Aida, come sei bella | Interventi civili di pace in Palestina


Interventi civili di pace in Palestina …il sesto report da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina” del Centro Studi Sereno Regis in partenariato con:

Un ponte per…, Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee, IPRI – RETE CCP, SCI-Italia con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace


All’entrata di Aida c’è un’enorme chiave di ferro poggiata su una porta a formaOLYMPUS DIGITAL CAMERA di serratura. «L’hanno installata qui un gruppo di attivisti nel 2008, per ricordare il sessantesimo anniversario della Nakba1» ci spiega Rami, un ragazzo nato e cresciuto in questo campo profughi alle porte di Betlemme e che vive in una delle prime case dopo l’entrata.

La chiave, simbolo del diritto dei palestinesi al ritorno alle proprie terre2, è lunga otto metri: è la più grande del mondo. «Non secondo il Guinness dei primati, però!», che ha preferito attribuire il primato a un’altra chiave che si trova in Qatar, lunga “appena” sei metri.

Ad Aida, campo creato nel 1950 per ospitare i palestinesi cacciati dalle proprie case durante la pulizia etnica sionista del 1947-48, vivono oggi più di cinquemila persone. Su 0,7 kilometri quadrati. «Spesso manca l’elettricità per due o tre giorni di seguito. L’acqua, invece, può mancare anche per un mese intero». Rami ha da poco fondato un’organizzazione che porta giovani di altri paesi a vivere per almeno un mese presso una famiglia del campo, dando loro l’opportunità di portare avanti un proprio progetto di volontariato. Ci mostra il suo ufficio, nell’edificio affianco alla sua casa, e dopo averci fornito la sua interessante versione dei principali fatti avvenuti in Palestina dall’inizio del Mandato britannico a oggi, ci conduce sul tetto.

Da qui si vede benissimo Betlemme. Sull’altro lato, oltre il muro, si staglia Gilo, la colonia che divide Gerusalemme dalla città dove i cristiani credono sia nato Gesù. Noi a Gerusalemme abbiamo trascorso i primi tre giorni della nostra avventura e forse ci rifaremo un salto prima di ripartire. Potremo anche ritornarci tutte le volte che vorremo nei prossimi anni, Shin Bet3permettendo.

Per Rami andare ad al-Quds4 è un po’ più complicato: «Avevo vinto una borsa di studio per studiare all’università di Gerusalemme, ma il governo israeliano non mi ha mai dato il permesso di andare in Quarantotto5. Quindi mi sono dovuto laureare in un’università privata di Betlemme, che fa schifo».

In tutta la sua vita Rami ha presentato venti domande per poter andare a vedere cosa c’è al di là del muro, ma il governo sionista le ha rifiutate tutte. «Così un giorno ho preso il computer, ho cercato su Google Earth un punto buono per entrare “illegalmente” e, dopo cinque ore di cammino, sono arrivato a Gerusalemme. Sono restato cinque giorni e poi sono tornato ad Aida». Quella è stata la prima e ultima volta che Rami è stato in Quarantotto.

La vista dal tetto è bellissima, se si danno le spalle agli oppressori. Dopo aver inciampato in qualche lacrimogeno sparato chissà quando dalle forze israeliane, riprendiamo le scale e scendiamo giù.

Accanto all’ufficio di Rami c’è un magazzino abbandonato dell’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi. Avendo sentito fin qui pareri discordanti in merito all’efficacia di questo organismo nel soddisfare i bisogni dei rifugiati, chiediamo a Rami cosa ne pensi. «Non ho mai visto un nero lavorare per l’UNRWA». Il personale ONU inviato ad Aida, secondo Rami, è totalmente impreparato. «Gli impiegati dell’UNRWA siedono in ufficio otto ore al giorno per tre mesi e poi se ne vanno, lasciando il posto a qualcun altro per altri tre mesi». Secondo Rami tre mesi bastano appena per un training approfondito. «Piuttosto preferirei che venisse qualcuno per un anno intero e nessuno per i successivi tre».

Finalmente Rami ci inizia a guidare tra le stradine dove è cresciuto e che percorre ancora ogni giorno. Ci porta davanti una scuola costruita proprio dalle Nazioni Unite. Sul cancello di entrata ci sono fori di proiettile. «I soldati israeliani sparano anche sui bambini: lacrimogeni, proiettili di gomma e proiettili veri». Nel 2014 ci sono state 186 incursioni delle forze israeliane nel campo, che sono risultate in 137 casi di scontri con i suoi abitanti, provocando la morte di un palestinese e il ferimento di altri 281, tra cui 33 minori. In 14 casi le forze israeliane hanno sparato proiettili veri. Consapevoli di tutto ciò, gli architetti dell’ONU hanno deciso di proteggere i bambini costruendo una scuola senza finestre. Due settimane fa, proprio vicino la scuola, nove bambini del campo sono stati arrestati da agenti israeliani che si erano finti turisti. Otto di questi bambini sono ancora in prigione, uno è stato rilasciato dietro pagamento di una cauzione di 7000 shekel (circa 1.700 euro). Ora è agli arresti domiciliari e può uscire solo per andare a scuola. Probabilmente gli metteranno un braccialetto elettronico per controllare i suoi spostamenti.

Poco più avanti c’è un asilo,20161020_112502 con un enorme personaggio di Winnie The Pooh dipinto all’entrata. Sul muro opposto, invece, c’è un capolavoro di street art che recita: “Here only tiger can survive”. Anche il muro dell’apartheid è pieno di murales. Uno realizzato da artisti baschi compara Guernica alla Palestina, mentre un altro grida sofferente: “We can’t live”. Poco più avanti, uno dipinto in tempo di maggiore fiducia annuncia: “We will win!”.

Continuiamo a camminare e i murales si susseguono uno dopo l’altro: una lista dei bambini uccisi durante l’attacco israeliano a Gaza del 2014, un “We will return” con l’elenco dei ventisette villaggi da dove provengono gli abitanti di Aida, facce di politici e attivisti morti o imprigionati, ulivi, chiavi, pesci. A ridosso del muro c’è anche un treno di cartone, portato qui dopo un’azione compiuta da alcuni attivisti il 15 maggio scorso nel centro di Betlemme, per ricordare a tutti che una volta, ovvero prima della Nakba, i treni c’erano anche in Palestina.

Chiediamo a Rami cosa ne pensi di tutti questi disegni, di tutti questi colori. «Non mi piacciono: questo è un posto brutto e deve rimanere brutto». Non sappiamo se condividere il suo punto di vista, forse è impossibile farsi un’opinione senza aver mai vissuto qui.

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Rami ci racconta anche che i primi rifugiati che arrivarono negli anni Cinquanta vivevano in delle tende improvvisate. Poi, rendendosi conto che non avrebbero potuto fare ritorno ai villaggi dai quali le forze sioniste li avevano cacciati durante la Nakba, iniziarono a costruire le prime case. Ma le costruirono senza tetto, perché «quando metti il tetto a una casa vuol dire che ci vuoi rimanere per sempre». Oggi tutte le case di Aida hanno un tetto e molte strade del campo sono abbellite da un continuum di murales. Nonostante la drammaticità dei messaggi lanciati dai disegni e dalle scritte, a tratti sembra quasi di essere in un luogo accogliente, stimolante, in un quartiere alternativo di una città europea o sudamericana in cui vorresti fermarti a vivere per un po’.

Rami ci saluta pregandoci di riferire in Europa tutto ciò che stiamo osservando in Palestina. Gli promettiamo che lo faremo. Mentre ce ne andiamo, mi giro un’ultima volta a guardare tutti quei colori che stonano con la pressoché totale assenza di speranza che si respira nel campo. E non riesco a non paragonare i murales di Aida a quelli che da qualche anno hanno colorato i luoghi in cui sono cresciuto.

A Roma c’è un quartiere periferico, non troppo conosciuto, schifato dalla storiografia e dalla politica, che però sta attirando sempre più artisti e visitatori grazie ai murales che caratterizzano le sue vie. Si chiama Quadraro. Anche qui molti abitanti sono contrari ai murales apparsi negli ultimi anni, perché sono certi che si porteranno dietro un incremento dei prezzi delle case e una movida che snatureranno l’anima popolare del quartiere. Tuttavia, molti murales del Quadraro svolgono un ruolo sociale importante: parlano della storia di questo angolo di Roma, oggi divenuto multietnico, e in particolare del ruolo attivo che svolse nella Resistenza al nazifascismo. L’arte, specie quando espressione di pulsioni provenienti dal basso, può sopperire efficacemente ai vuoti lasciati sui libri di storia. La storia del rastrellamento del Quadraro, almeno per il momento, è stata salvata così: dai disegni sui suoi muri. Durante la seconda guerra mondiale il quartiere visse la seconda più grande deportazione di persone dalla capitale (dopo quella del ghetto ebraico) verso un campo di concentramento nazista. Questo perché il Quadraro resisteva troppo: era un covo di renitenti alla leva, di sabotatori, di comunisti, di anarchici. I soldati tedeschi di stanza a Roma erano talmente preoccupati dai possibili attacchi nei loro confronti da parte dei partigiani del quartiere che raramente vi mettevano piede. Per scappare dai tedeschi “o vai al Vaticano o vai al Quadraro”, si diceva al tempo. Così la mattina del 17 aprile 1944 le truppe tedesche, coordinate dal comandante dell’SD Kappler e coadiuvate dalle SS, dalla Gestapo e dalla Banda Koch, misero in atto l’operazione Balena. Il console tedesco Möhlhausem, in un suo memoriale, descrisse l’operazione come un atto militare di polizia e controguerriglia “per distruggere quel nido di vespe”. A essere deportati nei campi di concentramento del Reich non furono cittadini ebrei, ma tutti gli uomini del quartiere fra i diciotto e i sessant’anni, indipendentemente dalla loro fede. Dei 947 deportati, solo la metà fece ritorno.

Oggi all’entrata del quartiere c’è un murale lungo una decina di metri, raffigurante sette vespe femmine che si prendono cura del proprio nido. A fianco c’è un messaggio molto chiaro, rivolto a chiunque passi di lì: “You are now entering free Quadraro”.

Forse un giorno anche ad Aida, tra l’enorme porta con la chiave e il cartello che ricorda Aboud Shadi, ucciso proprio in quel punto dalle forze israeliane ad appena tredici anni, ci sarà una scritta simile. E allora Aida non sarà più né brutta né bella, ma semplicemente libera. Le sue tigri saranno libere di andare a vivere altrove, di tornare nei ventisette villaggi dai quali furono costrette a fuggire tanti anni fa. E tutti i disegni, i colori e le scritte resteranno lì, facendo di Aida un museo a cielo aperto. Un museo della Memoria dove portare i bambini, per far comprendere loro che gli orrori commessi dai sionisti non dovranno ripetersi più.


1 Letteralmente “catastrofe” in arabo. Con questo termine i palestinesi indicano la pulizia etnica compiuta ai loro danni dalle forze sioniste nel 1947-48.

2 Diritto sancito dalla Risoluzione n.194 dell’ONU nel 1948 e mai rispettato da Israele.

3 Agenzia di intelligence israeliana responsabile per la sicurezza interna.

4 Nome arabo di Gerusalemme.

5 Nome con cui palestinesi e antisionisti indicano Israele.


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