L’anno della paura | Fabio Poletto


bataclan


Il 14 novembre al Centro studi Piero Gobetti si è tenuto l’interessante incontro “L’anno della paura” a cura di Diego Guzzi, esperto di politica francese. La data dell’evento non è casuale: esattamente un anno e un giorno da oggi si consumava l’orribile strage del Bataclan a Parigi, che fece circa 500 tra morti e feriti. Quell’attacco non fu però solo un grave atto di violenza fisica, ma anche e soprattutto un atto di violenza culturale che aprì una ferita nel pensiero e nel senso di sicurezza e identità della Francia e di gran parte dell’Occidente. L’anniversario di questo evento chiede a tutti noi di fermarci e riflettere su cosa è accaduto e sta accadendo da allora.

Seduti attorno a un tavolo, ci siamo lasciati guidare da Guzzi in una riflessione sul presente e sul futuro del pensiero politico in Francia, partendo da una ricognizione dei principali temi che hanno animato il dibattito in questi ultimi dodici mesi. Mentre grandi appuntamenti sono alle porte (prima le primarie del centrodestra e dei socialisti, poi le elezioni presidenziali nella primavera 2017), l’opinione pubblica appare scissa e fortemente polarizzata tra posizioni apparentemente inconciliabili; e queste parti si confrontano con un linguaggio radicale, che si rivolge alle pance, offre soluzioni semplicistiche, alimenta a proprio vantaggio le paure più diffuse. Questa tendenza sembra accomunare, diversamente dal passato, il governo socialista e l’opposizione di centrodestra: se non si trova un punto d’incontro sui presupposti e sui contenuti, lo si trova nei modi, nell’approccio superficiale e improprio ad una situazione complessa e potenzialmente pericolosa.

Nel quadro della situazione proposto da Guzzi e dal vivace dibattito venuto al seguito sono emersi alcuni punti di interesse che meritano una riflessione approfondita.

Il primo punto riguarda il binomio verità/menzogna. Una tendenza che sembra comune alle destre europee è quella di presentarsi come paladini della verità, come voce autentica del popolo, in opposizione alla visione dell’avversario etichettata come elitaria, lontana dalla realtà e influenzata dai cosiddetti “poteri forti”. In questa prospettiva vengono a mancare i presupposti per un serio dibattito pubblico, poiché ogni tentativo di messa in discussione viene stroncato come buonista, menzognero, manipolato. Si definisce di conseguenza una moltitudine di verità, inconciliabili tra loro e probabilmente ugualmente distanti da una visione oggettiva della realtà. Come può l’elettorato orientarsi in questo panorama frammentato? E come è possibile riportare il livello del dibattito perlomeno ad una realtà comune?

Il secondo punto concerne i temi chiave del dibattito politico attuale. Da entrambe le parti il livello intellettuale e il dialogo nel merito dei grandi problemi di politica internazionale che affliggono la République – il terrorismo e la grande, e crescente, presenza di stranieri di prima generazione o seguenti – si è notevolmente abbassato, riducendosi a un discorso infarcito di populismi e povero di contenuti. Destra e sinistra si confrontano cercando di strapparsi a vicenda fette di elettorato fomentando e facendo leva sulle paure più diffuse tra la gente comune: paura di culture diverse, paura dei simboli religiosi soprattutto se islamici, paura di perdere la propria sicurezza e la propria libertà. I problemi vengono affrontati non con la riflessione, con il tentativo di comprendere e sanare le ferite della società francese, con un sano dibattito intellettuale, ma mostrando i muscoli, vantando il pugno di ferro, millantando soluzioni semplicistiche ad effetto immediato. Sarkozy, candidato dei repubblicani alle presidenziali, è senza dubbio quello che si spinge più all’estremo, lanciando affermazioni al limite della decenza: promette tolleranza zero verso i criminali, dichiara guerra al terrorismo, minaccia espulsioni immediate per gli stranieri condannati, braccialetti elettronici per gli individui sospetti, arrivando a suggerire di “modificare le linee del diritto per adattarlo alla situazione attuale.” Dall’altra parte il Primo Ministro Valls e il Presidente Hollande, socialisti, affrontano il problema dell’immigrazione – che colpisce la Francia ancor più dell’Italia – sgomberando gli accampamenti spontanei e promettendo sicurezza e guerra al terrorismo, ma senza proporre soluzioni credibili a lungo termine.

Il terzo punto concerne l’identità dei terroristi. Da diverse indagini conseguenti agli attentati che hanno insanguinato il suolo francese emergono identikit in parte simili tra loro: ragazzi giovani che arrivano da situazioni critiche, incapaci o impossibilitati a integrarsi nella società e rimasti quindi isolati, che covano per anni una rabbia profonda verso tutti i simboli della ricchezza e della cultura occidentale, che vedono così vicina eppure inavvicinabile. Hanno gioco facile allora i reclutatori delle organizzazioni terroristiche a prendere in mano questa rabbia inespressa, offrirle una vaga infarinatura religiosa – l’idealismo più semplice e attraente, un condensatore perfetto che offre all’odio un’apparente motivazione – e indirizzarla verso la distruzione di un obiettivo specifico con un mezzo specifico. La motivazione religiosa dunque non è preponderante: molti si sono rivelati convertiti di fresco, e comunque con una conoscenza distorta dell’islam. Ciò che credono essere cultura islamica è in realtà un’ideologia dell’odio e della vendetta, ammantata di pochi e vaghi precetti religiosi. Olivier Roy, giornalista di Le Monde, afferma giustamente: “Non è una radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo.”

Certo la situazione della Francia è critica, sia per la massiccia presenza di stranieri – soprattutto di seconda e terza generazione – sul suo territorio, sia per i problemi derivanti dal suo ancor tiepido passato coloniale, sia per l’odio scatenatole contro dalla propaganda dell’ISIS. Ma il fatto è che se gli attentati continuano a ripetersi nonostante tutti i mezzi per scongiurarli siano stati dispiegati (come afferma il governo), allora bisogna porsi delle domande sull’efficacia di questi mezzi. Le misure del governo, già da prima dell’attentato al Bataclan, sono sostanzialmente repressione, espulsioni, partecipazione agli interventi militari in Medio Oriente, intolleranza culturale (si pensi alla vicenda estiva del burkini nelle spiagge). Uno stato di emergenza che, di fatto, non è altro che uno stato di polizia. Per miopia o per calcolo, non sono state prese misure per cercare di risolvere il problema alla radice: questo nuovo terrorismo che getta ombre inquietanti sull’Europa non nasce in Siria o in Iraq, ma in seno all’Europa stessa, nelle pieghe dimenticate della sua società multiculturale. Chi nasce nelle banlieue ha un destino già scritto: è un reietto, dimenticato dal resto della società, relegato in una zona dimenticata dal resto della città dove a malapena funziona il servizio di trasporti pubblici, e le sue possibilità di riscatto sono prossime allo zero. In queste zone dove i caucasici sono minoranza nasce la rabbia che poi esplode negli attentati, qui sarebbe necessario intervenire per ridare speranza di integrazione a una nuova generazione altrimenti destinata a povertà e delinquenza. Ma invece di politiche sociali lungimiranti e inclusive, la politica francese sembra orientata verso una prova muscolare, una polarizzazione culturale che rischia, nel giro di poco, di alimentare la stessa crisi che vorrebbe risolvere.

Il Centro studi Piero Gobetti è un istituto culturale dedicato allo studio della storia, del pensiero politico e della cultura del Novecento; tra le sue principali attività figurano la documentazione storica e la promozione culturale. Il Centro vanta una biblioteca e un’emeroteca molto ricche, ospitando anche le biblioteche personali di Piero Gobetti e Ada Prospero, parte della biblioteca di Franco Antonicelli e avendo in corso di acquisizione la biblioteca personale di Norberto Bobbio.

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