La crisi globale dei rifugiati e le conseguenze sulla sicurezza | Daniel Krcmaric


campo profughi


Qualcuno si ricorda la crisi globale dei rifugiati? Si può anche essere giustificati per averla messa in disparte: di recente i media hanno certamente lasciato cadere l’attenzione a questo problema, per concentrarsi su Brexit (come è forse comprensibile) e sulla vita amorosa di Taylor Swift (meno comprensibile). Ma anche se la crisi dei rifugiati non occupa più i titoli dei giornali, la realtà sottostante resta tragicamente la stessa: la violenza e l’instabilità politica hanno obbligato 60 milioni di persone ad abbandonare le loro case. Secondo i dati forniti dall’Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati (UNHCR), è il numero più elevato di rifugiati e di sfollati dalla II guerra mondiale.

Quando si discute della crisi spesso c’è chi suggerisce, implicitamente o esplicitamente, che accogliere rifugiati è rischioso per la sicurezza degli stati che li ospitano. Ma che cosa dicono a questo proposito le scienze politiche?

Le evidenze sperimentali sono miste. Da un lato, uno studio autorevole ha messo in luce che ospitare rifugiati aumenta le probabilità che lo stato ospitante diventi sede di conflitti civili interni. In collegamento con questo, altri studi hanno trovato un legame tra l’offrire ospitalità ai rifugiati e subire attacchi terroristici – interni e transnazionali. Questi studi giustificano certe preoccupazioni. D’altra parte, questi stessi studi riconoscono che, nonostante i risultati statisticamente allarmanti, la grande maggioranza dei rifugiati sono nonviolenti. Inoltre il contesto politico di un flusso di rifugiati ha un ruolo significativo per l’estendersi del conflitto. I rifugiati che erano precedentemente dei ribelli che scappavano attraverso una frontiera per evitare la sconfitta durante una guerra civile sono particolarmente portati alla violenza. Al contrario, i civili che cercano di mettersi in salvo dalla situazione di caos di una guerra civile sono meno inclini ad essere coinvolti in fatti violenti.

L’attuale crisi di rifugiati è costituita per lo più da popolazioni civili che sono vittime delle orribili situazioni dei loro paesi – il regime di brutale repressione di Assad in Siria, le atrocità dell’ISIS in Siria e Iraq, i danni collaterali causati dagli attacchi aerei della NATO e della Russia… ci sono buone ragioni per sperare che la crisi attuale di rifugiati non abbia effetti perniciosi come le cause che l’hanno prodotta.

Dunque, dato che sono stati segnalati dei potenziali rischi alla sicurezza conseguenti all’ospitalità data ai rifugiati, non sorprende che si siano aperti accesi dibattiti a proposito di chi dovrebbe ospitarli. In linea teorica, i 144 Stati che hanno firmato nel 1951 la convenzione delle Nazioni Unite per i Rifugiati hanno l’obbligo morale di proteggerli. Ma la politica si mette di mezzo, soprattutto la politica identitaria, che può svolgere un ruolo in due modi distinti.

Il primo approccio si basa sulla logica dell’affermare che “non sono come noi”, e punta l’attenzione sul conflitto che può emergere tra i rifugiati e le diverse comunità ospitanti, di tipo etnico, religioso, sociale, economico. In effetti il fatto che molti rifugiati oggigiorno siano in fuga dal mondo arabo / musulmano ha contribuito, in occidente, a esasperare la distinzione tra “noi” e “loro”. Negli Stati Uniti, per esempio, la maggior parte dei responsabili dei governi statali hanno dichiarato che non permetterebbero l’ingresso a rifugiati siriani per motivi di sicurezza. Il governatore dell’Alabama, Robert Bentley, ha persino affermato che accogliere nel suo stato dei rifugiati siriani potrebbe esporre i cittadini ad attacchi terroristici come quello avvenuto a Parigi.

In alcuni paesi europei si sono fatti sentire dei movimenti locali che dipingono i rifugiati come degli invasori. All’opposto, altri hanno sottolineato con i numeri che tali paure sono sproporzionate. Nel 2015 l’Economist ha segnalato che dei 745.000 rifugiati cha hanno preso residenza negli Stati Uniti dopo l’11 settembre, solo due sono stati arrestati per attività collegabili al terrorismo (per altro, per aiutare Al-Qaeda in Iraq, non per attaccare gli USA direttamente).

Il secondo modo con cui l’identità può svolgere un ruolo nel diffondere un conflitto si verifica quando i rifugiati hanno un gruppo di connazionali o parenti nel paese ospitante. Come suggerisco in una mia ricerca pubblicata sulla rivista Security Studies, i flussi di rifugiati hanno maggiori probabilità di provocare conflitti nei paesi ospitanti quando alterano gli equilibri di potere etnici o religiosi tra i gruppi locali. Questo fatto ha significative implicazioni per la crisi siriana perché i colonizzatori – quando tracciarono i confini dei paesi del Medio Oriente – dedicarono ben poca attenzione alla distribuzione geografica delle popolazioni locali. Di conseguenza molti gruppi etno-religiosi vivono a cavallo dei confini nazionali, rendendo possibile ai rifugiati alterare l’equilibrio locale tra i poteri: quindi il rischio più grave per la sicurezza è il dilagare delle guerra civili entro l’area geografica di Siria e Medio Oriente piuttosto che l’espandersi del terrorismo in Occidente.

Che suggerimenti si possono trarre da queste riflessioni? I politici dovrebbero fare molta attenzione a mantenere gli equilibri etnici e religiosi negli stati che potenzialmente potrebbero accogliere i rifugiati. Attualmente sono la Turchia, il Libano e la Giordania ad aver avuto il ruolo più significativo nell’ospitare rifugiati siriani. Ma un paese come il Libano – con una delicata distribuzione di poteri politici tra i vari gruppi religiosi – non è il paese più adatto a ospitare grandi numeri di rifugiati. Anche se i decisori politici di rado hanno l’abilità di indirizzare i rifugiati verso specifici paesi, identificare destinazioni a basso rischio e ad alto rischio può essere di aiuto per destinare le scarse risorse a disposizione. Le democrazie occidentali potrebbero anche alleviare un po’ il peso dei paesi confinanti con la Siria, accogliendo un maggior numero di rifugiati, anche se questa prospettiva sembra poco realizzabile nell’attuale clima politico. E’ probabile invece che l’Occidente cercherà di trovare un equilibrio tra due obiettivi in conflitto: assistere i rifugiati e rendere più sicuri i propri confini.

The Security Consequences of the Global Refugee Crisis

politicalviolenceataglance 15 luglio 2016 (Daniel Krcmaric)

https://politicalviolenceataglance.org/2016/07/15/the-security-consequences-of-the-global-refugee-crisis/

Traduzione di Elena Camino per il Centro Studi Sereno Regis

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *