Il rapporto Chilcot. I punti chiave dall’inchiesta britannica sulla guerra del 2003 in Iraq | The Guardian


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Redatta fra il 2009 e il 2011 da una Commissione ufficiale presieduta da Sir John Chilcot, ma pubblicata in 12 volumi solo il 5 giugno 2016, l’inchiesta condanna la decisione dell’ex primo ministro Tony Blair di impegnare truppe britanniche con gli USA nell’invasione dell’Iraq. L’inchiesta non affronta gli aspetti legali ma ritiene che:

  • il Regno Unito scelse di partecipare all’invasione prima che fossero esaurite le opzioni pacifiche.

  • Blair esagerò di proposito negli anni 2002-3 la minaccia posta da Saddam Hussein, tenendo in poco conto gli avvertimenti sulle conseguenze possibili di un’azione militare e seguendo le proprie convinzioni, piuttosto delle complesse valutazioni dei servizi d’intelligence.
  • Blair promise il suo sostegno senza condizioni a George Bush, molto prima che gli ispettori degli armamenti avessero completato il loro lavoro.
  • La decisone di invadere fu presa in modo superficiale (“perfunctory”) senza lasciare una traccia formale delle ragioni.
  • L’amministrazione Bush ignorò ripetutamente i consigli britannici su come agire in Iraq dopo l’invasione, compreso il coinvolgimento delle Nazioni Unite, il controllo dei proventi petroliferi iracheni e la necessità di mettere la sicurezza al centro dell’intervento militare. L’inchiesta critica lo smantellamento dell’apparato di sicurezza dell’esercito iracheno e descrive l’invasione come un fallimento dal punto di vista strategico.
  • Non c’era alcuna minaccia imminente da parte di Saddam e la strategia precedente di contenimento poteva essere adottata per parecchio tempo.
  • L’intelligence britannica produsse informazione erronea, convinte come erano che Saddam avesse ancora delle armi di destruzioni di massa.

  • Le truppe britanniche non erano attrezzate adeguatamente, il Ministero della Difesa fece piani frettolosi e non curò la loro sicurezza, esponendole agli ordigni esplosivi (IEDS).
  • I rapporti UK-US non avrebbero subito danni se il Regno Unito fosse rimasto fuori della guerra.
  • Blair non ascoltò, fra il 2002-3, chi lo avvertiva che l’invasione potrebbe scatenare una guerra civile, peggiore di quella in Afghanistan.
  • Il governo non aveva una strategia per dopo l’invasione, non ne chiedeva a Bush e non attribuí delle responsabilità a ministeri specifici. Blair immaginava uno scenario relativamente benigno per le forze condotte dagli USA e autorizzate dall’ONU.
  • Il Regno Unito non aveva alcuna influenza sulle decisioni di Paul Bremer, nominato dagli USA a capo dell’autorità provvisoria a Baghdad. Bremer sciolse le strutture di sicurezza, alienando la comunità sunnita e alimentando la rivolta.
  • Il Regno Unito non ha conseguito i suoi obiettivi in Iraq che, nel 2009, quando le truppe britanniche partirono, era in preda a divisioni interne, risse sui proventi del petrolio e corruzioni estese nei ministeri. Il governo non ne fece una valutazione complessiva allora.
  • Prima della guerra Blair promise che la coalizione avrebbe evitato di fare vittime civili, ma in seguito il Ministero della Difesa ne faceva solo una stima “approssimativa”, evitando di affrontare la realtà e respingendo le accuse di aver provocato le morti di moltissimi iracheni.

july 6 2016, The Guardian
Titolo originale: Chilcot report: key points from the Iraq inquiry
https://www.theguardian.com/uk-news/2016/jul/06/iraq-inquiry-key-points-from-the-chilcot-report
Traduzione e sintesi di Vanessa Maher per il Centro Studi Sereno Regis

Una replica a “Il rapporto Chilcot. I punti chiave dall’inchiesta britannica sulla guerra del 2003 in Iraq | The Guardian”

  1. certo condivido per quanto conosco.Le ragioni vere sono altre:impossessarsi del medio Oriente e diventare padrone delle risorse energetiche naturali
    Da subito fu evidente che Saddam era un carnefice ma non aveva armi di distruzione di massa

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