La Bibbia di De André | Recensione di Cinzia Picchioni


cop_la-bibbia-di-de-andre-941-copiaBrunetto Salvarani, La Bibbia di De André, Claudiana-Emi, Torino-Bologna 2015, pp. 104, € 9,50

In direzione ostinata…

Scrive l’autore stesso, a proposito dell’«ostinata»: «[…] siamo di nuovo qui a scriverne: Fabrizio De André ci è ancora necessario, piaccia o no» (in Quarta di copertina).

Come «piaccia o no»! Perché, c’è qualcuno che non ama De André?

In proposito due racconti personali: sono cresciuta con De André, da quando, giovanissima, mi sono innamorata di Volume 8 dopo averlo trovato nella sterminata discoteca (nel senso di «raccolta di dischi») a casa di una donna, amica di famiglia, dove si ascoltava la «nuova» musica di qualità. La cornice il Lago Maggiore, la stagione l’estate. De André? Chi è costui? Chiedevo e ascoltavo. Fu subito Amore. Con la «A» maiuscola perché dura ancora oggi, a più di trent’anni di distanza.

Un bel giorno mio figlio, allora adolescente, mi fa ascoltare una cosa fighissima (dice lui)… e indovinate cos’era? Il bombarolo! Ovvio, in piena ribellione adolescenziale… Approfitto per proporgli, rigorosamente in audiocassetta originale, tutto l’album Storia di un impiegato. E si innamora pure lui… due generazioni, tanto per cominciare.

e contraria

Sono contraria a scaricare la musica da Internet; sono contraria a masterizzare i Cd; sono contraria pure a comprare i dischi (o comunque li si voglia chiamare) perché aderisco e diffondo la «semplicità volontaria» (uno stile di vita che intende essere più «lievi» sul pianeta, quanto a impronta ecologica); tale filosofia – di gandhiana origine – mira a vivere con «semplicità di mezzi, ricchezza di fini», e in questa ottica la domanda fondamentale è «mi serve davvero?» (ogni qualvolta vogliamo acquistare qualcosa, e quindi produrla, e quindi trasportarla, e quindi trasformarla in rifiuto, con tutte le nefaste conseguenze che conosciamo). Quindi non compro dischi, né Cd, ma nemmeno li copio, e cerco di far sapere a chi mi conosce che preferisco non riceverne in regalo. Ma quando sono usciti, mi sono regalata entrambi i cofanetti, In direzione ostinata e contraria, per dire quanto ritengo De André fondamentale, da annoverare tra i «patrimoni intangibili dell’umanità».

Ascolto ergo recensisco

Gioco con l’adagio cogito ergo sum, per dire che, leggendo il libro di questa settimana per scriverne una recensione, ho ascoltato tutto il tempo i due cofanetti di cui ho raccontato. Una full immersion deandreiana di cui ringrazio gli editori (e ovviamente il Centro Studi Sereno Regis) che me ne hanno dato l’opportunità). Le canzoni di cui Salvarani tratta nella «Bibbia di De André» le conosco tutte, alcune a memoria, ma come dice l’autore, «Di lui [De André, NdR] è stato già detto e scritto tutto. Eppure, siamo di nuovo qui a scriverne […]». E in effetti, scorrendo le pagine si scoprono le storie dei brani più famosi (ma anche di quelli meno conosciuti); si conoscono le fonti, cui De André ha attinto per creare le sue immemorabili parole; si verificano le affinità con don Gallo, il papa, David Maria Turoldo, il teologo Brunetto Salvarani stesso, Francesco Guccini…

Il Quinto Vangelo e i Vangeli apocrifi

«[…] don Andrea Gallo, suo [di De André, NdR] concittadino e carissimo amico, scomparso un paio d’anni fa […] si è spinto a dichiarare che ai suoi occhi Fabrizio è stato come un evangelista: “È il portatore di una profonda coscienza ed era capace di rendere gli altri consapevoli della propria energia vitale, umana […]”. Dopo il Concilio gli dicevo scherzando: “Tu sei tra i giovani teologi della Liberazione”. E lui se la rideva… “Non penso di essere eretico se considero De André il mio Quinto Evangelo”» (p. 8).

Don Gallo scriveva una rubrica per l’edizione genovese del quotidiano «la Repubblica», e l’aveva intitolata, l’indovinate?, La Buona Novella. Se non lo sapete – o non lo ricordate – questo è il titolo di uno degli album di De André, a cui Salvarani dedica tutto l’ultimo capitolo (in effetti la metà del libro) del volume, che ha l’obiettivo

«di rintracciare le tracce di Bibbia affioranti, a più riprese, nella produzione deandreiana. Il primo capitolo si sofferma sinteticamente sulla sua vita e i suoi temi cruciali […]; il secondo riflette sulle sue canzoni maggiormente impregnate di domande sulla religione […]; l’ultimo si concentra [sul long playing] La Buona Novella, del 1970, una pietra miliare, come sanno bene critici e appassionati, non solo sul piano musicale, ma anche su quello sociale e del costume nazionale» (p. 9).

L’album La Buona Novella ha la sua fonte nel Protovangelo di Giacomo, «collocato al primo posto nel quadro dei vangeli apocrifi», sulla natività di Maria e l’infanzia di Gesù. Tutto il capitolo 3 (da p. 51 fin quasi alla fine) tratta del fondamentale album, con riflessioni illuminanti e – per gli appassionati come me – commoventi. Il disco è analizzato nel contesto storico in cui uscì, nella sua nascita, nel suo essere tra i primi «concept album» che in quegli anni stavano nascendo come modo di comunicare dei musicisti che apprezzavano il long playing per la sua lunghezza, appunto, che permetteva di raccontare una storia. Il disco viene analizzato «brano per brano», diviso in «Lato A» e «Lato B»; titolo per titolo leggiamo la storia di Laudate Hominem (e del perché «Hominem» ha sostituito «Dominum»); leggiamo i Dieci comandamenti e Il testamento di Tito, con la riflessione che ne consegue; leggiamo la donna come protagonista, con excursus su Maria e su Giuseppe.

Insomma, bellissimo (e anche molto interessante) libro per gli amanti di De André, ma anche per teologi, catechisti, religiosi e sacerdoti, genitori di figli adolescenti in crisi con la religione, scout e capiscout, protestanti, insegnanti di religione (anche di «alternativa» alla lezione di religione), insegnanti di yoga, insegnanti di musica, story-teller (cantastorie, mi piace di più) e parolieri. Altro che «sono solo canzonette»!

Gesù, De André, Bobbio, don Gallo, cardinal Martini, Turoldo e altri

«Quello che attira l’attenzione di De André è quindi il Gesù uomo, di cui riconosce e condivide gli ideali e i valori del messaggio sociale, quelli del cristianesimo delle origini, quando non era ancora giunta la chiesa ufficiale a istituzionalizzarli e a disinnescarne la portata rivoluzionaria. Ne è una prova d’autore uno dei suoi lavori migliori, appunto La buona novella, un disco che buca negli ambienti cattolici nostrani e diventerà nel tempo una vera e propria opera di formazione per gli ascoltatori di allora e di oggi» (p. 88).

A questo proposito farò un’altra piccola digressione personale: faccio l’insegnante di yoga, dal 1987 (anno in cui ho preso un diploma riconosciuto dal Governo indiano) e nel creare le lezioni mi avvalgo – anche – di musiche ispiranti. La Buona Novella è uno degli album che uso di più (insieme a brani di sola musica meditativa), soprattutto in momenti simbolici dell’anno (la lezione «speciale» di Pasqua, o l’ultima prima delle vacanze di Natale, in particolare con Si chiamava Gesù). Alcuni brani sono una sorta di «meditazione» da ascoltare ad occhi chiusi. E al termine della lezione molto spesso le persone vengono a chiedermi i titoli delle canzoni, ignorando che De André abbia scritto cose così…

L’altro giorno, mentre ascoltavo De André leggendo questo libro per recensirlo, un’altra insegnante di yoga/amica è venuta a trovarmi. Le racconto di quello che sto facendo e lei – che fa l’insegnante di italiano in una scuola superiore – mi dice di aver consigliato questo libro al suo collega insegnante di religione. Da cui – anche – il mio consiglio a chi sta leggendo questa recensione: se siete/conoscete insegnanti di religione (dalle medie alle superiori, ma anche a catechismo eccetera) consigliate loro di leggere La Bibbia di De André, e di organizzare ascolti collettivi di La Buona Novella (tra gli altri album del cantautore genovese). All’interno dell’opera si trovano infatti profonde riflessioni teologiche: «Varrebbe dunque la pena di rilevare quali rapporti intercorrono tra La Buona Novella e una serie di testi che, in quegli anni [fine Sessanta e Settanta, NdR], ricercano una nuova modalità adatta a tradurre l’evangelo per l’uomo moderno. Vengono in mente, fra gli altri, Il quinto evangelio di Mario Pomilio [Rusconi 1975, NdR] e la figura del frate-poeta David Maria Turoldo, abilissimo a parlare con mondi diversi e a procedere in una direzione non così distante da quella deandreiana» [cfr.: … e poi la morte dell’ultimo teologo, Gribaudi 1969, NdR].

Cantautori e nonviolenza

Una piccola informazione agli amanti dei cantautori italiani di cui tratta il libro presentato questa settimana. Presso l’emeroteca del Centro Studi Sereno Regis si trova, regolarmente registrata, la rivista «Rocca», citata a p. 91, su cui c’è un articolo intitolato I cantori della nonviolenza (2, 1969, p. 56).

Ricordo che l’autore è – anche – teologo, e ha scelto intelligentemente di scrivere un piccolo capitolo del libro che abbiamo presentato con alcune pagine che trattano della «pop theology»:

«Dopo l’uscita de La buona novella i teologi mi chiamavano nei loro convegni, e mi stupii che un cantautore riscuotesse tanto interesse nel mondo ecclesiastico, anche se è vero che la radio vaticana aveva lungamente programmato Si chiamava Gesù, che la Rai tenacemente rifiutava giudicandola blasfema. Ma io cosa ne sapevo di teologia? […] Ero solo un autore di canzoni che aveva raccontato la storia di un uomo molto buono la cui madre, andata sposa ad un uomo molto vecchio, si era fatta mettere incinta da un uomo misterioso e presumibilmente bellissimo, e comunque giovane, credendolo un angelo» Fabrizio De André (p. 93).

Quelle qui sopra sono le parole con cui l’autore ha scelto di aprire il capitolo; e con queste qui sotto ha scelto di chiudere il capitolo e l’intero libro:

«[…] vale davvero la pena di proseguire negli esperimenti che stanno comparendo sul mercato editoriale nostrano: ricercando, a rischio di […] sorrisetti di compatimento, i barlumi di un Vangelo secondo i Beatles o secondo Harry Potter (o Leonard Cohen [*, NdR]. Valorizzando incroci, suggestioni, ipotesi di lavoro […] prospettive marcatamente interdisciplinari e interculturali. Ammettendo che molte delle distinzioni classiche che davamo per scontate, come quella di credenti versus non credenti non funzionano più (come intuì il cardinal Martini echeggiando Norberto Bobbio, che non a caso preferiva quella fra pensanti e non pensanti…)», p. 96.

Una volta Faber mi disse che l’emarginazione è una sorta di stato di grazia.

Io, allibito, risposi: «Ma cosa dici?».

E lui replicò lucidamente:

«Sì, perché l’emarginazione ti sottrae al potere,

quindi al fango.

Pertanto ti avvicina al punto di Dio»

(don Andrea Gallo), p. 97.

L’Autore

Teologo, giornalista e scrittore, è docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna e gli Istituti di studi teologici di Modena a Rimini. Tra le sue pubblicazioni: Non possiamo non dirci ecumenici, Gabrielli; Guardate l’umiltà di Dio. Tutti gli scritti di Francesco d’Assisi, Garzanti.

* B. Salvarani, O. Semellini, Il Vangelo secondo Leonard Cohen, Claudiana

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