Cultura pubblicitaria e berlusconismo | Recensione di Enrico Peyretti


cop_Federico Repetto, Cultura pubblicitaria e berlusconismoFederico Repetto, Cultura pubblicitaria e berlusconismo. Le origini dell’egemonia della tv commerciale e il suo declino all’epoca dei social media, Aracne editrice, Roma 2015, pp. 326, € 16,00

Difenderci dall’inquinamento mediatico

Questo libro riccamente documentato sulle ricerche recenti come sulle fonti di cultura, si presenta di vivo interesse attuale riguardo alle evoluzioni possibili dello spirito pubblico. Si articola in sette capitoli, dall’egemonia pubblicitaria berlusconiana, all’egemonia capitalistica degli inserzionisti, fino alla svolta tecnologica dei social network e ai suoi ipotetici effetti.

Abbiamo ascoltato l’Autore, che ci espone le linee della sua ricerca. La televisione berlusconiana, dagli anni Ottanta, era la maestra educatrice dei cittadini, superando ogni altra scuola e la parola scritta. Un’inchiesta tra i pre-adolescenti mostrava Berlusconi più famoso del papa, del presidente e di Gesù. In quella egemonia culturale, quindi anche politica, del «ventennio» tele-berlusconiano, tuttavia, non mancarono movimenti alternativi, pacifisti, nonviolenti, ecologisti, antinucleari, femministi (Repetto rinvia a Donatella Della Porta, Movimenti collettivi e sistema politico in Italia, 1960-1995), che in alcune occasioni salienti parvero anche possedere una forza ideale socialmente incisiva, ma non riuscirono a rompere quella egemonia penetrante, e ne furono anche in parte contaminati, fiaccati. Resta la fiducia che i semi vivi conservino fecondità per fruttificare nella giusta stagione, perciò l’impegno a curarli.

La tv commerciale produceva una precisa cultura: dovendo attirare le inserzioni, rispondeva anche nei contenuti culturali divulgativi alla cultura degli inserzionisti: il liberismo della società-mercato, i consumi come identità.

Oggi sembra che la tv non sia più il veicolo di maggiore importanza. La cultura pubblicitaria sembra aver perso peso presso le nuove generazioni, i loro interessi e i loro costumi. Pare che i giovani non dipendano più tanto dalla pubblicità, scalzata dai social media, che sono diventati il loro campo di comunicazione. Ci persuade questa valutazione? D’altra parte internet si finanzia sempre più con la pubblicità, ma non ha un palinsesto e la pubblicità è solo cornice dei contenuti: cosicché, si può dire che produce effetti diversi da quelli della tv? Incide anche la crisi economica col ridurre la cultura dei consumi?

Si direbbe che i giovani siano indipendenti da qualunque mezzo e agenzia educativa. Quale è la presente linea di evoluzione della comunicazione ed educazione pubblica? Si parla di Internet education. Essa, afferma Repetto in educazione.neotelevisiva, «richiede una formazione critica che permetta di demistificare la pretesa neutralità della Rete e in genere della tecnica. Tale formazione è possibile solo se la scuola riesce a fornire con autorevolezza un approccio alle nostre tradizioni e alle diverse culture. Ciò dista molto dall’utopismo cibernetico (sostanzialmente conciliabile con il neoliberismo), che propone le scuole interamente digitalizzate, in cui l’insegnante è un semplice assistente, come nelle Steve Jobs schools olandesi. Ai programmatori e alla cultura della rete passerebbero così quei poteri e quell’autorità che prima erano del corpo insegnante».

Come non dobbiamo dimenticare – a causa della crisi – la questione vitale dell’inquinamento globale, così non dobbiamo dimenticare l’egemonia pubblicitaria, ascoltando le ricerche intelligenti, come questo libro di Repetto, per disinquinare i nostri occhi, orecchi e mente da quella persuasione occulta che, per sistema, scavalca l’attenzione, ci penetra, ci obbliga.

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