Incontro con il nuovo volto del crescente movimento israeliano per l’obiezione di coscienza | Mariam Elba


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Yasmin Yablonko e Khaled Farrag durante il loro intervento alla Brown University in aprile. (Facebook / AFSC)

Gli obiettori di coscienza al servizio militare in Israele sono un gruppo piccolo, ma in crescita, all’interno di una società sempre più di destra e militarizzata. Lo scorso aprile, alcuni giovani obiettori hanno visitato 12 città negli USA per un ciclo di conferenze sponsorizzate da American Friends Service Committee (AFSC) e da Refuser Solidarity Network.

Il 27 aprile, dopo un evento organizzato a New York dalla sezione di Jewish Voice for Peace del Columbia/Barnard College, ho parlato con gli obiettori Yasmin Yablonko e Khaled Farrag, ognuno dei quali gestisce un gruppo d’aiuto per obiettori di coscienza. Mentre Yablonko è a capo di Mesarvot, gruppo fondato da poco, che fornisce sostegno sociale e psicologico per chi decide di obiettare, Farrag guida Urfod (“rifiuto” in arabo), che aiuta specificamente i membri della comunità drusa che rifiutano il servizio militare israeliano. La comunità drusa si trova in una posizione singolare, perché dal 1956 sono gli unici palestinesi a cui sia stato imposto il servizio militare.

Ha partecipato all’incontro anche la compagna di obiezione Sahar Vardi, che ha già scontato tre condanne al carcere per il suo rifiuto della coscrizione e che ora lavora come coordinatrice del programma AFSC per Israele. La conversazione ha toccato argomenti come i pericoli di essere un obiettore di coscienza, il modo in cui il movimento si sta adattando alla spinta verso destra di Israele e le loro speranze di pace.

Che cosa ti ha spinto a decidere di rifiutare il servizio militare obbligatorio?

Yablonko: Provengo da una famiglia di sinistra, molto radicale e anti-sionista. Mia madre è drusa, come Khaled, e mio padre è ebreo, ma anti-sionista e anch’egli obiettore di coscienza. Non ho ragioni per essere sionista. Sapevo solo che non volevo fare il militare. Non frequentai una scuola superiore normale, e c’erano molte pressioni per andare a fare il militare. Così, non dichiarai pubblicamente la mia obiezione. Parlai ad uno psicologo e me ne andai.

Farrag: La mia storia non è molto diversa. Provengo da una famiglia politicamente impegnata a sinistra. Sono cresciuto sapendo che avrei obiettato. Perciò avevo il sostegno della famiglia. Non vivevo a casa, quindi non ho sperimentato una reazione sociale alla mia obiezione da parte delle persone nel villaggio, ma devi comunque affrontare un’opposizione generale.

Vardi: Sono cresciuto in una classica famiglia sionista di sinistra, quindi sapevamo di essere contro l’occupazione. Non avevamo idea di che cosa fosse l’occupazione. Durante la seconda intifada, essa divenne un po’ più importante per la nostra vita. Stavano succedendo delle cose. Gli autobus venivano fatti esplodere, e nel mio ambiente ristretto c’era una specie di sensazione che occorreva reagire un po’ al concetto di occupazione. Mio padre fu invitato a piantare olivi in un piccolo villaggio fuori Gerusalemme, e portò con sé i due figli. Fu la mia prima volta in un villaggio palestinese. Vidi la realtà della vita quotidiana, mi resi conto che noi potevamo andare nel villaggio, ma i palestinesi che vi abitavano – letteralmente a un quarto d’ora da casa mia – non potevano attraversare. Stavano costruendo il muro a quel tempo. Ci chiedemmo: “Che cosa vorrà dire per la loro vita, ad esempio non poter far visita agli amici?”

Così, la comprensione di queste differenti realtà fece iniziare in me un processo di radicalizzazione. Questo mi portò a dedicare la maggior parte della mia adolescenza a numerose proteste contro il muro. Andavi a protestare e, prima ancora che tu potessi avvicinarti al muro, i soldati ti sparavano ed i palestinesi ti tiravano in casa, offrendoti riparo. Venire da una società che ti insegna che i soldati ti proteggono e i palestinesi ti fanno del male, e poi veder accadere l’esatto contrario – questo frantuma molte delle dicotomie a cui siamo abituati. Questa fu l’esperienza per cui decisi che non sarei andato un giorno a protestare per essere il giorno dopo il soldato che spara ai dimostranti.

Puoi guidarmi nel cammino tipico che attende chi rifiuta il servizio militare obbligatorio?

Farrag: L’esercito non riconosce l’obiezione. Così, quando obietti, sei trattato come un soldato che disubbidisce a un ordine. Se insisti nell’obiezione, ti metteranno in prigione, e, quando sarà scaduto il termine, probabilmente ti rimanderanno a casa per un week end. Quando rientrerai, dovrai obiettare di nuovo, e così via. In passato, tutto ciò di solito durava un paio d’anni, ora pochi mesi, fino a quando l’esercito – che non ha bisogno di “manodopera”, è più una questione di principio – rinuncia e decide che sei incompatibile con il servizio militare. Puoi anche seguire una via più facile e chiedere di essere visitato da uno psicologo. Devi dimostrargli che non sei mentalmente adatto per il servizio militare.

Vardi: Questo avviene supponendo che tu ti presenti alla data della chiamata. Chi è meno consapevole delle conseguenze non si presenta nemmeno. Allora, legalmente diventa un disertore, che è un reato, per un certo periodo di tempo. La polizia militare fa delle retate per trovare i disertori. Anche la polizia civile, se ti ferma e controlla i documenti, può arrestarti. Questo è un procedimento molto più severo: se ti prendono, vai diritto in prigione.

Come è cambiato il movimento degli obiettori di coscienza in Israele, alla luce della recente avanzata della destra e dell’invasione di Gaza nel 2014? Quali sviluppi avete visto nel movimento da allora?

Yablonko: Ci furono molte campagne a causa della guerra di Gaza. Molti diversi gruppi e movimenti di obiezione iniziarono a lavorare e in diversi settori: riservisti, servizio a terra, e anche persone che cercavano di uscire dalle forze armate perché non volevano combattere per quella guerra specifica. Fu qualcosa di molto interessante da osservare. In seguito a questa esperienza, fondammo la nostra rete [Mesarvot] per dare agli attivisti più spazio di lavoro, non solo sulla. guerra. Volevamo qualcosa che fosse più continuo e unire i nostri sforzi con molti gruppi diversi, che lavoravano separatamente. Ora, gli obiettori che aiutiamo vengono effettivamente da differenti retroterra e molte località diverse di Israele. Il volto dell’obiezione sta cambiando.

Farrag: La nostra organizzazione [Urfod] cominciò ad operare poco più di due anni fa, alla fine del 2013. Iniziammo raccogliendo un gruppo di attivisti, ex obiettori e drusi. Ma sapevamo che questa è una questione innanzitutto palestinese – non solo drusa. La comunità drusa e la popolazione palestinese sono isolate l’una dall’altra. Pensammo che ciò fosse sbagliato e perciò decidemmo di partire. Stiamo facendo campagne ormai da circa due anni. L’idea è che i drusi sono sempre stati palestinesi in Palestina e che dovrebbero ricollegarsi alla loro identità. Questo è l’obiettivo principale. Per raggiungerlo, per prima cosa dobbiamo sbarazzarci del servizio militare imposto ai maschi drusi adolescenti. Negli ultimi due anni, abbiamo anche assistito ad una sorta di risveglio nella comunità drusa, anche se non in grandi numeri. Il risveglio riguarda più la consapevolezza che i drusi compiono il loro dovere, ma ancora non godono appieno dei loro diritti. Sono discriminati, come qualsiasi altro palestinese in Israele. Devono affrontare il razzismo, come qualsiasi altro arabo. Per questo decidemmo di lavorare anche nella comunità drusa: per affermare che il servizio militare non solo rovina la nostra storia o la nostra identità, drusa o palestinese e araba, ma anche non ci dà alcun beneficio come comunità.

Così iniziammo a promuovere l’obiezione come primo passo e a fornire assistenza psicologica e legale per l’obiezione, cercando di incentivare alternative come borse di studio e così via. Dall’inizio dell’occupazione l’immagine dei drusi nella comunità palestinese è molto peggiorata, perché sono visti solo come soldati, quelli che li picchiano ai posti di blocco, e così via. Per questo abbiamo deciso che si tratta di una questione palestinese. L’altra parte del nostro lavoro è nelle comunità palestinesi in Cisgiordania e Gaza, nei campi profughi, per mostrare che non tutti i drusi vanno nell’esercito, che molti di essi continuano a considerarsi palestinesi e lavorano per i diritti e la liberazione secondo schemi palestinesi, e così via.

I vostri gruppi hanno stretto legami di collaborazione o di solidarietà per lavorare contro l’occupazione? Collaborate, in particolare, con i movimenti palestinesi per i diritti?

Farrag: Dal lato palestinese, è stato facile per noi, che ci dichiariamo palestinesi. In alcuni posti, vedere un tale movimento nella comunità drusa è sorprendente per i palestinesi, perché non sono consapevoli che nella comunità drusa ci siano impegno ed organizzazione politici radicali. Ci siamo impegnati con l’Autorità Palestinese, ed abbiamo ricevuto riconoscimenti da essa. Lo stesso vale per la sinistra radicale in Israele, anche se qui abbiamo lavorato meno. Abbiamo collaborato con la rete di Yasmin e con New Profile, che è un’organizzazione più antica e con molta esperienza nel sostenere gli obiettori. Ad esempio, abbiamo tradotto insieme in arabo il loro manuale, per renderlo accessibile alla comunità drusa. Praticamente, abbiamo ricevuto sostegno da tutti coloro da cui ci aspettavamo di averlo.

Yablonko: Molti nostri attivisti sono impegnati in attività di solidarietà con i palestinesi. Come gruppo, cerchiamo di stabilire la maggior parte dei nostri collegamenti nella società israeliana, perché lavoriamo sull’obiezione, e queste sono le persone che non faranno il servizio militare. Proprio ora, stiamo stabilendo contatti preliminari con gli ebrei ortodossi, che sono anti-sionisti. Questi gruppi non fanno il servizio militare e sono stati recentemente etichettati come molto problematici [dal governo israeliano] e sono stati demonizzati. Continuano ad essere talvolta imprigionati ed hanno i loro obiettori. Stiamo cercando di vedere che tipo di collegamenti possiamo stabilire con loro. Io sto cercando personalmente collegamenti in Israele con i capi del movimento Black Lives Matter-equivalent, che aiuta gli ebrei etiopici che soffrono della violenza della polizia e di discriminazione. Hanno portato avanti azioni contro la brutalità della polizia ed il sistema militare, come uno dei gruppi che soffrono della violenza da parte del governo.

Parlateci di alcune delle conseguenze sociali, professionali e personali del rifiuto di prestare il servizio militare in Israele. A che tipo di stigmi vanno incontro questi giovani obiettori?

Yablonko: Dipende molto dalla famiglia. Molte famiglie, pur non condividendo la decisione, sono ancora aperte e liberali e accettano il pensiero indipendente. Il sostegno familiare è molto importante perché devi affrontare molti altri ostacoli. Quando finisci la scuola superiore, tutti i tuoi amici vanno a fare il militare. Quando hai 17 o 18 anni, è molto difficile andare contro tutto ciò. È probabile che tu perda questi legami; la tua vita diventa diversa da quella di chiunque altro. C’è uno stigma sociale molto duro. In Israele si dice essere un “imboscato”, ed è molto negativo. Non solo sei considerato un egoista ed uno che abbandona la società ebraica, ma sei anche chiamato traditore e ti dicono che non proteggi il tuo popolo e la tua nazione.

Il sistema educativo perpetua quest’idea che non ci siano altri modi per essere un buon cittadino. I militari si fanno pubblicità, anche se il servizio è obbligatorio. Hanno degli annunci e dei video che mirano a farti vergognare se non fai il militare, dicendo che stai perdendo l’opportunità di fare esperienza e conoscenze e di ottenere borse di studio. Io, per esempio, non posso ottenere certe borse di studio ed altre facilitazioni, come case a minor prezzo, cose che, ovviamente, nemmeno i palestinesi ottengono. Inoltre, stare in prigione non è facile – è una prigione militare. È come un campo reclute, ma è comunque duro e se non hai il sostegno della tua famiglia è veramente pesante.

Ciò che osserviamo è che, se i genitori di qualcuno non approvano la scelta di obiettare, potrebbero minacciarlo di cacciarlo di casa, ma alla fine lo accettano, se vedono che fa sul serio. Questo è il caso più comune. È anche difficile trovare un lavoro. Anche se è illegale non assumere qualcuno perché non ha fatto il servizio militare o chiedergli perché non lo ha fatto, ti chiederanno comunque perché non è sul tuo CV. Non ti obbligheranno a dire la verità, ma, se non collabori, non otterrai quel posto. Dipende dal campo. Le conseguenze sociali per gli uomini sono molto più dure, perché, per provare che sei un vero uomo, devi essere un soldato di combattimento.

Farrag: il nostro movimento si confronta con delle conseguenza anche nella comunità drusa. Ma la specificità del nostro movimento è che mira proprio a coloro che non hanno un ambiente che li sostiene. Così, se obiettano, avranno il nostro sistema di sostegno.

Per esempio, un anno fa, c’era un obiettore con uno zio in polizia, il cui lavoro era ben noto nella comunità. Il giovane decise di obiettare pubblicamente e fu emarginato dalla sua famiglia. Dovette stare lontano dal villaggio, non solo da casa. Fu attaccato violentemente dagli amici, quando tornò a trovarli. Così, siamo molto attenti al fatto che le obiezioni siano pubbliche o meno. Non solo questo: una nostra attivista era fidanzata quando iniziammo la nostra campagna. Il suo fidanzato la sosteneva molto, anche se non era altrettanto radicale. Ma la famiglia del ragazzo non li appoggiò, e dovettero lasciarsi per questo. A volte ci sono conseguenze personali veramente dure.

Come sapete, la società e la politica israeliane si stanno spostando sempre più a destra, tuttavia la comunità internazionale sta mostrando un cambiamento nella sua percezione di Israele e della Palestina. Sta aumentando il sostegno a boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni, o BDS, e c’è una critica crescente all’occupazione e all’assedio di Gaza. Avete buone speranze circa il futuro del vostro attivismo per l’obiezione?

Farrag: Sulla base di questo di viaggio, direi che abbiamo speranze. A livello internazionale c’è una consapevolezza crescente, probabilmente più al livello dei popoli che a quello dei politici. Ad esempio, molte attività sono organizzate con l’aiuto della Jewish Voice for Peace. Sentiamo di questo da casa. E ciò ci dà speranza – la loro capacità di rendere più consapevole il resto del pubblico americano. A livello locale, in Israele, tutto è molto più estremizzato di prima, e sembra peggiorare col tempo. In meglio o in peggio, ci sarà presto una svolta.

Yablonko: Il governo, quando dice che le organizzazioni che incitano all’obiezione incitano anche alla distruzione di Israele, mette gli attivisti in una posizione molto pericolosa agli occhi del pubblico. Fa in modo che le nostre azioni sembrino molto più radicali di quanto siano, e in realtà ci aiuta ad attirare più attenzione. Complessivamente non è una buona cosa, però c’è anche un lato positivo. I tabù stanno diventando molto più stretti. Quando li infrangi, fai pensare qualcuno.

Vardi: Ci sono molte discussioni nella comunità internazionale degli attivisti se il movimento si debba focalizzare [su BDS]. Penso che questo sia stato molto d’aiuto in numerosi modi, ma c’è il rischio di rischiare il tutto per tutto. Occorre guardare ad altre forme di pressione. Per esempio, abbiamo lavorato con il Sen. Patrick Leahy per applicare ad Israele la Leahy Law (legge Lehay) [che proibirebbe l’assistenza militare americana a causa delle violazioni dei diritti umani commesse da Israele]. Ci sono molte altre possibilità di azione su questi argomenti, compresi, ovviamente, il sostegno a quanto sta succedendo sul campo e la consapevolezza che, alla fine, ciò che eserciterà pressione su Israele non verrà solo dalla comunità internazionale, ma in gran parte dalla comunità palestinese. È molto importante non dimenticare questo, quando ci si focalizza sul lato internazionale del BDS.

 

May 18, 2016

Titolo originale: Meet the new face of Israel’s growing military refuser movement

http://wagingnonviolence.org/feature/israel-military-refuser-movement/

Traduzione di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis

 

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