Spagna “senza governo” – e poi? | Johan Galtung


La democrazia è governo col consenso dei governati; di tutti col dialogo, della maggioranza col voto. Il parlamentarismo è governo col consenso del parlamento da parte di tutti o di una maggioranza; e consenso degli elettori secondo proporzionalità.

Fra una settimana la crisi d’illegittimità spagnola – un governo di solo accudimento [~ normale amministrazione] insediato dal parlamento 2-3 elezioni fa – compirà 10 mesi. Martin Caparrós in “Spagna, senza governo” (INYT 29 agosto 2016): la Spagna, riconquistata ai mori il 2 gennaio 1492 dai Reyes Católicos, ha sempre avuto un governo, talvolta due, ma mai nessuno.

Per fine ottobre potrebbe essere confermato un governo Rajoy-Partido Popular (PP) – utilizzando trucchi politici e aritmetiche dove le astensioni contano più dei No o Sì – che rispetti un termine di bilancio preventivo. (Sarebbe forse stato meglio una Gran Coalizione anti-corruzione contro Rajoy & PP – che è il problema, non la soluzione – o almeno un PP senza il responsabile cardine, Rajoy).

C’è bisogno di una nuova legge elettorale. D’ispirazione svizzera? Un gabinetto esecutivo di 7 membri : 2-3-2 per i partiti rispettivamente di sinistra-centro-destra e 3-2-1-1 per cantoni di cultura tedesca-francese-italiana-ladina, la “formula magica”, e democrazia direttacon iniziative referendarie in 2.300 “Gemeinde” [comunità] per questioni chiave. Traducibile per la Spagna in 6-8-6 e 9-5-3-2-1 per castigliani-catalani-baschi-galiziani-X? Da pensarci.

Che cosa possiamo concludere dopo 10 mesi di stallo aritmetico?

  [1]  È cambiato pochissimo nella vita quotidiana di gran parte degli spagnoli. La Spagna ha però due pilastri: forti autorità locali che sanno adattarsi a nuove situazioni mediante regolamentazioni, e famiglie estese con molta capacità d’assorbimento. Ayuntamientos [giunte] locali notevoli, come Marinaleda in Andalusia: una cooperativa municipale che finanzia l’occupazione, alloggi e asili d’infanzia economici e una grande uguaglianza, come Mondragon nel paese basco: luogo di notorietà mondiale per il cooperativismo. Le famiglie estese: le si vede di domenica nei ristoranti spagnoli, in 20-30 per tavolata, poppanti a profusione, bimbi che scorrazzano, come nei vecchi dipinti. Una Spagna forte – ma con uomini che uccidono donne nelle famiglie nucleari.

[2]  La fede nella politica e nei politici è ai minimi storici.   I politici li si considera egomaniaci, centrati su sé e il partito, non sulla gente e sulla Spagna, autoritari, spesso senza consultare la propria base partitica, tanto meno il popolo nel suo insieme. Con il vantaggio di accesso illimitato alla TV, per far campagne anziché risolvere alcunché. Persi in giochi fra di loro e pure incapaci a farlo; semplicemente incompetenti, o corrotti. Una Spagna costruita da Madrid, a sua volta una costruzione artificiosa, che bada alle proprie cose. E la gente bada alle proprie, in una Spagna di comunità collegate dai bus dell’ALSA N-340 che connettono le periferie dai Pirenei al Portogallo, mentre invece gli N-I-II-III.., dell’Iberia, di RENFE s’irradiano dal centro madrileno; una rete modellata sul super-centro giacobino di Parigi, a scopo di controllo.

  [3]  L’estensione da un sistema bipartitico a uno quadripartitico, con Podemos e Ciudadanos, non ha rinnovato il vecchio sistema. I nuovi partiti si sono comportati come i vecchi, facendo giochetti, in permanente campagna elettorale. Ciudadanos ha fatto un accordo col PP; Podemos non ha combinato col PSOE. Questa è una Spagna con la destra unita e la sinistra divisa, gradirà una volta o l’altra i due partiti ultimi arrivati.

[4] I gran perdenti sono Pedro Sánchez, l’autoritario leaderdel PSOE, e lo stesso PSOE, spaccato fra astensionisti e non, in parte per criteri regionali (Andalusia). Podemos può raccogliere elettori di sinistra e il PP quelli di destra – Felipe González sembra già esserne uno. Sánchez può anche mai farcela a tornare davvero in sella, e così il PSOE.  E Podemos s’è unito con una sinistra che conferma un pregiudizio marxista-comunista; inaccettabile, anatema.

[5]  I gran vincitori sono Mariano Rajoy e il PP, che han fatto il loro gioco con competenza; Rajoy come l’uomo forte, indispensabile, che può far ordine dal caos prodotto dagli altri, con un piccolo aiutante a fianco.

Un non-avvenimento: un colpo di mano militare all’insegna de “il parlamentarismo non funziona”, che promette libere elezioni entro un semestre, magari avallate da un referendum Sì o No senza scelta fra modelli [plausibili] per la Spagna. Che è ora “tornata alla normalità”, non al sistema bipartitico ma a quella normalità del passato, un sistema monopartitico con un’opposizione frammentata. Una potenziale tragedia.

Per una visione sinottica, ecco uno spettro d’opzioni per la politica spagnola:

Da un lato, decentramento in 8.122 municipios (come i 7.998 comuni italiani, non quanti i 36.681 comunes-arrondissements francesi, più dei circa 2.500 enti locali USA. E 4 o 5 differenti nazionalità linguistico-culturali.  Motto (Zapatero): la Spagna come Comunidad de Naciones, Comunità di Nazioni.

Dall’altro lato, centralizzazione con regioni-province-enti locali tutti alla briglia di Madrid allo stesso modo; con mezzi parlamentar-democratici o militar-dittatoriali, o una mistura di entrambi.

Motto (Franco): Spagna Una, Grande, Libre; una, grande, libera.

Il primo assetto è troppo lasco, il secondo troppo stretto, con lotte aspre. La Spagna è un compromesso fra integrazione e libertà. L’anello mancante erano i “poderes fácticos“, poteri reali, proprietari terrieri-militari-clero, perfino entro la famiglia fra fratelli: la “Spagna normale” di Franco, da reinstaurare.

Un governo Rajoy-PP se confermato sposterà l’equilibrio verso una maggiore centralizzazione aggiungendo altri nuovi poderes fácticos: le élite affaristiche dell’economia reale e speculative dell’economia finanziaria, accrescendo così le disuguaglianze. I disoccupati, un quarto, e i giovani disoccupati, una metà, non ne beneficeranno ma s’appoggeranno ai due pilastri succitati, con una fuga di cervelli all’estero. La disuguaglianza aumenta, intanto che la Spagna accompagna gli USA modello giù per la china.

Sarebbe meglio sollevare lo stato dei ceti più bassi. Con cooperative che vivacizzino la Spagna rurale; piccole aziende; banche distinte fra dedite al risparmio e agli investimenti; gli azionisti delle banche – non i contribuenti – tenuti responsabili delle manovre fallimentari. Democratizzando gli affari; democratizzando le famiglie, con processi decisionali congiunti; parità, non eliminazione. Si trovino altri modelli dagli USA per la Spagna.

Rajoy-PP non faranno quanto sopra, ma potrebbero invece le comunità locali, inspirate da Marinaleda e Mondragon, a beneficio della gente e della Spagna.

Ed entro la UE, cooperazione con (gli) altri paesi marginali GIPSI, ossia Grecia-Italia-Portogallo-(Spagna)-Irlanda, per forzare il guanto di ferro tedesco sulla regione [periferica] con la solidarietà e la produzione industriale. Di un’auto GIPSI, magari?

La Spagna sta vivendo il proprio dramma. E non c’è mai una parola finale.


Nº 451 – Johan Galtung, 17 ottobre 2016
Titolo originale: Spain “Without Government”– And Then What?
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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