Cinema | In nome di mia figlia | Recensione di Enrico Peyretti


in-nome-di-mia-figlia-locandinaIn nome di mia figlia. Regia di Vincent Garenq, con Daniel Auteuil, Sebastian Koch, Marie-Josée Croze, Christelle Cornil, Lila-Rose Gilberti. continua» Titolo originale Au nom de ma fille. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 87 min. – Francia 2016. – Good Films.

Trama ufficiale – Nel 1982, Kalinka, la figlia quattordicenne di André Bamberski, muore mentre è in vacanza in Germania con sua madre e con il patrigno. André è convinto che non si sia trattato di un incidente e inizia a indagare. Gli esiti di un’autopsia sommaria sembrano confermare i suoi sospetti e lo spingono ad accusare di omicidio il patrigno di Kalinka, il dottor Dieter Krombach. Non riuscendo però a farlo incriminare in Germania, André cerca di far aprire un procedimento giudiziario in Francia e dedicherà il resto della sua vita nella speranza di ottenere giustizia per sua figlia. Il film è tratto da una storia vera.

La Bibbia limita la giustizia privata perché non sia eccessiva, vendicativa: occhio per occhio, dente per dente, e non di più. Inoltre, raccomanda la misericordia, il perdono, la riconciliazione. Lo stato di diritto vieta la giustizia privata e fa della giustizia una funzione pubblica regolata dalla legge penale: è un grande progresso civile, una possibilità di umanizzazione, anche se resta più vendicativa che correttiva e riparativa: la pena legale, infatti, è una sofferenza inflitta a chi ha procurato un sofferenza. Questa non è tolta e quella è aggiunta: due dolori. Solo in Sudafrica, negli anni ’90, è comparsa una esperienza di giustizia che è verità e riconciliazione.

Nel caso di questa storia la giustizia tedesca è gravemente manchevole, anche per la chiara interferenza dell’interesse del colpevole, un medico sessuomane violento, coperto dalla casta medica di cui fa parte, che falsifica l’autopsia sul corpo della vittima.

La prima lezione di questa storia vera è che, pur essendo funzione pubblica, la giustizia ha bisogno della attiva collaborazione privata di chi sente il dovere profondo della verità: qui è il padre della vittima, che lotta per trent’anni prima di vedere riconosciuta l’offesa inflitta alla figlia, ma in ogni caso spetta ad ogni cittadino il diritto-dovere di collaborare alla verità dei diritti e della offese. Il cittadino è il primo “politico” e questa è la prima funzione della politica: la difesa del diritto, non la competizione per “vincere”, non la presa del potere. Noi l’abbiamo scritto nell’art. 3 della Costituzione, il “super-articolo”.

Una seconda lezione è che, anche nelle società più giuridicamente evolute, si possono formare corporazioni (qui di medici, giudici, funzionari) che fanno prevalere interessi particolari sulla verità dei fatti e dei diritti, sulla uguaglianza di tutti in dignità. Anche su questo punto, il padre di Kalinka impersona il cittadino che rischia tutto, e non solo per il suo dolore di padre, per accertare la verità, che è la base di ogni giustizia.

E. P.

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