Denuncia del Nuovo Modello di Difesa | Enrico Peyretti


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La difesa di un paese civile ed umano deve rispondere ad alcuni requisiti inderogabili. Che cosa difendere? E come?

Che cosa difendere? Non ci sono più patrie separate, la sorte umana è ormai unica, la difesa dalle aggressioni deve essere globale, comune. E poi, non ogni difesa è lecita: lo è solo la difesa dei diritti umani, comuni a tutti, non quella del dominio di una parte, degli interessi stabiliti sul privilegio e l’esclusione. La difesa di una situazione di ingiustizia non è difesa, ma offesa continuata.

Come difendere un popolo, la sua terra, le sue istituzioni? Non è sempre lecita la difesa militare, che uccide esseri umani ed espone il cittadino ad ammazzare e ad essere ammazzato. Solo altre vite, non un interesse, non un potere, valgono una vita umana. Il monopolio della difesa dato alle forze armate indebolisce la società, resa dipendente dall’esercito, istituzione separata che si fonda sul segreto e sulla gerarchia autoritaria, che può mancare lo scopo a carissimo prezzo (in ogni guerra c’è un esercito sconfitto), che ha un potere mortale usabile a fini eversivi (la storia di troppi paesi lo dimostra in sovrabbondanza). Un esercito non può assicurare la pace, perché la vittoria militare (sempre aleatoria) non dà mai la pace, ma è solo l’anello di una faida, ed è gravida di altra guerra, senza dire dei rischi odierni delle armi totali.

Per questi motivi, non solo il pensiero pacifico, ma la Costituzione (art. 52) affidano la «difesa della Patria» anzitutto ad ogni cittadino, come capacità propria del popolo. La Corte Costituzionale (sentenza n.164/1985) afferma che il dovere di difesa può adempiersi in modo armato o non armato, perché esso «trascende e supera» la difesa militare. E’ un riconoscimento delle possibilità della Difesa Popolare Nonviolenta, che non è solo un bell’ideale, ma una reale capacità dei popoli, quando ne sono consapevoli, attuata in molti casi storici con efficacia, nonostante l’impreparazione, persino di fronte al nazismo, anche se finora troppo poco indagata dagli storici, condizionati dall’atavica visione militarista dei conflitti. Posso fornire ampia bibliografia storica a chi me la richiede. Sono oggi Difesa Popolare Nonviolenta, p. es., sia il servizio civile degli obiettori che rifiutano l’addestramento alle armi, sia ogni forma di volontariato nella tutela sociale dei deboli o nella solidarietà tra i popoli.

Ora però, senza che né il parlamento ne abbia mai discusso e deliberato, né il popolo sovrano ne abbia preso adeguata coscienza, si sta attuando in Italia una riforma dell’esercito che tradisce il concetto costituzionalmente legittimo della difesa. I governi che si sono succeduti dal 1991, compreso quello dell’Ulivo e quelli di centro-sinistra, tentano di elevare progressivamente a legge il c.d. “Nuovo modello di difesa” (NMD). Si tratta di un progetto del Ministero della difesa, distribuito ai parlamentari nell’ottobre 1991, contenuto in un libro bianco di 251 pagine, dal titolo Modello di difesa. Lineamenti di sviluppo delle FF.AA. negli anni ’90. L’impostazione concettuale non è sostanzialmente modificata ma ribadita dall’Aggiornamento pubblicato nel 1993 dallo Stato Maggiore della Difesa.

Tutta la “filosofia” di quel progetto è apertamente dichiarata nelle prime 70 pagine. Vi si dice che, caduto il muro Est-Ovest, il nuovo confronto è nell’area mediterranea «tra una realtà culturale ancorata alla matrice islamica ed i modelli di sviluppo del mondo occidentale» (p. 15-16). Là è il nuovo nemico, il nuovo conflitto economico-religioso!

Il pericolo attuale, secondo il NMD, sta nelle tendenze «al sovvertimento delle attuali situazioni di predominio regionale, anche per il controllo delle riserve energetiche esistenti nell’area» (p. 21). Quindi si vuol difendere un predominio! Tutto un paragrafo (pp. 27-33) equipara i concetti di “interessi nazionali” e di “sicurezza”, che sono ben differenti: il primo indica un’attività speculativa ed espansiva, il secondo una realtà vitale minima. Solo questo è un diritto, solo esso potrebbe, nella concezione tradizionale e costituzionale, compatibile con l’eguale diritto degli altri popoli, giustificare una difesa militare.

Invece, il NMD afferma senza pudore che finalità della difesa è, dopo la salvaguardia dell’indipendenza e dei confini, la «tutela degli interessi nazionali, nell’accezione più vasta di tale termine, ovunque sia necessario» (p. 30). Non per nulla la Guerra del Golfo (confessata così come guerra di interessi e non di princìpi!) è presa come l’«esempio emblematico» del nuovo concetto di difesa (p. 44).

Potrei portare molte altre citazioni a ribadire l’idea che regge tutto il progetto: non la difesa di diritti umani, ma di uno stato di fatto, che abbiamo “interesse” a mantenere. Si parla di sicurezza internazionale, in realtà si difende con la ferocia delle armi la violenza strutturale del Nord sul Sud. L’esercito italiano diventa un corpo di spedizione neo-coloniale.

Perché dobbiamo rifiutare quel punto cardine del NMD che è l’esercito professionale (pur con problemi che restano da discutere)? Non solo per i maggiori costi innegabili, ma soprattutto perché, in questa ipotesi, la guerra non è più un’eventuale tragica necessità (che può presentarsi se non si predispongono mezzi nonviolenti di soluzione dei conflitti), ma una funzione normale; non è più ripudiata, come fa la nostra grande Costituzione, ma legittimata. Quello delle armi diventa un lavoro, una professione riconosciuta, come quella del boia: l’arte e la tecnica dell’uccidere per incarico, da mercenari. E’ ancora in grado il nostro popolo di vedere e rifiutare questa vergogna?

Chi ha concepito quel progetto ha una mentalità estranea e opposta ai valori umani che stanno a fondamento della nostra Costituzione, alto frutto delle sofferenze e della riconquistata dignità dopo il fascismo e la guerra, nel ripudio della politica violenta.


(Questa scheda è la riduzione di un paragrafo del mio libro La politica è pace, ed. Cittadella, Assisi 1998, pp. 153-158)


Post scriptum – Analisi ben più ampie e dettagliate del Nuovo Modello di Difesa, sono state compiute anche da me negli anni successivi al 1991, e pubblicate su vari fogli impegnati. Indico soltanto: Quale nemico? Quale difesa?, in il foglio n. 215, dicembre 1994, e uno precedente, più ampio, in Tempi di fraternità, Torino, n. 5, 1993. Per il carattere internazionale di queste politiche di difesa, si veda Germania. Intervento verso l’ignoto, in Guerre e pace n. 18, aprile 1995 (tradotto da Der Spiegel, 13 febbraio 1995). Per una critica da parte militare, M. Dattolo, Lo stato democratico alla prova del nuovo modello di difesa, in Testimonianze n. 375, maggio 1995, pp. 81-87.

Tra i libri, sono da segnalare: U. Allegretti, M. Dinucci, D. Gallo, La strategia dell’impero. Dalle direttive del Pentagono al Nuovo Modello di Difesa. Presentazione di R. La Valle, Ed Cultura della Pace, Fiesole 1992; AA. VV., Nuovo ordine militare internazionale. Strategie, costi, alternative. Ed. Gruppo Abele, Torino 1993.

M. Cermel, “Nuovo modello di difesa e Costituzione italiana”, p. 8, in M.L. Picchio Forlati, Controllo degli armamenti e lotta al terrorismo tra N.U., Nato e Unione Europea, Cedam, Padova, in corso di stampa nel 2013

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