Riconciliazione e giustizia in Kashmir | Ashima Kaul


15 luglio 2016: dal 1990 i Pandit del Kashmir sono stati esiliati dalla loro comunità, dopo che violenti attacchi li costrinsero ad abbandonare le loro case. Ora che il loro ritorno è nell’agenda dei politici, vengono alla ribalta complesse idee di identità e riconciliazione, dice Ashima Kaul.

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La Valle del Kashmir, un luogo di rapporti tesi. Foto: taNvir kohli

Fuori dalla Valle ci sono circa 62.000 famiglie registrate

Secondo il rapporto dell’agenzia di notizie Press Trust of India dell’aprile 2015, il Ministro degli Interni dell’Unione Rajnat Singh chiese all’allora Primo Ministro1, Mufti Mohammed Syeed, di individuare dei terreni per delle municipalità miste per i Pandit del Kashmir, una minoranza indù che vive in esilio. Fuori dalla Valle, ci sono circa 62.000 famiglie registrate.

Singh fu rassicurato da Syeed che il governo di Jammu e Kashmir avrebbe acquistato e fornito i terreni il più presto possibile, visto che il governo statale è vincolato alla ‘Agenda di Alleanza’ fra il BJP2 e il PDP3 per la formazione del governo statale, che mira a “proteggere e favorire la diversità etnica e religiosa, assicurando il ritorno dignitoso dei Pandit del Kashmir, sulla base dei loro diritti come cittadini dello stato, e reintegrandoli ed assimilandoli nell’ambiente del Kashmir”.

Tuttavia, Shailendra Aima, Vice Presidente dell’organizzazione politica Panun Kashmir Pandit, che cerca nella Valle una patria per i Pandit, ha respinto l’idea e dichiarato: “I Pandit hanno un uguale diritto alla terra del Kashmir e a svilupparla secondo i propri desideri. Hanno anche il diritto di rifiutare di vivere in un ambiente dominato dagli islamici”.

Il mese scorso, l’attuale Primo Ministro Mehbooba Mufti4 ha ribadito ancora una volta nell’Assemblea l’impegno del governo a riportare indietro i Pandit e ha dichiarato: “Attualmente non possiamo metterli come agnelli in mezzo ai lupi“.

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Opinioni discordanti

L’annuncio ha provocato una massiccia dimostrazione di forza da parte dei gruppi separatisti del Kashmir, che hanno proclamato il blocco totale della Valle, con proteste e dimostrazioni di strada. I Pandit hanno considerato discutibile questa resistenza e stravagante l’affermazione dei separatisti che il governo aveva un motivo in più per ‘stabilire insediamenti per cambiare la demografia, simili a quelli di Israele in Palestina’. I Pandit hanno ritenuto che ciò fosse parte di un disegno sinistro per ostacolare il loro ritorno.

L’opinione pubblica era divisa, sia nella Valle sia nella comunità Pandit. La maggioranza dei musulmani ha respinto l’idea di ‘ghetti’, perché polarizzerebbero la società del Kashmir e andrebbero contro il Kashmiriyat – lo spirito di fratellanza della comunità.

I Pandit lo hanno respinto perché non vogliono diventare un facile bersaglio in municipalità riservate, senza la fiducia della comunità maggioritaria.

Tuttavia, una parte ha affermato con forza che sceglieranno loro quando e come ritornare, intendendo che il ritorno in patria, anche se è un loro diritto di nascita, non rende loro giustizia in alcun modo.

La giustizia prevarrà solo se “il genocidio viene riconosciuto ed i colpevoli puniti”, dice Aima e aggiunge: “Il ritorno dei Pandit è un fatto di giustizia, collegato alla questione più ampia della loro ‘pulizia religiosa’ e del loro esilio; quindi deve esserci rigore verso i colpevoli”.

Nel frattempo, il governo ha cambiato il nome delle municipalità proposte da “miste” a “municipalità di transito”, un appiglio per i Pandit per ritornare alla fine alle loro case nella Valle.

Una storia del conflitto

I colpevoli usarono spazi religiosi, come le moschee locali, la stampa locale e liste di persone da colpire affisse in luoghi pubblici per intimidire e terrorizzare i Pandit

Nel 1990, i Pandit, una minoranza indù nel Kashmir, dovettero lasciare le loro case quando alcuni membri della loro comunità vennero selettivamente presi di mira, uccisi e stuprati. I colpevoli usarono spazi religiosi, come le moschee locali, la stampa locale e liste di persone da colpire affisse in luoghi pubblici per intimidire e terrorizzare i Pandit, in modo che o si unissero alla lotta per l’indipendenza dall’India o abbandonassero il Kashmir.

Sulla scia delle recenti e rinnovate aperture del governo e delle proteste pubbliche, le orripilanti esperienze delle famiglie Pandit del Kashmir sono state raccontate in The Long Dream of Home (“Il lungo sogno di una casa”), una raccolta di storie dei Pandit, a cura di Siddhartha Gigoo e Varad Sharma.

Il libro descrive le storie dolorose dei viaggi dei sopravvissuti dalle loro case nel Kashmir a una vita di esilio nei campi profughi in Jammu o in altri luoghi del Paese.

Le storie personali restano in primo piano rispetto alla successione degli eventi, come si sono realmente svolti, smentendo quelli che i Pandit considerano essere i miti e le bugie che sono stati costruiti. Secondo questi ultimi, il governatore Jagmohan, che aveva assunto l’amministrazione dello stato nel gennaio 1990, avrebbe facilitato l’esodo dei Pandit per soffocare la ribellione armata e dare una lezione ai musulmani.

“A casa non parliamo del Kashmir. Mia moglie è dipendente dal serial TV Zindagi (Vita). Io non ho niente da spartire con la televisione – io scrivo o leggo” risponde Arvind Gigoo alla mia domanda esitante: “Siete riusciti a riconciliarvi?”

Incontro con Gigoo

Con una rovente temperatura di 43 gradi, sono andato a trovare Gigoo – uno dei trenta collaboratori al libro – nella sua casa di Roop Nagar in Jammu, l’unica che egli ora possiede.ithin life has come to standstill but like the TV serial it goes on,” his voice trails off.

“Ero stordito all’idea di separarmi dalla mia terra, dalla mia casa e dal mio ambiente e non potevo riconciliarmi col fatto di aver lasciato la casa dei nostri avi nel Kashmir. Ma qualcosa scattò in me dopo 10-12 giorni di disperazione. Capii che, se volevo sopravvivere in questa vita, dovevo riconciliarmi. Ed in mezzo minuto mi trasformai. La mia mente accettò la nuova situazione. Ora, conduco una vita meccanica, come un robot, faccio le cose che facevo dieci estati fa, sapendo che fra dieci estati farò le stesse cose. Da qualche parte in profondità, la mia vita si è fermata, ma, come i serial TV, va avanti ugualmente”, dice con voce fievole.

Mentre Gigoo e molti come lui si sono riconciliati con la loro vita in esilio, essi non sono ancora pronti a riconciliarsi con la loro vita in Kashmir. Gli chiedo se ritornerebbe.

“No, non tornerò mai! Non posso vivere là!” e, con un improvviso ed insolito gesto di repulsione, dice con sarcasmo: “Odio quel koocha – il vicolo, l’architettura e l’odore di quel posto”.

Dopo un momento di silenzio, sembra che voglia precisare i suoi sentimenti e il suo sfogo emotivo: “Non avevamo lasciato il Kashmir nemmeno dopo che un mio amico fu ucciso e molti Pandit se ne erano andati. Poi, un giorno, un amico musulmano mi chiese se facessi parte dei servizi segreti indiani. Questa fu la mia rovina. La domanda del mio amico Hassan aveva spezzato qualcosa dentro di me” mi racconta Gigoo.

Gigoo ricorda vivamente che suo padre era seduto in lacrime di fronte a lui: “Senza pensarci, accesi una sigaretta, un gesto impensabile di fronte a mio padre. Mia moglie era scioccata! Decisi di partire il giorno dopo”

La storia personale di Gigoo, Days of Parting (I giorni della separazione), cita un altro amico, Quereshi, che gli disse: “Nuova Delhi sarà la cosa migliore. Un pandit è un serpente velenoso”.

Sono passati 26 anni da allora e ciò che si è spezzato non è semplicemente la fiducia fra amici e vicini di casa, ma il senso d’identità, ormai avvizzito. Essere ridotti ad un’etichetta, essere disprezzati da qualcuno verso cui si hanno i sentimenti più profondi è un’esperienza debilitante.

Riconciliazione: una sfida o un sogno?

Molti musulmani desiderano che i Pandit tornino nella Valle

Il dolore dell’isolamento e dell’abbondono è vivo anche nei cuori dei musulmani. Quando Gigoo andò a saldare i suoi debiti con un negoziante musulmano locale, Yasin, questi rifiutò di prendere il denaro.

“Singhiozzò e mi disse: ‘Voi Pandit ci avete traditi’ “, un’espressione suscitata più dall’amore e dalle aspettative che dal tradimento. Molti musulmani desiderano che i Pandit tornino nella Valle.

Ciò che occorre capire nella tragica relazione di amore-odio fra i Pandit e i musulmani è che esiste un’amara realtà di ideologie politiche che li collocano su posizioni opposte, piuttosto che di mutuo sostegno. Una aderisce all’idea di un’India pluralista, liberale e democratica, l’altra all’idea di una nazione musulmana e separata dall’India. Entrambi sono spaccati verticalmente da una faglia religiosa.

Ovviamente, nel Kashmir ci sono gruppi di musulmani che credono fermamente nello ‘spirito Kashmiriyat’ – di fratellanza e di fusione dei valori. Tuttavia, a livello politico ed istituzionale, questi gruppi sono deboli, silenziosi e passivi. Gli altri sono più organizzati, controllano le opinioni, i discorsi e le narrazioni attraverso vari mezzi, armi comprese. Forse ciò rende una sfida perseguire il sogno della riconciliazione. Nondimeno, questo sogno non dovrebbe essere abbandonato sull’altare sacrificale della politica.

Mentre il governo in carica sostiene la pace, lo sviluppo, il ritorno dei Pandit e, cosa più importante, sta sfidando politicamente sia il separatismo sia il municipalismo, la realtà sul terreno è che le proprietà dei Pandit sono state vendute, vandalizzate od occupate. Quindi il governo non ha altra alternativa che comprare terreni e costruire nuove case per i Pandit.

Se esso cederà ai dettami dei separatisti e dell’opposizione o se i Pandit torneranno a vivere in un ambiente intimidatorio dipenderà unicamente dall’evolversi della situazione della sicurezza nella Valle.

Chiaramente, il ritorno dei Pandit non è solo una questione di riconciliazione fra indù e musulmani, ma anche di diritti umani della comunità esiliata. Ora, forse, è giunto il momento che i problemi dei diritti umani dei Pandit, sostenuti ardentemente dalle organizzazioni della società civile nella Valle del Kashmir nei casi di violazione da parte delle forze di sicurezza, siano assunti anche dalle organizzazioni e comunità locali musulmane, per dimostrare tangibilmente la loro seria intenzione di riportare indietro i Pandit. Parlando chiaramente e chiedendo giustizia per la minoranza, la maggioranza farebbe un gesto che potrebbe aprire la porta ad una futura riconciliazione.


Titolo originale: Reconciliation and justice in Kashmir
Traduzione italiana di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis


Note

1 Dello Stato di Jammu e Kashmir, NdT

2 Bharatiya Janata Party, Partito del Popolo Indiano, partito di maggioranza nel Parlamento Indiano, NdT

3 Jammu and Kashmir Peoples Democratic Party, Partito Democratico dei Popoli di Jammu e Kashmir, partito locale fondato da Mufti Mohammed Syeed, NdT

4 Figlia di Mufti Mohammed Syeed, succeduta al padre, scomparso nel gennaio 2016, NdT

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