Violenza, guerra: una causa o un sintomo? | Johan Galtung


Conferimento della laurea Honoris Causa, Universidad Madrid Complutense, 27 gennaio 2017

Illustre Rettore, egregia Giuria, ricevo questo grande onore attribuitomi con profonda gratitudine e orgoglio, promettendo di cercare di esserne all’altezza.

Condividerò ora con voi qualche parola su come fui avviato all’attività per cui voi ora mi onorate, cioè gli studi sulla pace e la pratica della pace.

Come tanti, mi sentivo disperato per le guerre nel nostro secolo e continente illuminista e mi chiedevo perché. Che cosa si può fare per evitare tale sofferenza, non solo i morti e i feriti, bensì le innumerevoli vittime collaterali?

Per esperienza famigliare avevo qualche nozione di medicina ed ero rimasto colpito dalla feconda distinzione fra causa e sintomo. Il sintomo è alla superficie del corpo, come la febbre; ma la causa prima è più in profondità, dentro, una sepsi. Un’acquisizione importante. “Curare la causa, non il sintomo” divenne un nuovo modo di ragionare.Rinfrescare il corpo ha un certo senso, ma non è una cura; e ancor meno lo sarebbe trattare una caviglia gonfia come tale mentre potrebbe essere sintomo di una grave disfunzione cardiaca.

La malattia per me era la guerra, il sano benessere la pace. La guerra era una causa con effetti orribili e nessun effettivo vincitore, o poteva essere un sintomo di qualcosa più in profondità nel “corpo politico”, una “causa prima”? Di qualcosa che precede guerra e violenza in generale, che se tolto toglierebbe pure, o almeno ridurrebbe, guerra e violenza? Ma che cosa?

Era importante perché se accettiamo la violenza come causa prima la colleghiamo al corpo umano o all’umanità in quanto tale, innata, e quindi inevitabile. Dovremmo allora imparare a conviverci – con essa e i suoi effetti, fra i quali quelli riassunti nella nozione che “guerra genera guerra”.

La retorica bellica effettivamente puntava in due direzioni: “l’impedimento a ciò cui abbiamo diritto” e “vendetta per guerre ingiuste contro di noi”. La prima si rifà a un conflitto, a “obiettivi incompatibili”; la seconda a un trauma, “ferite da una passata violenza”. Mi sono dedicato a queste due nozioni.

Il che libera la natura umana dall’essere la causa e ci dà qualcosa di fattibile con una pratica di pace: risolvere il conflitto, riconciliare il trauma.

Facile a dirsi; ma non altrettanto a farsi. Esaminiamo qualche caso.

ecuador_peru_bgCominciando col conflitto: un contendente ha come obiettivo il territorio andino fra Perù ed Ecuador e l’altro ha esattamente lo stesso obiettivo: incompatibilità, quindi conflitto. Perché badare all’obiettivo dell’altro, particolarmente quando sia ben più forte? Perseguo il mio obiettivo, odio l’avversario per il suo impedimento – “si tolga dalla mia strada!”. Argomentazioni forti.

L’unica via d’uscita sarebbe nel mostrare un’altra possibilità, detta “soluzione”; che potrebbe essere meglio perfino della vittoria.

Il che si può solo fare con un certo grado di previsione, proiezione, prognosi. Un aspetto negativo: che succede se uno, il più forte, procede con violenza, guerra, e vince? E un aspetto positivo: che potrebbe succedere se uno sceglie una condotta nonviolenta, come la condivisione di quel territorio come “zona bistatale”? Con un parco naturale, un mercato?

Per la previsione negativa ci vuole un dialogo, chiedendo alla parte più forte di predire quanto accadrà. Prima o poi matura la “vendetta“, poiché la violenza dell’uno avrà causato un trauma all’altro. Che può anche dire: riesco a gestirlo. OK, ma questo vuol dire vittoria a un costo che col tempo può farsi pesante.

Quindi la visione positiva: co-possedere la zona, condividere i benefici derivanti in modo paritario – 40% ciascuno, mettendo da parte il 20% per l’amministrazione e la gestione ecologica.

Nel contendente [più] forte c’è un pensiero: “Va bene l’accesso all’intera zona, ma non basta, voglio esserne il solo proprietario!” Sì, un costo. Ed è qui che entra in ballo il confronto fra le due previsioni, dei costi e dei benefici. Il mediatore deve stare attento a non esagerare né gli uni né gli altri. Ma l’esperienza empirica è che, se la visione di un risultato nonviolento è abbastanza attraente, può risultare la preferita: “OK, non proprio che cosa volevo, ma forse meglio che tutti i fastidi di una guerra e del dopo, anche se certamente vincerei”.

Ed è così che possiamo allora procedere verso una qualche condivisione di aree di pesca nel Mar Meridionale della Cina fra la Cina stessa e le Filippine – area ASEAN. E magari pure fra la Cina e il Giappone, come tenteremo io e mia moglie Fumiko Nishimura, giapponese e co-mediatrice, in una prossima conferenza a Nanjing (Nanchino). Un’isola contesa come Sensaku-Diaoyu può essere condivisa, ma c’è da considerare anche un passato molto traumatico di oltre quattro secoli.

Alpini_battaglione_Edolo_in_LibiaTrauma: prendiamo un esempio più vicino alla Spagna, dall’Italia. Nel 1911 l’Italia commise un terribile genocidio in Libia – oggi lo chiameremmo terrorismo di stato – bombardando dall’alto le oasi, le aree per le donne, i bambini, i vecchi e i malati, mentre i beduini abili combattevano a cavallo nel deserto. Per gli arabi-musulmani questa brutalità inaudita era satanica. Capitolarono e la Libia divenne una “colonia” italiana. Che fu poi liberata da Gheddafi nel settembre 1969, che detronizzò il re fantoccio degli italiani. Gli eventi del 1911 continuarono però a suppurare, come al solito: un trauma inferto se lo dimentica facilmente l’autore, ma mai la vittima.

Nell’imminenza del 2011 in Italia avevo argomentato a favore di scuse in occasione del centenario. Che fu appunto ciò che accadde: Silvio Berlusconi si scusò. Grande! Costò qualcosa in termini psico-politici; ma l’Italia non è stata esposta alla violenza dello Stato Islamico.

C’è una bella metafora: La vittima dice “Apriamo una pagina nuova e immacolata nel nostro rapporto. Ma ti terrò d’occhio: che ci sia nulla delle tue maniere violente d’un tempo!”

Altri europei, Inghilterra-Francia, Danimarca-Norvegia non sono arrivate a tanto, bombardando la Libia nel 2012. In particolare Inghilterra e Francia dovranno aprire un libro nuovo, altro che una pagina.

E gli USA, che hanno ucciso più di 20 milioni di persone in 37 paesi dalla 2^ guerra mondiale? Gli ci vuole un’intera biblioteca, di pagine bianche.

11 fra i membri UE – quand’erano 28 – sono stati colonialisti, 9 di essi in Africa; con molte azioni che vorrebbero non aver fatto e che vogliono dis-fatte, senza peraltro il coraggio morale di attuarlo. Finora; ma può darsi che cambi.

L’Islam potrebbe anche considerare che non fu invitato verso ovest fin nella penisola iberica, per quanto vi produssero un’età dell’oro. Le Crociate furono anche una reazione, una vendetta. Temi importanti per un futuro prossimo.


#465 – 30.01.17 – Johan Galtung
Titolo originale: Is Violence-War a Cause Or a Symptom?
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Una replica a “Violenza, guerra: una causa o un sintomo? | Johan Galtung”

  1. tutti scrivono per denunciare ciò che non va in qualsiasi campo, ma pochissimi scrivano la ricetta per comperare la medicina e come curare l'ammalato. Oggi si chiama crisi economica, invece è mercati saturi, surplus di produzioni realizzate dal progresso tecno-scientifico e telematico, che nel giro 30 anni hanno fatto sparire oltre il 50% dei posti di lavoro e sono abbassati i prezzi. Tutta questa positività se fosse ben distribuita riducendo l'orario di lavoro per far lavorare tutti, oltre che ridurre i debiti pubblici per meno spese parassitarie, gli ingordi e disumani capitalisti e servi politicanti remano al contrario facendo credere che la riduzione dell'orario comporterebbe la riduzione degli stipendi. Matematicamente è vero ma, se realizzata gradatamente e con più giustizia economica è un falso problema.

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