La donna in India fra cinematografia, ruoli e cambiamenti sociali | Luciana Ciliento


17parched-master768River to River Florence Indian Film Festival

Inserito nei 50 Giorni di cinema internazionale a Firenze, il River to River Florence Indian Film Festival è ideato e diretto da Selvaggia Velo, con il Patrocinio dell’Ambasciata dell’India, e presenta film, documentari e cortometraggi, con un’incursione nelle web-series, in lingua originale e sottotitolati in italiano e in inglese.

L’omaggio alla donna indiana è stato il fil rouge della sedicesima edizione, partendo dal documentario In her words – a journey of indian women (India, 2016) di Annie Zaidi sul ruolo delle donne nella cultura indiana attraverso le voci di attiviste, ricercatrici e antropologhe del subcontinente. Alla proiezione è seguito il talk L’India è donna? Cliché culturali e mutamenti dei ruoli femminili tra cinema e teatro condotto da Marco Restelli, indologo ed esperto di cinematografia indiana, il quale ha ricordato figure femminili fondamentali nella storia del cinema indiano. Da Fatima Begum, musulmana e star del cinema muto la quale <<non solo non portava il velo ma fu anche la prima regista donna del Subcontinente e produttrice di se stessa non appena trovò i mezzi finanziari per farlo>> a Nargis, indimenticabile icona di Mother India e chiave del successo di Raj Kapor, passando per una verduraia che, con una cinepresa della SEWA (Self Employed Women’s Association), imparò prima a leggere e poi a riprendere le estorsioni della polizia corrotta, diventando di fatto la prima documentarista indiana e la presidentessa della Sewa Video, produttore di centinaia di documentari di denuncia sociale che hanno fatto il giro del mondo.

imagesUn altro punto molto intenso della kermesse e del suo interesse per la figura femminile è stata la prima europea di Parched, il nuovo film della regista Leena Yadav alla presenza di una delle attrici protagoniste: la stella di Bollywood Radhika Apte.

Una produzione indipendente, dalla forte carica emotiva, che narra la condizione femminile in alcune parti dell’India più rurale, nei villaggi del Rajastan. Qui i destini di quattro donne si incrociano: vittime, ciascuna a suo modo, di soprusi da parte di mariti-padroni, affrontano e si confrontano con i pregiudizi, propri e altrui, lottando per la propria dignità per affrancarsi infine dal sistema patriarcale del villaggio e fuggire a bordo di un coloratissimo quad in cerca di una vita dignitosa indipendente.

Nella pellicola emergono le conseguenze e le spinte della globalizzazione che sta portando l’India rapidamente nella post-modernità, con tutti i problemi di ruolo e di genere che essa comporta, insieme con le prospettive di possibile emancipazione.

Seguendo le norme della vita del villaggio, Rani organizza il matrimonio del figlio Gulab con Janaki, una sposa pressoché bambina di un altro villaggio. Gulab però è un ragazzo ribelle e violento e, alla moglie scelta dalla madre, preferisce la compagnia di coetanei prepotenti e le prostitute per le quali indebita non solo se stesso ma anche Rani. Janaki a sua volta prova a opporsi al matrimonio tagliandosi i capelli, ma nemmeno questo affronto la libera dal destino stabilito in seno alle famiglie e alla norma del villaggio. Nello stesso villaggio di Rani vive Lajjo (Radhika Apte), moglie presunta sterile e vittima di una marito alcolizzato e violento che si rivelerà essere la parte infertile della coppia, e grande amica di Rani nella conquista della la libertà.

La quarta donna di questa storia è la spumeggiante Bijli (Surveen Chawla), amica di Rani e Lajjo, e prostituta-ballerina che vive ai margini del villaggio in un improbabile tendone che a sera si anima di luci e spettacoli osé cui tutti gli uomini, moralizzatori sotto il sole e ipocriti alla luce della luna, accorrono in massa. Rani, Lajjo, Bijli e Janaki in sella a una macchina con le ali e i glitter inizieranno infine una lunga lotta insieme verso la libertà.

Il festival è stato anche un omaggio a Kabir Bedi: il celebre Sandokan, l’impavido pirata che si oppone alla dominazione coloniale degli inglesi sulle isole della Malesia e che ha portato l’India nel cuore di generazioni di italiani. La celebre serie firmata da Sollima negli anni Settanta è stata riproposta per tutto il festival.

Un altro scorcio di India, di lieve poesia e ironia è stata la proiezione di Rangaa Patangaa (India, 2015), esordio al lungometraggio del regista Prasad Namjoshi, che racconta le peripezie del contadino Jumman, proprietario di due giovani tori gemelli (Rangaa e Patangaa, appunto) che tratta come i propri figli. Quando gli animali scompaiono misteriosamente l’uomo fa di tutto per ritrovarli, fino a coinvolgere nella ricerca i media e la reticente polizia, arrivando all’inevitabile lieto fine.

Da segnalare anche i due cortometraggi vincitori del concorso Advantage India, progetto organizzato da Pocket Films in associazione con il Festival per dare visibilità ai giovani filmaker. Quest’anno si sono aggiudicati il premio Anjaan di Pulkit Goyal (India, 2016), la storia di un impiegato prigioniero di una vita monotona che attraverso l’incontro con uno sconosciuto decide di cambiare vita e Laugh di Akshay Choubey (India, 2015) che racconta quanto in passato fosse più facile conoscersi, nonostante la minor libertà di movimento rispetto al mondo veloce e superconnesso di oggi.

River to River infine continua simbolicamente fino al 31 gennaio con la mostra Concrete Flowers alla Fondazione Studio Marangoni di Firenze: 20 scatti intimi e intensi dell’artista torinese Francesca Manolino che narrano tenerezza e fragilità di uomini e donne alla periferia di Delhi (info 055 481106 e exhibitions@studiomarangoni.it).

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