Il mondo del petrolio nel caos | Michael Klare


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Del viaggio che avevo compiuto negli anni 1970 a El Paso, Texas, una cosa mi rimane in mente: il tempo meteorologico. No, non il tempo che c’era a El Paso, che è più o meno lo stesso per tutto l’anno, ma il tempo come veniva presentato alla televisione. Ricordo che la persona che presentava le notizie meteo iniziava sempre dal Golfo Persico, per poi percorrere rapidamente e con grande effetto tutto il pianeta (e le sue varie perturbazioni) per arrivare alla fine a El Paso, dove la situazione era – come prevedibile – calda e noiosa. Si è trattato forse del mio primo impatto con l’affascinante mondo delle previsioni meteo alla TV, che si potrebbero riassumere così: situazioni drammatiche – tempeste, inondazioni, siccità, incendi, case scoperchiate, sopravvissuti in lacrime, naufraghi – e nessun politico a sciupare il quadro. Solo Madre Natura, solo il Maltempo!

Quello che allora era un fenomeno curioso che si verificava nella trasmissione delle notizie in una sola città è diventata la prassi per tutte le notizie trasmesse dalle TV. A questo punto, chi non ha ascoltato infinite volte i giornalisti che commentavano situazioni meteo mentre combattevano contro venti sferzanti e piogge scroscianti, in attesa di un uragano in arrivo, mentre gridavano il loro commento e avanzavano, con stivaloni fino all’inguine (ormai indispensabile accessorio per i servizi sulle inondazioni), nelle acque che fino a poco prima erano strade di città?

C’è solo un problema: il cambiamento climatico minaccia di mandare all’aria la ricetta. Questo fenomeno ha reso più complicato trasmettere servizi sulle condizioni meteo, inserendo la componente umana della politica (cioè i combustibili fossili) là dove prima si trattava solo dello spaventoso potere distruttivo della natura e delle emozioni umane più immediate. Ma sempre più il brutto tempo può essere attribuito, almeno in parte, alle nostre combustioni senza sosta di combustibili fossili. Tuttavia, complessivamente gli annunci meteo forniti dalle TV continuano ad ignorare questa realtà, anche se è sempre più chiara la sua influenza sul tempo meteorologico. In un certo senso, è come se le notizie abbiano ormai incorporato il cambiamento climatico. Un piccolo indizio viene dal modo con cui la parola chiave ‘condizioni meteo estreme’ è diventato di uso comune nei notiziari che danno informazioni sul moltiplicarsi di alluvioni a Sudest, incendi nell’Ovest, tornadi nel Sud e lungo le Grandi Pianure. Condizioni ‘estreme’, in altre parole, ha conquistato un posto nella nostra consapevolezza, in gran misura spogliato dell’elemento cruciale responsabile di questa ‘condizione estrema’: la crescente quantità di gas a effetto serra che l’umanità sta scaricando come spazzatura nell’atmosfera.

Un caso a questo proposito: l’impressionante incendio1 che continua a devastare i depositi di sabbie bituminose nella regione dell’ Alberta, in Canada, dopo che un inverno e un inizio di primavera sgradevolmente caldi e secchi hanno ridotto le foreste locali a poco più che sterpaglie (in un mondo in cui gli incendi stagionali si stanno estendendo e intensificando globalmente).

Se si tiene presente che le industrie che si occupano dell’estrazione del materiali carboniosi dalle sabbie bituminose hanno visto i loro depositi minacciati, i loro campi di lavoro incineriti, la città di Fort McMurray – che fa da base operativa – devastata, e la trasformazione di decine di migliaia di cittadini in rifugiati climatici, pensereste che nei telegiornali ci sarebbe stato qualche approfondimento sul cambiamento climatico.

Niente di tutto ciò, anche se la vastità e la gravità degli incendi costituissero davvero delle notizie importanti. Ci sono state naturalmente alcune eccezioni, soprattutto sui giornali stampati. Tra gli altri, la nostra più acuta giornalista ambientale, Elizabeth Kolbert del New Yorker, ha segnalato fin dall’inizio la relazione con il cambiamento climatico2, e lostesso ha fatto Justin Gillis del New York Times, con una storia in prima pagina 3. Per il resto, fino ad oggi gli eventi meteorologici estremi rimangono il fanalino di coda nei servizi meteo delle TV. Proprio come succedeva a El Paso quarant’anni fa.

La situazione disperata dei Petro-Stati. Con un modello aziendale ormai superato, le economie basate sul petrolio si buttano verso l’ignoto.

Fanno pena, poveri petro-stati. Un tempo erano così ricchi, grazie alle vendite di petrolio, che potevano finanziare guerre, mega-progetti, e simultaneamente programmi sociali a casa propria. E adesso sono afflitti da conflitti interni o si trovano sull’orlo del collasso, mentre il prezzo del petrolio rimane disastrosamente basso. A differenza di altri paesi, che finanziano i loro governi soprattutto con le tasse, i petro-stati possono far conto solo sulle rendite del petrolio e del gas naturale. La Russia, per esempio, ottiene circa il 50% degli introiti in questo modo; la Nigeria il 60%, e l’Arabia Saudita addirittura il 90%. Quando il prezzo del petrolio era di di 100 o più dollari al barile questi paesi potevano finanziare progetti governativi sontuosi e offrire assistenza sociale, assicurandosi così un vasto sostegno popolare. Ora, con il petrolio sceso stabilmente a meno di 50$ al barile, si vedono costretti a contenere la spesa pubblica e a fronteggiare un crescente malcontento locale, che si può trasformare in aperta rivolta.

Al picco delle loro fortune i petro-stati hanno giocato un ruolo esagerato negli affari mondiali. Si valuta che i membri dell’OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countrie) abbiano guadagnato, nel 2013, 821 miliardi di $ solo dalle esportazioni petrolifere. Grazie a questo flusso di denaro hanno potuto esercitare una forte influenza su altri paesi, attraverso una varietà di operazioni di aiuto e di appoggi clientelari. Il Venezuela, per esempio, ha cercato di contrastare l’influenza degli USA in America Latua attraverso la sua Alleanza Bolivariana (ALBA4: Bolivarian Alliance for the Peoples of Our America), una rete cooperativa di governi per lo più di sinistra. L’ Arabia Saudita ha esteso la sua influenza in tutto il mondo islamico, in parte finanziando gli sforzi dell’ala religiosa ultra-conservatrice Wahabita per istituire scuole religiose (madrase) in tutte le regioni islamiche. La Russia, sotto Vladimir Putin, ha usato la prodigiosa ricchezza ottenuta con il petrolio per ricostruire ed equipaggiare l’apparato militare, che si era in gran misura disintegrato dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Membri meno importanti del club dei petro-stati, come l’Angola, l’Azerbaijan, e il Kazakhstan, si abituarono a regolari visite servili di presidenti e primi ministri di paesi importatori di petrolio.

Ora le cose sono cambiate. Questi paesi contano ancora, ma quello che peroccupa i loro governi è la crescente violenza della società, se non addirittura il collasso sociale. Per il Venezuela, per esempio, che è stato a lungo un fiero nemico della politica degli Stati Uniti in America Latina, si profila il rischio di una sanguinosa guerra civile5 tra i sostenitori e gli oppositori dell’attuale governo. Situazioni analoghe si stanno verificando in altri paesi petroliferi, come l’Algeria e laNigeria, in cui è sempre alto il rischio di una ulteriore escalation di violenza terrorista alimentata dal caos. Venezuela e Irak sono già sull’orlo del collasso. Russia e Arabia Saudita saranno costrette a trasformare i loro piani economici se vogliono evitare esiti analoghi. Tutti comunque stanno già soffrendo per le strette economiche6 che mettono sotto pressione i leaders stimolandoli a modificare la situazione, oppure ad affrontare le conseguenze.

Un modello obsoleto di business

I petro-stati sono differenti dagli altri paesi, perché i destini dei loro governi sono strettamente intrecciati con i cicli altalenanti7 dell’economia internazionale del petrolio. Le sfide che devono affrontare dipendono dagli stretti e innaturali legami8 che si sono intrecciati tra i leaders politici e i dirigenti dei loro stati – rispettivamente produttori o utilizzatori di risorse petrolifere – e le industrie petrolifere stesse. Nel corso degli anni i governanti hanno sistemato i loro più stretti alleati o addirittura i loro familiari in posizioni chiavi del settore industriale, assicurandosi in tal modo una continuità di controllo, e in molti casi la possibilità di arricchirsi personalmente. In Russia, per esempio, la gestione di Gazprom, la compagnia del gas naturale controllata dallo stato, e quella di Rosneft, l’analoga compagnia di stato per il petrolio, sono praticamente indistinguibili9 dalla leadership del Cremlino: entrambi i gruppi fanno riferimento diretto al Presidente Putin. Una situazione analoga si verifica in Venezuela, dove il governo detiene lo stretto controllo della compagnia di stato Petróleos de Venezuela, S.A. (PdVSA), e in Arabia Saudita, dove la famiglia reale controlla le operazioni della compagnia statale Saudi Aramco.

Nel 2016, tuttavia, una cosa è diventata finalmente chiara: il modello di business utilizzato da queste compagnie di stato è ormai in pezzi. Non tiene più il presupposto di base che sta dietro a tutte le loro operazioni: quello cioè che la domanda globale di petrolio continui a superare l’offerta, assicurando in tal modo alti prezzi per il futuro. Si sta invece verificando il contrario, che è un incubo per i petro-stati: è l’offerta che abbonda, non la domanda, lasciando il mercato inondato dai combustibili fossili.

La maggior parte degli analisti, compresi quelli del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ora credono10 che gli aumenti dell’efficienza energetica, la diffusione di fonti alternative (soprattutto solare ed eolica), il rallentamento della crescita economica in tutto il mondo, e le preoccupazioni sul cambiamento climatico continueranno a frenare la domanda di combustibili fossili nei prossimi anni. Nel frattempo l’industria petrolifera – ormai dotata di tecniche estrattive molto avanzate – continuerà ad aumentare la disponibilità. Questa è una strategia per mantenere bassi i prezzi. Sono sempre più numerosi gli analisti convinti che la domanda raggiungerà tra non molto un picco11, per iniziare poi una lunga fase di declino, assicurando che grandi riserve di petrolio restino sotto terra. Per i petro-stati questo cambiamento di scenario implica sofferenze e difficoltà persistenti, se non trovano un nuovo modello di relazioni politico-commerciali basato su un prezzo stabilmente basso del petrolio.

Questi stati presentano volontà e capacità diverse a rispondere in modo efficace alla nuova realtà. Alcune sono troppo compromesse con il modello esistente (e con il sistema di leadership associato) da prendere in considerazione cambiamenti significativi; altre, che pure stanno prendendo coscienza della necessità di agire, trovano ostacoli strutturali quasi insuperabili; un terzo gruppo, riconoscendo la necessità disperata di cambiare, sta tentando di mettere in atto una revisione totale della propria economia petrolifera. Nelle scorse settimane sono emersi nelle cronache esempi dei tre tipi: rispettivamente il Venezuela, la Nigeria e l’Arabia Saudita.

Il Venezuela: una nazione sull’orlo del baratro

Il Venezuela sostiene di avere le più vaste riserve documentate di petrolio, circa 298 miliardi di barili12. Nei decenni passati lo sfruttamento di questo enorme patrimonio di combustibili fossili ha assicurato una incredibile ricchezza alle compagnie straniere e alle élites venezuelane. Tuttavia, dopo aver assunto la presidenza nel 1999, Hugo Chávez cercò di indirizzare la maggior parte di questa ricchezza verso le fasce più povere e verso i lavoratori , obbligando le firme straniere a entrare in partenariato con la compagnia statale PdVSA, e ri-orientando i profitti della compagnia verso programmi di spesa gestiti dal governo. Miliardi di dollari furono destinati a sollevare le condizioni dei più poveri, e riuscirono a togliere milioni di venezuelani dalla povertà13. Nel 2002, quando i dirigenti ‘storici’ della compagnia si ribellarono contro queste scelte, Chávez semplicemente li rimpiazzò con rappresentanti del suo partito, che condividevano le sue scelte, e l’orientamento dei fondi verso i programmi sociali continuò.

Sulla scia della cacciata di quei manager, la produzione di petrolio del paese ha cominciato a declinare. Finché i prezzi superavano i 100 $ per barile la situazione non si modificò molto: il denaro continuò ad affluire nelle casse del governo e le missioni di sostegno ai poveri proseguirono.   Tuttavia Chavez non si era preoccupato di creare dei fondi appositi per i momenti difficili, né di investire in attività industriali diverse, che avrebbero potuto fornire degli introiti che non dipendessero dal petrolio.

Così, quando i prezzi cominciarono a calare nell’autunno del 2014, il successore di Chavez, Nicolás Maduro, si trovò di fronte a una triplice calamità: diminuiti introiti per i servizi sociali, scarse riserve, e nessuna fonte alternativa di reddito. Non sorprende che – con il diffondersi del processo di impoverimento – molti dei sostenitori di Chavez abbiano perso fiducia nel governo, e abbiano votato alle elezioni di dicembre per i candidati dell’ opposizione14.

Oggi il Venezuela è una nazione che vive in uno ‘stato di emergenza’ ufficialmente dichiarato, è sede di rivolte popolari per il cibo15 ed è prossimo al collasso16. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale l’economia ha subìto una contrazione del 5,7% nel 201517, e ci si aspetta la riduzione di un ulteriore 8% quest’anno: più di ogni altro paese al mondo. L’inflazione è fuori controllo, disoccupazione e crimini sono in crescita, e i pochi risparmi che il Venezuela aveva messo da parte sono quasi tutti spesi. Solo la Cina si è dimostrata disponibile a fare un prestito perché possa sanare i debiti. Se Pechino decide di tirarsi indietro18 nel caso in cui i prossimi rimborsi non siano onorati, il paese potrebbe fare fallimento. I leaders dell’opposizione nell’Assemblea Nazionale19 cercano di cacciare Maduro e di promuovere varie riforme, ma il governo sta utilizzando la propria capacità di controllo dei tribunali per impedire questi sforzi, e la nazione resta in uno stato di paralisi.

La Nigeria: un disordine perenne

La Nigeria possiede20 le più estese riserve di petrolio e di gas naturale dell’Africa sub-sahariana. Lo sfruttamento di queste riserve ha consentito per lungo tempo di accumulare enormi profitti a compagnie straniere, come Royal Dutch Shell e Chevron, e ad alcune élites nigeriane.  Ben poca di questa ricchezza, tuttavia, ha raggiunto gli abitanti della regione del delta del Niger, dove viene estratta la maggior parte di questi prodotti. Da molto tempo è presente nella regione del Delta una forte opposizione al governo centrale, che ha sede nella capitale Abuja (dove fluisce la ricchezza dei proventi petroliferi), e ci sono stati numerosi episodi di violenza. Le amministrazioni federali che si sono succedute nel tempo hanno sempre promesso una più equa distribuzione dei fondi, ma ciò finora non è avvenuto. Dal 2006 al 2009 la Nigeria è stata devastata da insurrezioni guidate dal Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Movement for the Emancipation of the Niger Delta), un gruppo21 che si batte per reindirizzare i proventi della vendita di prodotti petroliferi verso le aree meridionali della Nigeria, impoverite. Nel 2009, quando il Presidente Umaru Musa Yar’Adua concesse l’amnistia ai militanti e offrì dei pagamenti mensili, questo movimento insurrezionale si spense. Il suo successore, Goodluck Jonathan, che proviene dal sud, ha promesso di rispettare l’amnistia e di destinare maggiori fondi alla regione.

Per un certo tempo gli elevati prezzi del petrolio consentirono a sia al Presidente Jonathan di mantenere le sue promesse, sia alle élites di Abuja di continuare a intascare una buona percentuale degli incassi. Ma quando il prezzo del petrolio precipitò, la situazione divenne molto difficile. Grazie a una corruzione dilagante22 molti si rivoltarono contro il governo, alimentando il fenomeno di reclutamento nelle file di Boko Haram, il movimento terrorista che stava crescendoi nel nord del Paese. Il denaro destinato alle paghe dei soldati nigeriani sparì nelle tasche delle élites militari, ostacolando gli sforzi per sconfiggere gli insorti. Nelle elezioni nazionali tenute un anno fa al posto di Jonathan è stato eletto Muhammadu Buhari23, un ex-generale che aveva giurato di spazzar via la corruzione, favorire la ripresa dell’economia, e sconfiggere Boko Haram.

Da quando ha iniziato a governare, Buhari ha dimostrato una buona conoscenza della debolezza strutturale della Nigeria, e specialmente della sua eccessiva dipendenza dal denaro proveniente dal petrolio, e si è dimostrato determinato a superare questi ostacoli. Come aveva promesso, ha messo in atto una seria repressione sulle forme di corruzione che sono abituali nel petro-stati, liberandosi dei funzionari accusati di evidenti furti. Contemporaneamente ha aumentato la pressione militare contro Boko Haram, ed è riuscito per la prima volta a mettere un freno alle attività brutali di questo gruppo. E – cosa essenziale – ha annunciato dei piani di diversificazione dell’economia24, nei quali viene data maggiore enfasi all’agricoltura e alle industrie non petrolifere: se sviluppati seriamente, questi progetti potrebbero ridurre la disastrosa dipendenza del paese dal petrolio.

Esaminando a freddo la situazione, tuttavia, bisogna ammettere che il paese in questa fase ha ancora un gran bisogno dei proventi del petrolio, che rappresentano la quota più grande dei suoi introiti. Questo significa che – in questa situazione in cui il prezzo del petrolio è basso – ci sono meno soldi per combattere Boko Haram, per fornire servizi sociali, per investire in nuove attività industriali. Inoltre Buhari è stato accusato di prendere di mira soprattutto i rappresentanti del sud, nella sua lotta contro la corruzione25, alimentando non solo lo scontento della regione del Delta, ma favorendo la nascita di un nuovo gruppo militante– the Niger Delta Avengers – che costituisce una minaccia alla produzione petrolifera. Il 4 maggio gli Avengers hanno attaccato una piattaforma offshore26 gestita da Chevron e dalla Nigerian National Petroleum Corporation, e hanno obbligato le compagnie a interrompere la produzione, che era di circa 90.000 barili al giorno. A ciò si aggiunge che – in seguito ad altri attacchi alle infrastrutture – sono previste perdite di circa un miliardo di $ nel solo mese di maggio. Se non si riesce a provvedere in tempo alle riparazioni, nel mese di giugno si rischia di andare incontro a una perdita analoga. La Nigeria rimane dunque una nazione sull’orlo del precipizio, con il rischio di un impoverimento devastante, e con poche alternative davvero valide.

L’Arabia Saudita: alla ricerca di una nuova visione

L’Arabia Saudita occupa il secondo posto nel mondo tra i paesi che possiedono riserve di petrolio27, ed è il primo produttore, con la straordinaria quantità di 10,2 milioni di barili al giorno pompati dal sottosuolo. All’inizio queste riserve energetiche erano di proprietà di un consorzio di compagnie americane che operavano sotto l’etichetta di Arabian-American Oil Company (Aramco)28. Nel 1970 Aramco venne nazionalizzata ed è ora di proprietà dello stato – vale a dire della monarchia saudita. Attualmente è la compagnia più ricca del mondo, con un bilancio stimato di 10.000 miliardi di $29 (10 volte più della Apple), una fonte di ricchezza quasi inimmaginabile per la famiglia reale saudita.

Per decine di anni la leadership del paese ha perseguito un chiaro piano politico – economico30: vendere la maggior quantità possibile di petrolio e usarne i proventi per arricchire i numerosi principi e principesse del regno; offrire al resto della popolazione generosi servizi sociali, evitando così manifestazioni popolari come quelle della “primavera araba”; finanziare l’ala religiosa untra-conservatrice Wahabita, per assicurarsi lealtà al regime; sostenere finanziariamente stati con idee simili nella regione; mettere da parte soldi per i periodi neri in cui il prezzo del petrolio sarebbe sceso.

I leaders Sauditi hanno di recente riconosciuto che questa strategia non è più sostenibile. Nel 2016, per la prima volta, si è verificato un deficit nel bilancio, e la monarchia ha dovuto ridurre31 i sussidi e i servizi sociali che in precedenza offriva al suo popolo. A differenza dai Venezuelani e dai Nigeriani, i reali Sauditi avevano messo da parte abbastanza soldi in un fondo che serviva per far fronte alle spese per almeno due anni. Ma queste riserve si stanno consumando con incredibile velocità, in parte per finanziare una guerra32 inutile e brutale nello Yemen. Arriverà il momento in cui sarà necessario tagliare drasticamente le spese governative. Dato che la maggior parte della popolazione (il 70%) ha un’età inferiore a trent’anni, e dato che il paese è ormai da molto tempo abituato a dipendere dai sussidi governativi, questo cambiamento di scenario potrebbe – secondo molti analisti – portare a diffusi disordini sociali.

Storicamente i leaders Sauditi sono stati lenti ad avviare cambiamenti. Ma di recente la famiglia reale – contrariamente alle aspettative – ha intrapreso passi radicali per preparare il paese alla transizione verso un’economia ‘post-petrolifera’. Il 25 aprile scorso il potente vice Principe Ereditario, Mohammed bin Salman, ha presentato al “Visione Saudita per il 2030”33, una traccia per una diversificazione e modernizzazione dell’assetto economico del regno. Il Principle Mohammed ha anche comunicato che il paese ben presto inizierà a vendere azioni pubbliche34 della Aramco, con l’intenzione di raccogliere grandi quantità di denaro per avviare investimenti in industrie non petrolifere.

Il 7 maggio scorso la monarchia ha improvvisamente licenziato35 Ali al-Naimi, che a lungo era stato ministro delle attività petrolifere, per sostituirlo con il capo della compagnia Saudi Aramco, Khalid al-Falih, considerato più accondiscendente e remissivo nei confronti del Principe Mohammed. Il titolo con cui Falih è stato designato è quello di ministro per l’energia, industria e risorse minerarie: un indizio, per alcuni, della determinazione con cui la monarchia intende liberarsi dalla dipendenza esclusiva dal petrolio come fonte di entrate. Si tratta di una mossa senza precedenti, per cui non c’è modo di prevedere se i reali sauditi saranno davvero in grado di concretizzare la ‘Visione 2030’, né se prenderanno davvero le distanze dall’attuale dipendenza dal petrolio. Restano molti ostacoli, inclusa la possibilità che altri membri della famiglia reale, ingelositi, si sbarazzino del Principe Mohammed (e della sua visione) quando suo padre, il re Salman, ora ottantenne, uscirà dalla scena. Comunque le rilevanti affermazioni fatte dal Principe sulla necessità di diversificare l’economia del regno mettono in evidenza che persino l’Arabia Saudita – il petro-stato per eccellenza – riconosce che è ormai necessario crearsi una nuova identità.

La posta in gioco per tutti noi

Anche se non viviamo in un petro-stato, questo non vuol dire che non abbiamo un ruolo nell’evoluzione di questa forma politica così unica e particolare. Almeno dai tempi della crisi petrolifera del 1973, quando i membri arabi dell’OPEC annunciarono il boicottaggio contro gli Stati Uniti per il suo coinvolgimento nella guerra del Kippur, questi paesi hanno svolto un ruolo sovradimensionato sullo scacchiere mondiale, distorcendo le relazioni internazionali e – nel Medio Oriente esteso – coinvolgendo se stessi e le proprie ricchezze finanziarie in una serie successiva di conflitti, dalla guerra Iran-Iraq dal 1980 al 1988, fino alle guerre odierne in Yemen e in Siria. Il supporto e il finanziamento fornito alle cause preferite – da quello offerto al Wahabismo e ai gruppi jihadisti (Arabia Saudita), alle scelte anti-occidentali (Russia), o alla sopravvivenza del regime di Assad in Siria (Iran) — hanno provocato disordine e miseria su aree estese. Non sarà una tragedia se la mancanza di fondi obbligherà questi stati a porre fine a sforzi del genere. Ma dato che i combustibili fossili resteranno al centro della scena mondiale ancora per un secolo o più, è plausibile che il caos che potrebbe dilagare in questi paesi ricchi di petrolio in conseguenza dello squilibrio tra grande disponibilità e bassi prezzi crei, di per sé, imprevedibili nuovi incubi. I peggiori incubi si nascondono nell’incapacità degli stati produttori e degli stati consumatori di petrolio di liberarsi con sufficiente rapidità dai combustibili fossili. Guardando al futuro, la fine dei petro-stati, così come li abbiamo conosciuti, potrebbe avere un impatto profondo nella lotta per evitare un cambiamento climatico catastrofico. Sebbene questi stati non siano direttamente responsabili dell’attuale combustione di prodotti petroliferi – questa è una responsabilità che devono assumersi i paesi importatori – il loro ruolo chiave nell’alimentare l’economia petrolifera mondiale li ha resi ampiamente resistenti agli sforzi per ridurre le emissioni di CO2. Mentre questi paesi cercano di rivedere il loro modello di sviluppo basato sul petrolio, per scongiurare il rischio di collassare sotto il peso dei suoi fallimenti, noi possiamo solo sperare che le vie che intraprenderanno li porteranno a ridurre significativamente la loro dipendenza dall’esportazione di petrolio, e a sviluppare maggiore determinazione a chiudere l’era dei combustibili fossili, diminuendo così il loro contributo al disastro climatico.


Tomogram: Michael Klare, The Oil World in Chaos
Posted by Michael Klare at 7:51am, May 26, 2016.
Traduzione e adattamento di Elena Camino per il Centro Studi Sereno Regis

Michael T. Klare, un corrispondente di TomDispatch , è professore di studi sulla pace e sulla sicurezza mondiale presso l’ Hampshire College. Ha pubblicato di recente The Race for What’s Left36.


4 https://en.wikipedia.org/wiki/ALBA

5 http://www.ft.com/cms/s/697f928a-fa77-11e5-8f41-df5bda8beb40,Authorised=false.html?siteedition=uk&_i_location=http%3A%2F%2Fwww.ft.com%2Fcms%2Fs%2F0%2F697f928a-fa77-11e5-8f41-df5bda8beb40.html%3Fsiteedition%3Duk&_i_referer=&classification=conditional_standard&iab=barrier-app#axzz4B0RGhCSQ

6 https://www.theguardian.com/business/2015/dec/30/oil-iran-saudi-arabia-russia-venezuela-nigeria-libya

7 https://www.amazon.com/Paradox-Plenty-Petro-States-International-Political/dp/0520207726/189-0081888-5117749?ie=UTF8&*Version*=1&*entries*=0

8 https://www.amazon.com/Oil-Curse-Petroleum-Development-Nations/dp/0691159637?ie=UTF8&ref_=nosim&tag=tomdispatch-20

10 http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2016/01/

11 http://www.tomdispatch.com/blog/176134/

13 https://en.wikipedia.org/wiki/Bolivarian_missions

15 https://www.theguardian.com/world/2016/may/20/venezuela-breaking-point-food-shortages-protests-maduro

16 http://time.com/4342329/venezuela-economic-collapse-nicolas-maduro/

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