La perdita di habitat come spinta alla migrazione | Saskia Sassen


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Saskia Sassen1 è una sociologa ed economista statunitense nota per le sue analisi sulla globalizzazione e sui processi transnazionali. Dopo aver insegnato sociologia all’Università di Chicago, attualmente insegna alla Columbia University e alla London School of Economics.

Secondo la Sassen, la globalizzazione dell’economia, accompagnata dall’emergere di modelli di potere transnazionali, ha profondamente alterato il tessuto sociale, economico e politico degli stati-nazione, di vaste aree sovranazionali e, non da ultimo, delle città.

Tra i suoi titoli più recenti ricordiamo: Una sociologia della globalizzazione, Einaudi, 2008; Le città nell’economia globale, Il Mulino, 2010; Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, Il Mulino, 2015.

In un articolo pubblicato pochi mesi sulla rivista Sociology of Development (A Massive Loss of Habitat. New Drivers for Migration: Vol. 2, N.2, pag. 204-233, 20162) l’Autrice analizza un aspetto finora poco esplorato che caratterizza molti dei flussi migratori più recenti: la perdita di habitat3. Invitando i lettori interessati a leggere interamente l’articolo, propongo qui la traduzione del sommario, di una parte dell’Introduzione, della sintetica presentazione dei tre ‘casi studio’ presentati dall’Autrice, e di alcune considerazioni finali..

SOMMARIO

L’articolo analizza tre flussi emergenti di migrazioni, ciascuno con caratteristiche specifiche che possono definirsi estreme. Lo sforzo che ho compiuto nell’organizzare il mio lavoro è stato quello di capire quali condizioni presenti nei luoghi di origine spingono le persone a rischiare la vita per intraprendere viaggi pericolosi allo scopo di sfuggire da tali luoghi. Ormai si sa che questi migranti non sono i più poveri dei poveri, nei loro luoghi di origine. Il rapido aumento di quei flussi, insieme alle condizioni che queste persone lasciano dietro di sé, sollecita una domanda che è a fondamento della mia indagine: le categorie che noi utilizziamo per capire e descrivere le migrazioni – basate sull’idea che si tratti di persone che vanno in cerca di una vita migliore, che lasciano una famiglia e una casa con l’intenzione di inviare degli aiuti da lontano in vista di un possibile ritorno – sono sufficienti a individuare la specificità di questi flussi migratori emergenti? La mia risposta è: no, niente affatto. Una grossa differenza rispetto al passato è che una parte della storia è l’imponente perdita di habitat dovuta a una varietà di eventi e circostanze estremi: dai furti di terre, fino all’avvelenamento di terreni e di acque causato dalle miniere. Nell’articolo esamino come i modelli di sviluppo realizzati negli ultimi 30 e più anni abbiano reso possibili queste condizioni negative. In più, un altro fattore significativo che ha contribuito a ridurre l’habitat di quei migranti è stato la proliferazione di guerre asimmetriche. Un esito della combinazione di questi fattori si manifesta con queste nuove migrazioni.

INTRODUZIONE

Una assunzione importante nell’organizzare la ricerca che mi ha portato a scrivere questo articolo è che il contesto generale in cui i flussi migratori si manifestano è significativo. Si può vedere che molti dei più estesi flussi migratori degli ultimi due secoli, e anche prima, hanno avuto un inizio: non sono sempre stati presenti. La mia attenzione qui è rivolta ad alcuni nuovi flussi migratori che hanno cominciato a manifestarsi negli ultimi uno-due anni, e che hanno dimensioni ridotte rispetto ai precedenti. Queste migrazioni più recenti ci aiutano a capire perché un flusso migratorio ha inizio, e ci danno informazioni sulle condizioni del contesto, dell’area dalla quale la gente parte. […] La maggior parte del mio lavoro sulle migrazioni è basato sull’analisi del contesto più esteso, e qui esamino tre flussi che hanno avuto inizio molto di recente. Un caso riguarda il brusco aumento di migrazione di minori non accompagnati dal Centro America – in particolare da Honduras, Salvador e Guatemala. Il secondo riguarda l’incremento delle fughe delle popolazioni Rohingya dal Myanmar. Il terzo caso riguarda la migrazione verso l’Europa a partire da Siria, Iraq, Afghanistan e da numerosi Paesi africani, in particolare Eritrea and Somalia. Si tratta di flussi migratori di tipo molto diverso, e il terzo in particolare riguarda situazioni enormemente diverse tra loro. Eppure per ciascun flusso possiamo risalire a un contesto più esteso caratterizzato da condizioni estreme. Non si tratta più di spostamenti causati dai calcoli delle famiglie che puntano alla migrazione per motivi economici: il problema va oltre le logiche interne alle famiglie, e va oltre le incertezze locali o nazionali. Le condizioni operano ad un livello più ampio, che trascende la situazione cittadina, o regionale o geopolitica. Un fattore chiave per spiegare queste migrazioni è l’estrema violenza. Ma non è l’unica componente, c’è un secondo fattore chiave: trent’anni di politiche internazionali dello sviluppo hanno lasciato molta terra bruciata (a causa delle miniere, delle appropriazioni indebite di terreni, delle grandi piantagioni) e hanno espulso intere comunità dal loro habitat. Muoversi verso gli slums delle grandi città oppure – per chi può permetterselo – migrare, sono diventati sempre più l’estrema opzione. Questa storia pluridecennale di distruzioni ed espulsioni ha raggiunto livelli estremi, che sono diventati visibili nelle vaste distese in cui terreni e acque sono ormai morti. Almeno alcune delle guerre e dei conflitti locali nascono proprio da queste distruzioni , come forme di lotta per l’habitat. Nel frattempo il cambiamento climatico riduce ulteriormente gli spazi vivibili.

Sulla base di queste distruzioni, e dallo studio delle caratteristiche dei tre flussi migratori emergenti, io sostengo che questo insieme di condizioni – guerre, terre devastate, espulsioni – ha causato una grande perdita di habitat per un numero crescente di persone. Questi, dunque, non sono i migranti in cerca di una vita migliore, che sperano di inviare soldi alla famiglia e magari di tornare a casa. Sono persone in cerca della nuda vita, senza una casa alla quale tornare.

Nella prima parte del mio articolo analizzo alcune delle politiche internazionali per lo sviluppo che sono state messe in atto a partire dagli anni ’80 del secolo scorso. Non intendo qui analizzare i programmi e la loro validità – l’ho fatto altrove. Qui invece intendo mettere in evidenza come ci sia stato un procedere incessante di coinvolgimento delle aree meno sviluppate in un processo che ha portato alla distruzione degli habitat. L’abbandono dei territori è in parte la risposta a quella distruzione, così come le guerre che possono esservi nate.

Nella seconda parte esploro più a fondo i tre flussi migratori sopra menzionati: questi non sono rappresentativi del vasto mondo delle migrazioni, ma servono come indicatori per far capire come possono andare male le cose. […] Presento questi tre flussi migratori come indicatori di una condizione che si sta facendo sempre più grave in un numero crescente di luoghi: la perdita di habitat. La guerra viene facilmente additata come la causa delle migrazioni, data la sua immediatezza e visibilità. Ma io qui voglio mettere in evidenza le distruzioni che sono state compiute a poco a poco, e le espulsioni che ne sono derivate a causa di politiche dello sviluppo profondamente erronee e ingannevoli.

Queste distruzioni non dovrebbero essere messe in secondo piano rispetto a quelle causate dalle guerre.

Nei paragrafi successivi Saskia Sassen propone una interpretazione di alcune delle cause che hanno portato alla perdita di habitat (e alle conseguenti migrazioni) per milioni di persone. Traduco qui sotto solo i primi capoversi. Nell’articolo sono riportati analisi approfondite e molti dati quantitativi.

ALIMENTARE LA PERDITA DI HABITAT: UNA NUOVA FASE DEL CAPITALISMO AVANZATO

Mi concentrerò qui specialmente sugli ultimi 20anni, che sono caratterizzati da una fase interamente nuova per quanto riguarda la perdita di habitat, causata dai furti di terreni e di fonti d’acqua, dall’espansione delle attività minerarie, dall’occupazione su larga scala di terre per costruire ambienti di vita per le classi più abbienti, ecc. In un certo senso, non è successo nulla di nuovo. Fin dalle sue origini, e nel corso delle sue successive fasi, il capitalismo è stato caratterizzato dalla violenza, dalla distruzione, e dall’appropriazione. […]

IL DEBITO COME LOGICA ESTRATTIVA

L’estrazione di valore dal Sud globale e l’attuazione dei programmi di ristrutturazione nelle mani del FMI e della Banca Mondiale hanno avuto l’effetto di “ricondizionamento” del terreno rappresentato da questi paesi, per consentire l’espansione di nuove forme di capitalismo avanzato. Ciò include le sue forme esplicitamente criminali. […]

L’AUMENTO DELLE ACQUISIZIONI DI TERRENI IN ALTRI PAESI. UN MODO PER ESPANDERE LO SPAZIO OPERATIVO DEL CAPITALISMO AVANZATO

[…] L’indebolimento e la progressiva corruzione dei governi del Sud globale hanno permesso il rapido e brusco aumento di acquisizioni di terreni all’estero dal 2006. Anche se questo processo può essere interpretato semplicemente come il proseguimento di una vecchia abitudine, i dati a disposizione mostrano un salto di scala: dal 2006 al 2011 più di 200 milioni di ettari di terreni in Africa, in America Latina e in alcune aree dell’Asia sono stati acquisiti da governi e da imprese straniere: e questo dato riguarda solo le acquisizioni di superfici superiori a 200 ettari.

Nelle pagine successive l’Autrice si concentra su alcuni aspetti peculiari che a suo parere sono presenti in una varietà di flussi migratori, ciascuno caratterizzato da condizioni estreme. Si tratta di casi su flussi iniziati da poco, o che da poco hanno assunto un carattere particolarmente intenso.

MIGRANTI ALLA RICERCA DELLA NUDA SOPRAVVIVENZA: TRE CASI ESTREMI

L’ America Centrale da tempo è area di emigrazione, per ragioni politiche ed economiche. La novità è la presenza di un gran numero di minori non accompagnati, che sono strappati dalle loro case dall’estrema violenza urbana che è esplosa negli ultimi anni. Questa violenza è in parte generata dall’espulsione di contadini dalle loro terre per fare spazio alle vaste piantagioni che producono cibo per i mercati degli Stati Uniti, e per la morte dei terreni stessi, causata dall’eccesso di pesticidi e fertilizzanti. Le città rappresentano sempre di più gli unici posti in cui queste donne e questi uomini, cacciati dalle loro terre, possono andare.

Alla ricerca di rifugio nel Sud-Est Asiatico. Il Mare delle Andamane. Stiamo assistendo al manifestarsi di una nuova fase estrema nel Sud-Est asiatico, un’area che da lungo tempo ha visto fenomeni di schiavitù e di tratta di rifugiati disperati. I grandi flussi di rifugiati dopo la guerra del Vietnam si sono in qualche modo conclusi, nel bene o nel male. Questa nuova crisi emerge da una diversa mescolanza di condizioni: non è un seguito di situazioni precedenti. Fatti molto recenti indicano sviluppi allarmanti: uno di questi riguarda le numerose piccole comunità musulmane che fuggono dalla sottrazione delle loro terre e dalla persecuzione religiosa. Il più visibile è il caso dei Rohingya, fino a 50.000 dei quali sono fuggiti dal Myanmar usando passaporti del Bangladeshi: ma si tratta di comunità che avevano vissuto nel Myanmar per centinaia di anni. […]

Migrazioni nel Mediterraneo verso l’ Europa: destinazione di molti tipi di espulsione.

Il Mar Mediterraneo è stato a lungo, e continua ad essere, attraversato da migranti e rifugiati. In questo articolo mi occupo solo di una parte dei nuovi flussi, iniziati nel 2014, che devono essere distinti rispetto agli altri, che pure proseguono. Nel Mar Mediterraneo, soprattutto verso il lato orientale, i rifugiati, gli scafisti e l’Unione Europea mettono in atto ciascuno la propria logica, alimentando così una crisi che ha molti aspetti. La fine del 2014 ha registrato un improvviso aumento di rifugiati, forse non previsto dalle autorità dell’Unione Europea, visto che le guerre da cui le persone fuggivano erano già in corso da molti anni […]. Ma i conflitti in Iraq, Afghanistan e Siria non erano destinati a concludersi. Né quelli in corso in

Somalia o nel Sud Sudan. La brutalità di quei conflitti, con la totale mancanza di rispetto per le leggi umanitarie internazionali, indicava che prima o poi la gente avrebbe cercato di sfuggire a quella violenza […]

CONCLUSIONI: ALLA RICERCA DELLA NUDA SOPRAVVIVENZA

Le storie e le geografie che sono alla base di questi tre flussi migratori sono varie e complesse. Non vi sono soluzioni semplici. Quei rifugiati non sono di solito i più poveri nei loro paesi, anche se partire dai loro paesi per loro significa rimanere senza alcuna risorsa; molti hanno fatto studi superiori, avevano delle attività… “rimandarli da dove sono venuti” spesso non è una opzione perseguibile. Quella che un tempo era la loro casa adesso è zona di guerra, oppure un’area privata recintata, un complesso edile delle multinazionali, una piantagione, una miniera, un deserto, una pianura allagata, uno spazio di oppressione e di abuso. […]

Oggigiorno coloro che cercano rifugio non hanno molte scelte. Il moltiplicarsi di zone di guerra in tutto il mondo non è destinato a rapide conclusioni. A differenza delle Guerre Mondiali, ci sono ora delle guerre che non prevedono armistizi guidati dalle grandi potenze. E i primi passi per ricostruirsi una vita, l’accesso a un pezzetto di terra da coltivare o la sistemazione in una casa economica in città, stanno diventando sempre più difficili. Terreni rurali e terreni urbani sono sempre più oggetto di interesse per le grandi corporazioni internazionali. Il risultato è che una parte crescente di terra in Africa, America Latina e parte dell’Asia è ora nelle mani di corporazioni o di governi stranieri. Infine, il cambiamento climatico ha avuto un’impennata in parte a causa di quelle che potrebbero essere descritte come pratiche negligenti o disoneste di sviluppo – soprattutto quelle attuate dal FMI e dalla Banca Mondiale negli anni 1980 e 1990, che hanno portato conseguenze disastrose per tante economie e società locali nel Sud globale.

In questo tipo di contesto anche una crisi modesta può rendere la vita insopportabile, e presentare la fuga coma una via per la sopravvivenza. Questa diventa la ricerca per la nuda vita.


1 Columbia University, Email: [email protected]

3 L’habitat è l’insieme delle caratteristiche ambientali (fisiche, biologiche) che permettono ad una data popolazione di vivere, svilupparsi, riprodursi, garantendole una soddisfacente qualità della vita, Il termine si usa sia per le comunità umane sia per altre specie viventi.


(traduzione e note di Elena Camino per il Centro Studi Sereno Regis)

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