Cronaca di uno stupro mancato | Sara P.


stuproLa scorsa estate, mentre ero in Grecia per un progetto di solidarietà con migranti, sono stata aggredita da un giovane, che ha cercato di violentarmi. Erano le 8 di mattina, e io stavo correndo sola in un parco della città dov’ero ospite.
Parlandone poi con persone vicine mi sono resa conto che questo non è solo un episodio personale; ci sono alcune cose che ho imparato che potrebbero essere utili anche per altre persone. Ho cercato fin da subito di capire cosa mi ha permesso di uscire dall’aggressione senza riportare ferite gravi, cosa mi ha permesso di affrontare l’ostilità della polizia senza lasciarmi scoraggiare, e cosa mi permette oggi di parlarne con tranquillità. Credo che questo mi possa aiutare a dare un senso a quello che è successo. Di seguito trovate alcuni appunti sparsi sul tema, che spero possano essere utili (per me lo sono di sicuro).

Cos’è successo?

Un giovane mi ha visto correre sola; con la moto mi ha superato e mi ha fermato poi con la chiara intenzione di violentarmi, prima minacciandomi con una pietra e poi buttandomi a terra nel tentativo di possedermi. Il luogo dell’aggressione era abbastanza isolato, tanto da permettergli di aggredirmi per vari minuti senza che nessuno intervenisse.
Ho sentito fin da subito che il modo più efficace per uscirne con il minor danno possibile era mantenere la calma e continuare a parlare e guardare negli occhi l’aggressore (nonostante lui non capisse una parola d’inglese e insistesse nel parlarmi greco, lingua che io non capisco); dal mio punto di vista, parlare e guardare negli occhi senza lasciarmi prendere dal panico era un modo per mantenere la dignità, di entrambi, e ridurre lo spazio per la violenza. Quando mi sono resa conto che stava funzionando (almeno un po’), ho preso forza nella mia strategia.
Alla fine, dopo vari minuti per terra e con la pietra pericolosamente vicino alla mia testa, sono riuscita ad alzarmi in piedi e guadagnare lo spazio sufficiente per correre via.
Per me è stata la conferma di quello che ho sentito (e provato) tante volte: mantenere la calma, la dignità, non entrare in panico può essere un modo efficace per affrontare aggressioni violente.
Rientrata in casa, ne ho parlato con una persona di fiducia; ma è stato il parlarne con una attivista locale (con cui avevo già a che fare) che mi ha permesso di cogliere la gravità della cosa, e di decidere di andare (con lei) dalla polizia.

Alcuni punti che mi tornano spesso in mente:
1. La cosa più importante è stato il sostegno delle prime persone a cui l’ho raccontato; sentirmi libera di reagire come meglio credevo (in questo caso, l’unica cosa che volevo era fare ciò che era previsto durante la giornata e portare avanti i miei impegni); in quel momento, dopo aver sbattuto forte contro tutta la vulnerabilità del mio essere donna, sentire la fiducia nel team di lavoro è stato fondamentale.
2. Come (credo) spesso succede a chi lavora in ambito di assistenza o relazione d’aiuto, tendiamo a sottovalutare quello che succede a noi stesse; parlarne con l’attivista greca mi ha aperto gli occhi, mi ha permesso di vedere il fatto in un contesto, di coglierne la gravità e di sentire il mio “esserne uscita” come una responsabilità da denunciare. Nonostante tutte le letture sulla violenza contro le donne e sull’importanza di denunciare, probabilmente senza di lei non l’avrei fatto.
Il suo aiuto con la traduzione è stato fondamentale; è stato fondamentale avere una persona di fiducia per questo, e mi torna spesso in mente ora: quando traduciamo a una lingua sconosciuta alla persona (com’è nel mio caso il greco) le stiamo togliendo il controllo della situazione; per me è importante ricordarlo, e costruire relazioni di fiducia per poter – in altri contesti – tradurre efficacemente senza tagliar fuori chi non capisce.
3. Tutto il processo con la polizia… per me è stato fondamentale conoscere già prima i tipi di umiliazione a cui andavo incontro; l’ambiente della polizia è essenzialmente maschile (almeno, quelli che ho conosciuto io) dove, anche riconoscendo le buone intenzioni, e difficile trovare “empatia” con un’aggressione di tipo sessuale. Le classiche domande “ma cosa facevi? Ma com’eri vestita? Ma come mai ti ha notato? Ma perché non hai urlato?” sono state più facili da rispondere sapendo che sono tipiche, avendo chiaro che le allusioni dei poliziotti non hanno necessariamente a che vedere con il mio comportamento, ma piuttosto con la loro cultura e visione degli eventi. E per evitare di lasciarmi responsabilizzare (dello stile “se l’hanno aggredita qualcosa di male avrà fatto!”) ho dovuto ricordare le tante storie lette, le campagne contro la responsabilizzazione della vittima, avere chiaro che è una attitudine maschile (e non solo) tipica che fa danno.
4. Durante l’aggressione ho sentito l’utilità della formazione in ambito nonviolenza; sapere (razionalmente) che evitare l’escalation della violenza è un modo di proteggerti aiuta a metterlo in pratica. Avere chiaro che lasciare crescere il panico è molto pericoloso, anche. Mi tornano continuamente in mente gli schemini della Pat Patfoort e di come uscire da una relazione di violenza: cercare di schiacciare l’aggressore utilizzando le sue stesse strategie non è efficace (e in questo caso non sarebbe stato neanche possibile). Ha avuto più senso cercare di uscire dalla dinamica di violenza, portare l’episodio su un altro piano, far percepire all’aggressore (in questo caso senza poter utilizzare le parole…) che non sono disposta ad assumere il ruolo di vittima, così come non ho intenzione di spaventarlo o aumentare la violenza (come potrebbe essere stato nel mettermi a urlare o cercare di fagli male).
5. Strategia banale che per me è stata fondamentale: pormi continuamente piccoli traguardi da raggiungere; quando mi minacciava con la pietra, fare in modo che questa non fosse così vicino alla testa; quando mi ha buttato per terra e mi era sopra, riuscire a rialzarmi; quando mi ha preso da dietro (in piedi) riuscire a afferragli le mani perché non potesse togliermi i vestiti. Ogni piccolo obiettivo raggiunto era la conferma che stava funzionando… fondamentale per mantenere la forza!
6. Decine di volte, in ambito di conflitto armato, mi è stata descritta la risata come una strategia di resistenza. Effettivamente: sdrammatizzare può sembrare banale, ma smuove delle energie profonde. Certo, è necessario prima uscire dall’immagine per cui solo chi piange e si dispera sta soffrendo davvero; ridere non vuol dire prendere sotto gamba o non soffrire. Per me ridere dopo questa aggressione ha voluto dire: uso tutte le mie energie per uscirne in piedi; non mi lascio abbattere; soffro, e faccio di questa sofferenza un’energia per uscirne.
7. Spazio di vita: dopo esserne uscita, dopo aver denunciato (e riconosciuto l’aggressore), dopo essere rientrata in Italia, ho temuto molto per la mia “libertà di movimento”. Mentre partecipo ad azioni per la libertà di movimento dei migranti, riconosco (non senza sofferenza) che la nostra libertà di movimento in quanto donne è continuamente minacciata; tornata in Italia, nella mia città, lo sforzo di razionalità è stato impegnativo nel tornare a correre nonostante i timori, muovermi per la città esattamente come prima, anche se ora devo riconoscere che ho un livello di allarme molto più sensibile. Assumere l’impegno della salvaguardia del mio spazio di movimento fin da subito mi ha permesso di riguadagnare il mio spazio poco a poco; credo che se avessi rimandato questa reazione sarebbe stata più difficile, ogni giorno di più.

E per ultima, una riflessione sulla denuncia e sulla polizia. Il fatto di vedere questo ragazzo detenuto non è stata una gran soddisfazione; so che il percorso che l’aspetta in caso di condanna non è quello di cui avrebbe bisogno; i nostri carceri (europei) non sono strutture educative come dovrebbero essere; il sistema di detenzione non dà la possibilità di recupero e cambiamento, lo sappiamo bene. Sentirmi complice attivo di questo sistema non mi garba per niente.
Eppure…
Sapere che qualche altra ragazza potrebbe essere stata aggredita in quel modo (e con conseguenze peggiori) mi ha gettato addosso una responsabilità a cui sono tenuta a rispondere. Purtroppo, l’unico modo che ho trovato per contribuire a evitare altri episodi del genere è stato rivolgermi alla polizia. Non ne vado orgogliosa, ma sento che era l’unico modo possibile in quel momento per dare il mio (piccolo) contributo a garantire a altre donne questa “libertà di movimento”.

marzo 2015. Grazie a Pat Patfoort per la segnalazione

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