Il movimento LGBTQ porta la danza nelle strade degli Stati Uniti | Sarah Freeman-Woolpert intervista Firas Nasr


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Dopo aver saputo della sparatoria in un locale gay di Orlando, in cui 49 persone sono state massacrate e altre 53 ferite, Firas Nasr ha deciso di passare all’azione. Attivista queer, ballerino e difensore dei diritti umani, Nasr – che vive a Washington – ha cominciato a radunare un gruppo di amici e compagni da ballo per dare vita a WERK for Peace1, un movimento che usa la danza in ogni sua forma per ricavarsi uno spazio, promuovere la riconciliazione e difendere la pace. WERK for Peace ha avviato la sua prima campagna per chiedere al Congresso una riforma delle armi in tempi rapidi; i suoi mezzi sono mobilitazioni danzanti e die-in2 davanti al Campidoglio, performance alle manifestazioni pacifiste e proteste insieme ad altre associazioni contro la violenza armata di fronte alla sede della National Rifle Association. Nasr ha studiato diritti umani al Middlebury College e pratica danza da anni. È lui il volto emergente di un piccolo ma orgoglioso movimento che vuole far sentire la voce del movimento queer e LGBTQ all’interno della lotta trasversale per la pace e la giustizia nel mondo.

Cosa ti ha spinto a metterti a ballare – o “spaccare” – per la pace?

Come sai, la notte del 12 luglio 2016 49 persone sono state uccise in un locale gay a Orlando. La notizia del massacro è stata devastante per tutta la comunità queer e in modo particolare per me e per un gruppo di amici che vorrebbero impegnarsi per la pace. Ero a una veglia e una donna continuava a dirci che dovevamo fare qualcosa. Io mi chiedevo cosa avrei potuto fare, poi mi sono detto: – Quelle persone sono appena state trucidate su una pista da ballo. Dobbiamo portare il ballo nelle strade. Dobbiamo dire: “Siamo qui, e vogliamo ballare”. Questo è WERK for Peace. Attraverso la danza promuoviamo la pace, in risposta alla tragedia di Orlando. Al momento la nostra campagna si concentra sulla prevenzione della violenza armata. La portiamo nelle strade, sulle piste da ballo, nei pub e nelle discoteche, sui palchi, nella capitale, nei palazzi del Congresso, per dire con forza: “Siamo qui, e vogliamo ballare”.

Perché proprio la danza per affrontare il problema della violenza armata contro la comunità LGBTQ?

Per due motivi diversi. Da una parte, la danza è una componente fondamentale del movimento queer. Dallo Stonewall Inn, che oggi è una discoteca, al Pulse Nightclub, da sempre la nostra comunità trova nella danza un motivo di aggregazione, più o meno apertamente. E poi discoteche, club e pub sono sempre stati un luogo sicuro per noi queer. La danza è parte integrante del nostro movimento. Dall’altra parte, la danza è un processo di guarigione. Usare il proprio corpo e il movimento come aiuto a guarire è qualcosa di molto potente. In questo modo la danza ci aiuta a riconciliarci, attraverso la sua fisicità riusciamo a rielaborare gli eventi e la violenza subita dai nostri corpi o da quelli dei nostri fratelli e sorelle (o di altri parenti meno conformi alle divisioni di genere). Questo è il vero contributo al dialogo di WERK for Peace – la danza come strumento di protesta e di affermazione, come pretesa di spazio; e allo stesso tempo uno strumento per imparare ad amarci.

Quali sono le azioni più importanti che avete organizzato finora con WERK for Peace, e che riscontro avete avuto?

Abbiamo organizzato due mobilitazioni al Campidoglio, intercettando i membri del Congresso quando uscivano alla fine di una seduta e quando entravano all’inizio della successiva. Il primo flash-mob è cominciato proprio quando la seduta stava per terminare e aveva l’obiettivo di chiedere provvedimenti concreti per la riforma sulle armi e la prevenzione della violenza armata. I parlamentari sono usciti senza alcuna reazione. Quando si sono riuniti di nuovo, abbiamo fatto quello che ci piace chiamare un “dance-in3 e die-in”, in collaborazione con le associazioni Gays Against Guns D.C. e Code Pink. Abbiamo portato le nostre mobilitazioni davanti a numerosi edifici governativi, e ballando dicevamo: “Bentornati deputati e senatori, lo sapevate che mentre eravate in pausa 4500 persone sono state uccise con una pistola?” Poi tutti in coro abbiamo iniziato a cantare: “Quanti ancora dovranno morire?”, e “Congresso, ci hai dimenticati? Noi non abbiamo dimenticato la violenza armata”, e ancora “Siamo queer, siamo qui, e vogliamo ballare.” Queste azioni hanno fatto da cornice all’intervallo tra le sedute e ci hanno permesso di dire al Congresso: “Noi non dimentichiamo che non avete ancora fatto niente per proteggerci”.

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Tra le nostre iniziative ce n’è stata una al 9:30 Club di Washington per raccogliere fondi a favore del One Orlando Fund, e un’altra alla conclusione della manifestazione Disarm Hate, dove abbiamo coinvolto tutti i partecipanti in un flash-mob facendoli muovere e ballare per regalare loro una conclusione positiva e dinamica e per promuovere la pace e chiedere, con i nostri corpi, azioni concrete per il cambiamento. Il giorno dopo abbiamo fatto una performance davanti alla sede della National Rifle Association, collaborando con un bel gruppo di associazioni della Virginia – in totale, più di cento persone che spaccavano per la pace. Nel corso della settimana ci siamo esibiti alla chiusura dell’Anti-Violence Initiative. Il nome dell’evento era Taking the Stage, Taking a Stand: LGBTQ Voices Against Violence. È stata una giornata davvero bella: il dj ha messo a disposizione di tutti un microfono e ne è nato un dibattito sulla violenza contro la nostra comunità. Molti artisti hanno parlato e cantato, e noi abbiamo ballato invitando le persone a muoversi e usare il proprio corpo per riconciliarsi, promuovere la pace, esprimersi ed amarsi.

Come avete gestito le situazioni in cui le forze di polizia vi hanno imposto di interrompere le vostre manifestazioni, come al die-in di Independence Avenue? Sareste pronti, in determinate circostanze, a mettere in atto tecniche pacifiche di disobbedienza civile?

In molte occasioni siamo stati pronti a farlo. In quel caso avevamo comunicato alla polizia che avremmo fatto questi die-in, che tecnicamente sarebbero illegali. È proibito sdraiarsi nell’area davanti al Campidoglio, tranne che sul prato e comunque per non più di trenta minuti. Quindi avevamo avvisato la polizia in anticipo, e abbiamo organizzato i die-in in modo che non fossero troppo lunghi. Siamo rimasti appena un minuto in ogni posto, così da riuscire a lanciare il nostro messaggio senza uscire dai limiti imposti dalla legge. In ogni caso, eravamo pronti ad atti di disobbedienza civile, e penso che simili atti saranno parte dei nostri prossimi eventi.

Quali sono stati finora gli aspetti più difficili e quelli più gratificanti del lavoro di WERK for Peace? Cosa vi aspettavate quando siete partiti?

Abbiamo imparato tanto, è stato incredibile. Mi viene spesso in mente l’evento all’Anti-Violence Protest, dove ho davvero sentito quanto è gratificante sentirsi parte di uno spazio in cui chiunque può partecipare alla mobilitazione e ballare – o “spaccare” – per la pace, sentendosi al sicuro. C’è una grande soddisfazione anche nel momento subito dopo un evento o un ballo, quando ti fermi per un attimo, pensi a quello che hai fatto e hai la percezione del tuo corpo che si muove: ti accorgi che è una cosa davvero potente. È come se tutta l’esistenza avesse senso grazie a quello, è qualcosa di estremamente intenso.

Per quanto riguarda le difficoltà, partecipiamo a tantissimi eventi e raccogliamo tante storie diverse, ho avuto bisogno di molto tempo per interiorizzare tutto. In un certo senso, il tuo corpo diventa di dominio pubblico. È buffo, ho dichiarato apertamente la mia omosessualità su Facebook mettendo come immagine profilo una foto usata come simbolo per WERK for Peace. Per me non si è trattato solo di farmi spazio e affermare la mia presenza, è stato anche un processo di riconciliazione con me stesso, con chi sono e come mi sento.

Le elezioni ormai vicine hanno influenzato in qualche modo le modalità e il target delle vostre azioni?

Molti gruppi che si occupano di violenza armata stanno facendo pressione per nominare i funzionari impegnati nella prevenzione. Questa è un’ottima cosa e WERK for Peace indubbiamente la sostiene. Purtroppo viviamo in un’oligarchia, non in una società democratica. WERK for Peace è orientata verso un approccio più trasversale. Siamo convinti che avere questa fede cieca nel sistema, limitandosi a votare per qualcuno che è dalla parte della prevenzione della violenza armata, non contribuisca alla causa di Black Lives Matter, né aiuta a risolvere problemi come la violenza delle forze dell’ordine o il mancato rispetto dei diritti dei nativi, come vediamo oggi con la questione dell’oleodotto in North Dakota.

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La campagna elettorale sta mostrando l’impegno dei democratici per una legge sulla prevenzione della violenza armata. Lo apprezziamo molto, come apprezziamo il sit-in che hanno fatto i deputati democratici. Penso sia un grande gesto, ma il fatto che si appoggiasse alle liste “No Fly No Buy” e “Terrorist Watch List” l’ha reso un gesto razzista, dal momento che entrambe vessano esageratamente le persone di fede islamica. Un individuo può essere iscritto nella lista senza alcuna notifica. E allora per noi non ha alcun senso. Quel provvedimento sarebbe certo stato un piccolo passo, ma non nella direzione che auspichiamo.

È capitato che qualche membro del Congresso si unisse alle vostre mobilitazioni?

In occasione della nostra azione al Campidoglio abbiamo invitato a partecipare diversi senatori che si sono dichiarati favorevoli a una riforma delle armi, ma nessuno l’ha fatto. Abbiamo chiesto loro di venire giù e dire qualcosa, tenere aperto il dialogo. Se vivi in una democrazia devi rappresentare il tuo popolo. Più dell’80% degli americani è a favore di una riforma delle armi negli Stati Uniti. Dov’è questa riforma?

Quali saranno i vostri prossimi passi con WERK for Peace?

Vogliamo diffondere il movimento in altre città – New York sicuramente, ma anche oltre. Vorremmo lanciare una video-campagna dove le persone dovranno raccontare la propria idea di pace e poi ballare – un po’ come la ice bucket challenge. Una campagna virale con gente che si impegna in una visione di pace e poi la rappresenta con la danza. Ecco, questa è una delle azioni che vediamo all’orizzonte. Stiamo organizzando un tour a sostegno della pace, che abbia come simbolo le bretelle arcobaleno. Vorrei girare il Paese e portarlo anche all’estero. Sono felice di poter aiutare altri attivisti che vogliono unirsi a noi, anche a distanza, mandando loro bretelle arcobaleno – oppure con 10€ si può comprarle su Amazon, indossarle e uscire in strada a spaccare per la pace come meglio si crede. L’idea è quella di un movimento dal basso che promuove la pace attraverso qualunque tipo di danza. C’è chi balla il tip-tap nel bel mezzo di Time Square e chi balla la dabka per le strade del Libano: quello che importa è usare il proprio corpo per conquistarsi uno spazio e gridare: “Siamo qui, e vogliamo ballare.”


1 Il nome gioca sull’ambiguità tra la parola inglese work, “lavorare”, e il più colloquiale werk, espressione di apprezzamento per un’esibizione o un’abilità, specialmente nel mondo della danza e delle arti performative (NdT).

2 Mobilitazioni simili ai più noti sit-in: in queste, però, gli attivisti si sdraiano per terra fingendosi morti (NdT).

3 Secondo lo stesso principio applicato al die-in, il dance-in è una mobilitazione che attira l’attenzione con la danza.


Sarah Freeman-Woolpert, September 19, 2016
Titolo originale: LGBTQ activists bring the dance floor to the streets
http://wagingnonviolence.org/2016/09/lgbt-brings-dance-floor-streets/
Traduzione di Fabio Poletto per il Centro Studi Sereno Regis

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