La guerra fredda israelo-palestinese, ovvero una pace temporanea tra aspettative incompatibili | Andrew Kydd



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La mia impressione sul conflitto israelo-palestinese è che oggi esso sia entrato in una fase di guerra fredda. Nel loro conflitto, gli USA e l’URSS furono impegnati in una lotta a lungo termine tra di loro. Fondamentalmente, ciascuno pensava che nel lungo periodo sarebbe prevalso sull’avversario, grazie alla crescita economica, alle spese militari e alla competizione sugli alleati nel Terzo Mondo.

Queste aspettative di successo a lungo termine fecero sì che entrambe le parti preferissero evitare sia il conflitto diretto, sia seri negoziati sui punti di disaccordo. Tuttavia, poiché il potere è relativo, almeno una delle due parti doveva essere in errore, in questo caso l’Unione sovietica. Quando ciò divenne chiaro le due parti negoziarono accordi sulle loro questioni irrisolte, che durarono fino a che la Russia riconquistò una parte della sua precedente potenza e iniziò a contestare la situazione post guerra fredda.

Allo stesso modo, nel caso israelo-palestinese le due parti stanno evitando sia il conflitto acuto, sia la negoziazione. La soluzione dei due stati è stata abbandonata ed entrambe le parti sono tornate a perseguire incompatibili soluzioni orientate a uno stato unico. Entrambe le parti si aspettano di diventare sempre più forti. Naturalmente, ciò non può avvenire per entrambi cosicché qualcuno alla fine si renderà conto che la propria posizione si è indebolita anziché rafforzata. A quel punto, si sarà raggiunto un punto critico, che potrà portare a dei negoziati o a un riacutizzarsi del conflitto.

Da parte israeliana, la posizione sembra essere la seguente: una soluzione due popoli due stati comporterebbe dolorosi compromessi in Cisgiordania, area importante sia per ragioni ideologiche , sia per la sicurezza. Anche se si realizzasse una soluzione basata sui due stati, Israele non avrebbe pace, perché i Palestinesi si armerebbero e potrebbero attaccare in futuro. L’attuale sistema, comunque, rende deboli i Palestinesi e riduce al minimo la minaccia da essi rappresentata. Il muro protegge Israele da attacchi terroristici come quelli dei primi anni del 2000. Lo scudo di ferro (Iron Dome), insieme alle incursioni punitive a Gaza e in Libano, protegge Israele dal lancio dei razzi.

Occasionali fiammate di violenza possono essere gestite dalle forze di sicurezza israeliane e servono a giustificare ulteriormente la strategia di non compromesso. L’attuale minaccia del contesto ambientale è dunque gestibile. Non ci sono vantaggi da acquisire attraverso concessioni da fare, né costi da pagare per non averle fatte. Israele può anche permettersi di estendere progressivamente i propri insediamenti in aree strategiche della Cisgiordania, dal momento che i Palestinesi sono troppo deboli per far qualsiasi cosa al riguardo e la condanna internazionale è senza mordente.

Sul versante palestinese, la leadership dell’Autorità palestinese appare troppo debole per chiedere dolorosi compromessi al suo popolo. Un decennio di pace con Israele non ha prodotto alcun risultato e non li ha avvicinati di un millimetro all’obiettivo di uno stato palestinese- anche solo in Cisgiordania, lasciando da parte Gaza-, minando ulteriormente l’autorità dell’A.N.P. Invece, gli Israeliani continuano ad estendere le loro colonie. Una strategia di violenta opposizione appare comunque senza speranza, dal momento che il muro rende più facile per gli Israeliani fermare gli attacchi terroristici. Così i Palestinesi sembrano aver ripiegato sulla strategia demografica. Alla fine, dato il più alto tasso di natalità palestinese, essi saranno più numerosi degli ebrei israeliani tra il fiume e il mare. A quel punto pretenderanno uguali diritti politici nell’unico stato presente su quel territorio. Analogamente a quanto avvenuto con la fine dell’apartheid in Sud Africa, è possibile che questa lotta abbia successo e che i Palestinesi possano riprendere possesso della Palestina, con la presenza di una minoranza ebraica.

Questo andamento del trend demografico aveva già persuaso anche i falchi israeliani, come Ariel Sharon a sostenere un disimpegno e una possibile soluzione a due stati. Il fatto che non la perseguano più fa pensare che essi abbiano delle risposte che appaiono convincenti almeno per loro.

Sembrano esserci tre opzioni: La prima è quella di non affrancare i Palestinesi della Cisgiordania, respingendo sempre le loro richieste di uguali diritti. La seconda è di rendere così dura la vita dei palestinesi che molti di essi preferiscano andarsene in Giordania o in altri paesi arabi. La terza soluzione è di sradicare i Palestinesi con la forza. I Palestinesi e i paesi arabi vicini naturalmente protesterebbero vigorosamente contro tutte queste opzioni. Tuttavia, da soli non sarebbero in grado di infliggere a Israele costi sufficienti per indurla a evitare simili scelte.

Il vero problema viene dalla più ampia comunità internazionale. Israele dipende da legami economici e relazioni politiche amichevoli con i paesi europei e con gli USA. Questi legami stanno cominciando a logorarsi. Il movimento BDS (per il boicottaggio) non è che la punta dell’iceberg L’idea di boicottare gli accademici israeliani è una idiozia ed è stata sonoramente messa in discussione anche dalle associazioni professionali accademiche di sinistra filo-palestinesi.

Mentre simili boicottaggi sarebbero comunque solo simbolici, la vera minaccia è quella del boicottaggio economico. I consumatori di tutto il mondo, soprattutto in Europa e negli USA, sono sempre più consapevoli circa la provenienza delle merci che acquistano. Comprano caffè del commercio equo, abbigliamento prodotto senza sfruttamento della manodopera, cibo biologico….

Un’aperta campagna contro un sistema di apartheid, per non parlare di pulizia etnica, renderà il boicottaggio economico di Israele un gioco da ragazzi per questi consumatori. E probabilmente il boicottaggio coinvolgerà non solo i prodotti dei territori occupati, ma tutte le merci prodotte in Israele.

I falchi israeliani possono sostenere che ogni boicottaggio è frutto di anti-semitismo –che certamente non manca nel mondo, e che non dipende dai comportamenti di Israele. Comunque, in Europa e negli USA è una netta minoranza, certamente non condivisa dalla maggioranza della popolazione . La maggioranza dell’elettorato negli USA e in Europa solo ora abbraccia, con riluttanza, l’idea che la politica di Israele è ingiusta e insostenibile, e che è necessaria una pressione dall’esterno. L’attuale governo israeliano sembra avvertire che l’unico partito politico cui può chiedere il supporto è il Partito repubblicano degli USA. In effetti, i Repubblicani probabilmente sosterrebbero Israele indipendentemente dalla sua politica verso i Palestinesi, mentre il supporto dei Democratici e della maggior parte dei partiti europei è subordinato al fatto che i Palestinesi non siano trattati troppo male. E’ stato recentemente sostenuto in un editoriale del New York Times che Israele ha un problema con il Partito Democratico. Purtroppo, perseguire la soluzione di un solo stato sta peggiorando sempre più la situazione , anche con la maggior parte dei partiti europei. Anche lo stesso partito Repubblicano, un tempo solida roccia, sta cominciando a mostrare tensioni, da che Trump ha assunto la nomination per le presidenziali, e condotto il partito in acque incerte.

Che cosa tutto ciò comporti per il futuro non è chiaro. La teoria della contrattazione ci dice che quando due contendenti pensano che il loro potere contrattuale si rafforzerà, sono spinti ad evitare il conflitto e la negoziazione, per aspettare la loro ora più propizia, come nella guerra fredda.

Tuttavia, dal momento che tutto il potere è relativo, entrambe le parti non possono essere corrette in queste aspettative a tempo indeterminato. Ad un certo punto una delle parti realizzerà che non sta diventando più forte, ma più debole. A quel punto potrebbero esserci negoziati positivi oppure un riacutizzarsi del conflitto. La guerra fredda si è conclusa pacificamente perché la potenza in declino, l’Unione sovietica, aveva armi nucleari e avrebbe potuto proteggere i propri interessi anche facendo concessioni sostanziali. Se Israele scopre di essere la parte più debole, le sue armi nucleari e la sua forza complessiva possono spingerla ancora una volta a dei negoziati di pace. Se sono i Palestinesi a rendersi conto di essere la parte in declino, non avranno alcuna possibilità di proteggere i propri interessi vitali e quindi possono optare per incrementare il conflitto. In ogni caso, la scommessa sul successo dei negoziati sarebbe ottimistica- soprattutto in considerazione delle precedenti esperienze storiche dell’area- per cui un ritorno al conflitto sembra più probabile.

Sono appena tornato da una visita in Israele sponsorizzata dal Leonard Davis Institute for International Relations all’Università ebraica . Ringrazio Dani Miodownik per il suo gentile invito e tutti i partecipanti per la conferenza molto istruttiva.


June 29, 2016, The Israeli-Palestinian Cold War, or Temporary Peace Through Incompatible Expectations

The Israeli-Palestinian Cold War, or Temporary Peace Through Incompatible Expectations

Traduzione di Angela Dogliotti Marasso per il Centro Studi Sereno Regis

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