Terre Alte. Il libro della montagna | Recensione di Laura Operti


cop_terre-alte-libroCarlo Grande, Terre Alte. Il libro della montagna, Ponte alle Grazie, un marchio Salani, Milano 20162, pp. 224, € 13,90

Terre Alte. Il libro della montagna, è il titolo dell’opera di Carlo Grande, scrittore, giornalista de «La Stampa», collaboratore di varie testate.

Per quel che scrive con profondità, incisività e insieme leggerezza, l’autore ha fissato nelle pagine di questo libro il suo grande amore e rispetto per la montagna.

I risvolti spirituali, psicologici, filosofici, letterari, antropologici che avvolgono le sue pagine sono così numerosi che fanno della montagna qualcosa che va infinitamente oltre un insieme di sassi, pietre e di altre componenti fisiche. La montagna, per chi come Carlo dà prova di conoscerla e di «comprenderla» molto bene, è un’entità possente che affianca l’uomo che la osserva, l’avvicina, la percorre, ne scala le vette. È un’alterità al nostro fianco. Senza che mai si oscuri o si dimentichi la minaccia che a volte essa rappresenta, insieme alla pace che ispira.

Il libro è diviso in capitoli ciascuno dei quali porta un nome: Visioni, Colline, Salire, Valli, Sentieri, Nuvole, Acqua, Animali, Foresta, Bivacchi, Pietraie, Passi, Vetta, Scendere. Già la scelta di osservare la montagna. da questi profili che sembrano un tutt’uno e invece sono ricchi di diversità, indica il desiderio di entrare nei dettagli e nei pensieri molteplici che ciascuna parte della montagna ispira.

Il punto di partenza lo troviamo nel Prologo:

«La montagna, in tempi di carestia fisica (di aria, di acqua, di terra) e spirituale (etica ed estetica), è una delle ultime risorse per salvare il pianeta e le speranze dell’uomo. Frequentare la natura e le terre alte è un modo fondamentale per ritrovare dignità, poesia, contemplazione, senso dell’eroismo. Ciò che di buono insomma, si agita di tanto in tanto nel nostro animo», p. 10.

E, più avanti:

«La valle è cassa armonica rocciosa, palcoscenico di esperienza, scrigno di storie, asilo di persone, madre dei montanari, loro destino e nostalgia perenne. È metafora della vita: il picco è l’esigenza di chiarezza spirituale, la capacità di elevarsi sopra il caos; la valle è l’attività: la valle è l’attività umida e magmatica dell’Anima. Valle e vetta si specchiano, si completano, si integrano. Simmetriche, l’una non può esistere senza l’altra. Senza la valle lo spirito si perderebbe in una sublimazione senza corpo, senza la vetta la psiche vagherebbe in un caos di significati», pp. 70-1.

Nel libro si parla di molte montagne del mondo, sempre seguendo questo filo conduttore di ciò che esse inducono nell’uomo che le ama e le frequenta. Si passa quindi dalla «piramide perfetta» del Monviso, su cui si torna in più pagine, alla catena dell’Himalaya che «dall’oblò di un aereo non finisce mai» (anch’io ho provato questa esperienza), alle montagne del Nepal, del Ladakh, per addentrarsi poi nelle nostre valli e colline del Monferrato, «un tempo desolate e aspre», delle Langhe raccontate da Pavese e Fenoglio, del Roero, della Toscana, dell’Umbria, delle Marche. E poi al Monte Bego con la sua arte rupestre, alla Val Varaita, la Val Chisone, il Musinè, lo Chaberton, la Val Grana in fondo alla quale c’è il villaggio di Castelmagno, e Macugnaga ai piedi del Monte Rosa.

Dunque si parla di luoghi vicini e di luoghi molto lontani dall’altra parte della Terra. Ma lo sguardo dell’autore è lo stesso, quasi metafisico. Infatti troviamo scritto a pagina 69:

«La valle più metafisica e letteraria che io conosca è la valle californiana vicina a Monterey, raccontata da John Steinbeck in I pascoli del cielo: si stende entro un anello di colline che la protegge dalla nebbia e dai venti; è disseminata di querce, coperta di verde pastura. Formicola di cervi […]».

Molti gli autori citati per qualche riferimento nelle loro opere alla montagna e alle valli: Dostoevskij, Henry David Thoreau, Thomas Mann e ancora l’antropologo James Clifford, lo scrittore di montagna Enrico Camanni, Reinhold Messner, Tiziano Terzani e, come un soffio che viene dalla nuvola più alta, Simon Weil, Mozart. E altri.

Per questo il libro è molto coinvolgente, da più punti di vista. E, come volesse anche offrirci la morale della storia, troviamo scritto «La montagna, come la parola, è una zattera contro il caos», p. 214.

Così si chiude, dopo aver iniziato con queste parole: «Solo a certe altezze e in certe profondità troviamo l’evasione dalla noia e dal torpore […] per questo vogliamo elevarci e scendere in noi stessi, in cerca dei nostri sentieri, delle nostre valli, dei valichi e delle pietraie interiori. A causa della terribile nostalgia di una luce più nitida, di suoni più ricchi e di una mente sgombra, per vivere il momento nel quale i sensi vengono invasi dall’assoluta potenza della vita», pp. 22-3.

In memoria di Nanni Salio che amava le montagne

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