontare l’idea malsana che quando c’è guerra c’è storia, quando c’è pace no, o non a pieno titolo- come se la pace fosse un dono della fortuna o un vuoto fra una guerra e l’altra, mentre è il frutto di un lavorio umano, è quel lavorio stesso”8

E’ ben evidente quale grande ruolo possa avere l’educazione nella formazione di personalità nonviolente e quale importanza abbiano i media e i social network nella formazione di nuove mentalità collettive orientate ad un cultura della nonviolenza.

2- Sviluppare competenze alla trasformazione nonviolenta dei conflitti , rendendo ciascuno consapevole e capace di usare correttamente il potere di cui dispone a livello personale e collettivo; cambiare il paradigma della sicurezza e le politiche della difesa

Il pacifismo dice no alla guerra; la nonviolenza cerca alternative alla violenza nei conflitti: occorre perciò sviluppare una cultura del conflitto che lo distingua dalla violenza.

Il conflitto sostenibile deve:

  • contenere/ridurre le dinamiche violente

  • far emergere gli elementi di “verità” presenti in ogni posizione e metterle in dialogo

  • individuare i fini sovraordinati che le parti possono aver interesse a raggiungere insieme (per innescare processi di cooperazione nel conflitto, anziché di contrapposizione)

  • favorire dinamiche comunicative di decentramento, di ascolto, di empatia e di assertività

  • Sviluppare la creatività per cercare soluzioni condivise

  • Mettere in atto interventi e azioni nonviolente nei conflitti asimmetrici

Sono, queste, lo caratteristiche del Satyagraha gandhiano, che, secondo Pontara “può essere visto come la continuazione del metodo democratico in situazioni di conflitto in cui tale metodo non è disponibile o non funziona…”9

Dunque cuore della nonviolenza è la capacità di trasformare in modo costruttivo i conflitti .

In questa stessa direzione, sono di grande rilevanza alcune proposte elaborate dai movimenti nonviolenti in questi ultimi anni, per tradurre i principi della nonviolenza in politiche delle difesa coerenti con essi. E’ infatti necessario rispondere al bisogno di essere protetti e sentirsi difesi da eventuali minacce; il problema è : quale difesa? Da chi? Che cosa ci minaccia? Che cosa ci può dare sicurezza? Se riflettiamo su questi interrogativi ci accorgiamo che gran parte delle nostre paure riguardano la serenità della nostra vita quotidiana, che ci è data dalla possibilità di avere un lavoro e dunque un reddito, di essere curati quando ci ammaliamo, di avere buone scuole per i nostri figli e una prospettiva di futuro in un ambiente salvaguardato e protetto…

Ma anche rispetto a minacce, interne o esterne, ci sono forme di difesa diverse dalla guerra: le proposte nonviolente sono quelle della Difesa Difensiva, o Transarmo, della Difesa Popolare Nonviolenta, che abilita ciascuno a usare il potere dal basso di cui dispone per affermare i propri diritti usando modalità di lotta nonviolenta in modo organizzato, e quella dei Corpi Civili di Pace per intervenire , ove necessario, nei conflitti, con una struttura legittimata e riconosciuta che possa svolgere un’opera di mediazione tra le parti, accompagnamento, protezione ed empowerment (capacitazione) della parte più debole per riequilibrare il conflitto.

Se la resistenza civile, come la storia insegna, ha funzionato anche grazie ad interventi messi in atto da parte di singoli e popolazioni in modo spontaneo, quanto potrebbero essere efficaci azioni di resistenza nonviolenta organizzate e attuate da cittadini preparati e consapevoli?

A questo proposito scriveva Nanni:

L’obiettivo della istituzione dei CCP, dentro un più ampio cambiamento strutturale del modello di difesa verso la difesa popolare nonviolenta, deve diventare l’obiettivo prioritario dei movimenti per la pace sia nel nostro paese sia su scala internazionale.10

3- Impegnarsi per una più equa distribuzione di potere e risorse tra tutti , per ridurre le disuguaglianze e la violenza strutturale.

La povertà non è un fatto di natura, ma il prodotto di società ingiuste perché inegualitarie e predatrici” Riccardo Petrella

Oggi viviamo in un mondo con livelli di disuguaglianza mai visti da oltre un secolo”11

La violenza strutturale, cioè quella violenza indiretta, nascosta in strutture ingiuste, che distribuisce la ricchezza in modo tale per cui, secondo il rapporto della OXFAM del gennaio 2016, l’1 per cento della popolazione mondiale detiene una ricchezza superiore a quella di tutti gli altri abitanti del pianeta, o la violenza strutturale delle spese militari, che sottraggono risorse alla vita per destinarle alla morte , sono gli esiti interconnessi di quel sistema militare-industriale-scientifico-mediatico che ha bisogno della guerra come unica via per regolare le relazioni internazionali, a profitto delle potenze e dei gruppi più forti. Certamente una simile situazione è insostenibile, da ogni punto di vista, compreso quello ambientale, e non può che alimentare venti di guerra.

Bisogna, allora, cambiare radicalmente strada.

La proposta della nonviolenza è quella della semplicità volontaria e della costruzione, dal basso, di forme parallele di economia di giustizia capaci di ridurre e controllare lo spazio del mercato in favore di forme alternative basate sullo scambio , sulla cooperazione, sul dono , su forme di finanza cooperative e mutualistiche. Sono molto più numerose di quanto si creda le esperienze di questo tipo (basti pensare ai GAS-Gruppi di acquisto solidale; ai mercatini di produttori a km.0, alle filiere corte, al commercio equo e solidale, alle esperienze di produzione agricola ecologica.. ), molto più sostenibili sia a livello sociale che ambientale. E sembra piuttosto efficace l’uso intelligente del potere del cittadino che può scegliere di boicottare certi prodotti in base al loro livello di equità sociale e di sostenibilità ambientale (esistono manuali che aiutano ad orientarsi in tal senso, come quelli prodotti dal centro Nuovo modello di sviluppo di Francuccio Gesualdi)

Dunque: semplicità volontaria, scelte economiche orientate alla difesa dei beni comuni, gestione dell’economia non in funzione della massimizzazione del profitto di pochi ma del benessere di tutti.

La direzione di lavoro è chiara:

costruzione di una nuova visione;

trasformazione nonviolenta dei conflitti;

promozione di una economia di giustizia

ma è necessario comprendere come tradurla concretamente nei diversi contesti e praticarla a livello individuale e collettivo.

Queste alcune proposte di Nanni, in un articolo sulle politiche di pace e nonviolenza:

L’agenda di questo progetto è riassumibile sinteticamente nei seguenti punti:
1. Ridurre le spese militari con un tasso del 5% all’anno per una legislatura e utilizzare i fondi così liberati per costruire i CCP italiani, europei, delle Nazioni Unite e finanziare un programma capillare di educazione alla trasformazione nonviolenta dei conflitti dal micro al macro, dalla scuola al quartiere all’intero tessuto sociale.
2. Avviare parallelamente la trasformazione dell’attuale sistema energetico programmando la riduzione del 5% annuo dei consumi petroliferi e fossili e delle emissioni climalteranti e la sostituzione con fonti energetiche solari rinnovabili, in un più ampio quadro di efficienza energetica e di riduzione controllata dei consumi.
3. Promuovere la costruzione e la diffusione di una cultura della pace e della nonviolenza trasformando l’attuale sistema mediatico in uno strumento per “dire la verità” e fare giornalismo e informazione di pace, in stretto contatto con i centri di ricerca per la pace, come ad esempio la rete Transcend (www.transcend.org/tms).
Programma ambizioso? No, semplicemente realistico rispetto alle grandi sfide che ci attendono, prima che sia troppo tardi!
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Vogliamo provare a raccogliere questo testimone e portarlo avanti, con il contributo di tutti.


1 Norbrto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna, 1979

2 Nanni Salio, Antica come le colline, prefazione a M.Nagler, Manuale pratico della nonviolenza, EGA, Torino, 2014

3 Saskia Sassen, Espulsioni (Il Mulino, Bologna 2016).

4 Nanni Salio, Politiche di pace e nonviolenza serenoregis.org/2008/04/25/politichedipaceenonviolenzanannisalio/

5 Simon Baron Cohen, La scienza del male. L’empatia e l’origine della crudeltà. Cortina Editore, Milano, 2011

6 Margulis Lynn and Sagan, Life did not take over the globe by combat, but by networking,in Resurgence, vol.206, 2001

7 M.K. Gandhi, Hind Swaraj or Indian Home Rule, cap. XVII, riportato in Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino,1996, pag.65

8 Anna Bravo, La conta dei salvati, Laterza, Bari, 2013, pag.14

9 Giuliano Pontara, Quale pace?, Mimesis, Milano, 2016, pag. 98

10 Nanni Salio, Politiche di pace e nonviolenza serenoregis.org/2008/04/25/politichedipaceenonviolenzanannisalio/

11 OXFAM, An Economy for the 1%, 210 Oxfam Briefing Paper, January 18, 2016, citato in Pontara, Quale pace, op.cit. pag. 138

12 Nanni Salio, Politiche di pace e nonviolenza, idem

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