Giornalismo di pace | Recensione di Angela Dogliotti Marasso


cop_Giornalismo di paceNanni Salio, Silvia De Michelis (a cura di), Giornalismo di pace, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2016, pp. 272, € 16,00

L’ultimo lavoro di Nanni Salio vede la luce dopo la sua prematura e dolorosa scomparsa.

Si tratta del libro sul giornalismo di pace, pubblicato dalle nuove Edizioni Gruppo Abele e realizzato in collaborazione con Silvia De Michelis, una giovane dottoranda di Bradford, Università inglese, sede di uno dei primi e più importanti dipartimenti di Peace Studies.

Il giornalismo di pace è stato uno dei temi privilegiati dell’impegno di Nanni in questi ultimi anni. Era infatti convinto che fosse necessario e urgente lavorare all’introduzione di un nuovo paradigma nella lettura e nell’interpretazione degli eventi attraverso i media, per diffondere e rafforzare la cultura della nonviolenza, necessario «varco della storia», oggi più che mai evidente.

Così è nato questo testo, composto da cinque parti e introdotto da una Prefazione del noto ricercatore per la pace Johan Galtung: una prima parte che dà conto dei fondamenti e della prospettiva generale nella quale il giornalismo di pace si colloca; una seconda parte più specifica, relativa a problemi e opzioni di questo tipo di giornalismo; una terza parte sul ruolo delle donne nel giornalismo di pace e le ultime due parti che riportano riflessioni e casi-studio, per dare un’idea concreta e alcuni esempi in merito. Dei due curatori sono gli articoli della prima parte, mentre nelle parti successive sono tradotti i contributi di diversi autori, comparsi in testi specifici, in riviste specializzate o siti di settore1.

Possiamo tutti verificare quotidianamente come la copertura dei conflitti nei media sia prevalentemente orientata, salvo poche, lodevoli eccezioni, al racconto di eventi eclatanti e violenti e al sensazionalismo, agli scenari «da stadio», del tipo «noi contro loro», dove sono ben visibili «azioni e risultati, danni e vittime, vincitori e vinti, piuttosto che processi ad ampio respiro di risoluzione e trasformazione dei conflitti» (p. 82). Ciò che è violenza e guerra, insomma, fa più audience. La guerra, infatti, «È associata con l’eroismo e gli scontri, esalta il lato emotivo a scapito di quello razionale, e soddisfa la richiesta di notizie: offre fatti attuali, nuovi e drammatici, semplicità, azione, personalizzazione e risultati […]» (p. 89). Il racconto di questi fatti attraverso i media sfrutta l’emotività del pubblico, con il rischio di contribuire, come in diversi casi è avvenuto (si pensi alle guerre degli anni Novanta in ex.Jugoslavia, ad esempio) all’escalation del conflitto stesso.

Non solo, ma, come osserva Birgit Brock Utne, «L’approccio agli eventi globali tipico del giornalismo di guerra non domina solo i notiziari e i quotidiani, ma anche i libri di scuola (soprattutto quelli di storia) ovunque nel mondo. In questo senso, chi controlla il presente controlla il passato» (p. 103). Ma, come scrive George Orwell, «Chi controlla il passato, controlla il futuro»… Per questo è necessario promuovere una diversa lettura dell’attualità.

Come lavora il giornalismo di pace?

«Il giornalismo di pace si basa su tre passi fondamentali: mappare tutti gli attori del conflitto; individuare i loro obiettivi legittimi (quelli che non violano i bisogni e i diritti umani fondamentali); elaborare soluzioni concrete, costruttive e creative per soddisfare gli obiettivi legittimi di tutte le parti in conflitto» (p. 37).

Così Nanni Salio sintetizza gli elementi essenziali di un giornalismo orientato alla pace, anziché alla guerra.

Ciò presuppone una cultura del conflitto inteso come processo e non come evento, articolato secondo i tre vertici A-B-C (Galtung), degli atteggiamenti (versate interiore del conflitto), dei comportamenti (behaviour), delle contraddizioni (gli obiettivi contrastanti). In una simile prospettiva il conflitto è esplorato nel suo contesto e nella sua genesi, perché solo in questo modo e analizzandone gli sviluppi, è possibile individuare vie di soluzione costruttive e sostenibili per tutte le parti.

«[…] Dove c’è fumo c’è fuoco; se la violenza e la guerra sono il fumo, allora il conflitto è il fuoco, giù in basso, alla radice. […] L’obiettivo del buon giornalismo non è semplicemente riflettere il mondo, ma renderlo trasparente. L’obiettivo di un buon giornalista non è solo localizzare la pistola che ha sparato, ma rendere chiaro perché ha sparato» (p. 59) e in tal modo cercare di capire che cosa si potrebbe fare, quali prospettive di trasformazione nonviolenta del conflitto potrebbero esserci, e quali passi sarebbero necessari per realizzarle.

Ciò significa dunque non legittimare la violenza come unica soluzione, ma anzi, rendere visibile la «pace dentro la guerra», ovvero i tentativi di costruire percorsi di ascolto tra le parti, di collaborazione e di mediazione, capaci di ristabilire ponti di dialogo e di avviare processi di riconciliazione. Significa denunciare le atrocità commesse anche dalla propria parte e non solo dal «nemico», saper ascoltare la sofferenza di tutte le parti in conflitto, evitare la disumanizzazione dell’altro, dare voce a tutti e non solo alle élites… Raccontare anche i conflitti risolti, le guerre evitate, non solo quelle combattute. Far emergere la «pace positiva» come nelle storie delle 1000 Peacewomen Across the Globe di cui parla Elissa Tivona, che contribuiscono a tessere una rete di compassione per raggiungere i soggetti più deboli e vulnerabili in ogni società.

Il giornalismo di pace solleva anche alcune questioni di fondo, significative per l’intero sistema massmediatico: come incide la struttura degli assetti proprietari sul messaggio trasmesso dai media, in un contesto dominato dai monopoli mediatici governativi o da oligopoli mediatici privati «che edificano la nostra immagine della realtà»? (p. 87)

«Se le fonti dei media sono dominate da un’unica struttura, la conoscenza pubblica su temi vitali mostrerà un’eccessiva omogeneità di opinioni e ridurrà la resilienza e la capacità di autoanalisi tipiche di una democrazia» (p. 88). Vi è abbastanza autonomia per mettere in pratica un giornalismo di pace? Il pluralismo strutturale nella proprietà e nel controllo dei media è condizione essenziale per lo sviluppo del giornalismo di pace.

Come regolamentare il mercato in modo che l’universo mediatico non sia dominato dall’assalto della «cultura degli ascolti»?

Quale dovrebbe essere il ruolo dei media nei processi di costruzione e di mantenimento della pace?

Sono solo alcune delle questioni aperte da questo recente settore della ricerca per la pace, che ha individuato nel giornalismo un fertile campo di sperimentazione e di azione «al fine di contribuire ad approfondire, insieme, sul piano epistemologico e metodologico, le componenti che quotidianamente possono orientare la capacità collettiva a trarre dal conflitto opportunità di crescita, piuttosto che distruzione e asservimento» (p. 52), come scrive Silvia De Michelis nel suo saggio.

Un libro da leggere, da discutere, da utilizzare.

1 Tra questi: Galtung J., Reporting Conflict. New Directions in Peace Journalism, University of Queensland Press, St. Lucia, Queensland, 2010; Lynch J et al., Espanding Peace Journalism. Comparative and Critical Approaches, Sydney University Press, Sydney, 2010; Transcend Media Service Weekly Digest, Solutions-Oriented Peace Journalism, sul sito www.transcend.org, con articoli tradotti e disponibili sul sito www.serenoregis.org

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