Quando la giraffa balla col lupo | Recensione di Cinzia Picchioni


cop_quando-la-giraffa-balla-col-lupo-libroSerena Rust, Quando la giraffa balla col lupo, Macro Edizioni, Cesena 2016, pp. 160, € 6,90

Gandhi ha osservato che la nostra capacità naturale di provare empatia può attuarsi di nuovo quando si placa la violenza che è in noi. In questo senso Marshall Rosenberg definisce il suo metodo “nonviolento”, p. 15

Sottotitolo?

“La comunicazione nonviolenta in 4 passi”, ecco perché questa recensione è ospitata nella “newsletter” del Centro Studi Sereno Regis. Il librino, agile e comodo (anche nel prezzo!), andrebbe letto, studiato e messo in pratica anche per organizzare riunioni e assemblee, soprattutto nelle onlus, nelle cooperative, nelle associazioni in cui, il più delle volte, “si predica bene e si razzola male”. Ma vediamo come applicare la comunicazione nonviolenta in situazioni pubbliche.

Come ballano una giraffa e un lupo!!!

A partire dalle altezze dei due “ballerini” sembra già impossibile una danza, non è vero? Nel libro viene spiegato che la “danza” ha a che fare con due diversi modi di ascoltare, anzi proprio di due diversi tipi di “orecchie”: quelle da lupo percepiscono attacchi, rimproveri, accuse, giudizi (e il lupo che è in noi reagirà con contrattacchi o con sensi di colpa); le orecchie da giraffa percepiscono messaggi che riguardano sentimenti e bisogni, miei e degli altri. Dunque quando succede qualcosa, reagiamo, e/o parliamo-rispondiamo con modi da lupo o da giraffa: lupo ascolta con orecchie da lupo, in modo non empatico; giraffa ascolta con orecchie da giraffa, in modo empatico. Con orecchie da lupo rivolte verso l’esterno diremo: “hai un problema”; rivolte verso l’interno: “ho un problema”; con orecchie da giraffa rivolte verso l’esterno chiederemo: “che cosa provi? Di cosa hai bisogno?”; rivolte verso l’interno: “che cosa provo? Di cosa ho bisogno?”.

10 bisogni

Già, ma come facciamo a sapere di che cosa abbiamo bisogno? E che cosa proviamo? Marshall Rosenberg* ha classificato dieci bisogni: autoconservazione, sicurezza, amore, autenticità, empatia, celebrazione, giustizia, appartenenza, autonomia e senso, ma a p. 151 del libro c’è un elenco ben più lungo per vedere quanti possono essere i bisogni, che magari nemmeno noi sappiamo di avere!

*Marshall Rosenberg che non è più

L’anno scorso, il 2015, è morto l’ideatore del metodo della comunicazione nonviolenta, che ha diffuso per il mondo durante tutta la sua vita. Era noto come mediatore dei conflitti e ha formato studenti, genitori, manager, medici, avvocati, psicologi, attivisti per la pace, prigionieri, poliziotti, religiosi, educatori in oltre 40 Paesi del mondo. Anche il libro qui recensito è un “figlio” del metodo Marshall Rosenberg (ampiamente citato in Bibliografia).

4 passi

Marshall Rosenberg ha ideato un processo in quattro passaggi successivi nei quali parlare di come ci sentiamo e di ciò che ci occorre per sentirci meglio (p. 23).

1° passo, osservare senza giudicare: chiarire la causa dell’irritazione

2° passo, ascoltare le emozioni invece di interpretarle: che emozione provo?

3° passo, bisogni invece di strategie: di che cosa ho bisogno? (invece di “come me lo procuro?”)

4° passo, chiedere invece di pretendere: per favore puoi?

Per parlare di come ci sentiamo ci serve però una sorta di “alfabeto” delle emozioni (siamo abbastanza analfabeti, quanto a emozioni, così abituati a pensare, invece che “sentire”).

5 emozioni

Paura, gioia, dolore, tristezza, aggressività, queste sono le emozioni fondamentali, e sono tutte qui, per ogni essere umano (e anche animale, secondo me). Nel libro troviamo belle tabelle esplicative: emozioni che indicano bisogni soddisfatti (e tabelle che indicano bisogni disattesi); liste di emozioni interpretative… che cosa sono le emozioni interpretative? Sono quando diciamo “Mi sento…” oppure “Ho l’impressione che…” e poi non indichiamo un’emozione, ma un giudizio o un’interpretazione di quello che fa l’altro: tipico esempio “mi sento tradito”; “tradito” non è un’emozione, è un giudizio sull’azione – tradire – che l’altro avrebbe compiuto (ma che non è per nulla detto che l’abbia compiuta).

E cosa troviamo fra i bisogni? Nella tabella di p. 151 c’è una lista che comprende “autorealizzazione”, “spiritualità”, “consapevolezza”; e nella tabella con l’elenco delle emozioni che indicano bisogni disattesi troviamo “tentennante”, “confuso” “malinconico”. Vuoi dire che non è pigrizia, ma “bisogno disatteso” quello che vedo in mio figlio? E bisogno di cosa? Lo cercherò con orecchie da giraffa! Gli parlerò con linguaggio da giraffa! Chiederò invece di pretendere, gli dirò come mi sento e di che cosa ho bisogno, osserverò senza giudicare.

Provare!

È un po’ così questo libro, da prendere in mano e cominciare ad applicarlo, addirittura senza studiarlo troppo, perché “le parole sono finestre (oppure muri)”, come si intitolava un seminario tenuto da Marshall Rosenberg a cui l’autrice del libro ha partecipato anni fa. Quando parliamo scegliamo che cosa e come dire quello che intendiamo dire, aprendo una finestra (linguaggio giraffa) o erigendo un muro (linguaggio lupo).

“La tua partner ti fa un’osservazione e tu, invece di offenderti, ti rendi di quali siano i suoi bisogni. Non sarebbe meraviglioso?”. Magari! Dico io, leggendo la Quarta di copertina, insieme alle note biografiche dell’autrice: consulente, mediatrice di conflitti, formatrice certificata a livello internazionale per la comunicazione nonviolenta ([email protected]). Ah sì, bisogna scriverle in inglese (o in tedesco).

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