La nostra vita è stata bella. I 90 anni di don Carlo Carlevaris | Paolo Rocco


carlo_carlevaris_02“Sono sereno perché ho speso bene la mia vita, non l’ho sprecata”. È quanto don Carlo Carlevaris mi ricorda spesso ancora oggi, nella sua mansarda in via Belfiore a Torino. Con l’umiltà e il sorriso di chi ammette, insieme a questo, anche i limiti e gli errori di una vita lunga ormai novant’anni, vissuti in gran parte nella condivisione con i più deboli. Proprio i suoi novant’anni sono stati festeggiati lo scorso 16 aprile ad Albugnano, presso la Cascina Penseglio, tra le colline e i vigneti dell’astigiano. Insieme alla Fraternità di Emmaus che ci ha accolti, quasi un centinaio di amici hanno potuto ascoltare, raccontare testimonianze e manifestare il proprio affetto a don Carlo.

Per 10 anni Cappellano del lavoro in alcune grandi fabbriche della Torino degli anni Cinquanta e Sessanta (Fiat Grandi Motori, Lancia e Michelin); poi, in posizione critica verso quell’esperienza, prete operaio – uno dei primi in Italia – per 18 anni, dal 1968 al 1986, alla Lamet. Don Carlo è stato questo e molto altro, all’interno di tali esperienze e in numerose altre, animato sempre dalla preoccupazione per gli ultimi, i poveri, le persone ai margini: testimoniando loro il vangelo, condividendone fatiche e sofferenze e cercando di migliorarne le condizioni di vita. Basti pensare, ad esempio, al suo impegno sindacale in anni segnati da tensioni e conflitti altissimi, anche tra gli stessi operai; o ancora al suo diretto coinvolgimento in progetti di sviluppo in alcuni paesi dell’Africa e in Brasile.

A stimolare riflessioni, ricordi ma soprattutto il senso di un’esperienza, sono state due conversazioni, informali e amichevoli, con don Maurilio Guasco e don Gino Chiesa, così come semplice e densa di spiritualità incarnata è stata l’Eucaristia con don Fredo Olivero.

Maurilio Guasco, storico e insegnante in pensione, presbitero della diocesi di Alessandria, ha offerto una riflessione sulle nuove povertà a partire da alcune letture dello sviluppo economico. Si è soffermato in modo particolare sulla lettura proposta dalla Teologia della Liberazione – elaborata negli anni Settanta da G. Gutiérrez e L. Boff -, secondo la quale lo sviluppo dei paesi sviluppati è pagato a prezzo del sottosviluppo dei paesi non sviluppati. Da qui l’aumento progressivo di un divario sempre più grande, ancora nei nostri giorni, tra ricchi e poveri. Alla base di tale divario vi è, quindi, non tanto un problema di produzione quanto un’iniqua distribuzione delle ricchezze che accentua enormemente la polarizzazione provocando, come è accaduto negli ultimi 15 anni in Italia, una lenta scomparsa della classe media e un aumento dei poveri; dei nuovi poveri appunto (spesso neanche troppo visibili), segnati da stipendi insufficienti quando non dalla totale assenza di uno stipendio.

Le nuove povertà, ci ricorda Guasco, sono anche le povertà interiori, quelle dei tanti che, a fronte della crisi e potendosi ancora permettere un discreto livello di benessere, si rinchiudono in se stessi, nel proprio particolare; o di coloro che ritengono, per diverse ragioni, di non contare più nulla nella società: sono, anche loro, “nuovi poveri”.

I veri nuovi poveri, soprattutto, sono quelli che arrivano in Europa sui barconi, o perché fuggono dalle guerre, o perché sognano una condizione di vita migliore. E, come è tragicamente noto, molti in Europa non arriveranno mai, dopo aver speso tutto quello che avevano per arrivarci.

Alla luce di queste premesse, risulta forse un po’ più facile comprendere l’importanza della scelta che fecero i preti operai in Italia dalla fine degli anni Sessanta in poi. Essi, dice Guasco, hanno offerto il loro contributo essenzialmente in due modi: il primo, proponendo un nuovo modo di essere prete; il secondo, ridando dignità al lavoro: “Molti preti operai sono entrati al lavoro anche per ridare dignità a quelle persone che avevano un lavoro non riconosciuto”, numeri altissimi di persone, spesso immigrate dal sud Italia, con pochi diritti e ancor meno strumenti per farli valere. In questo, conclude Guasco, essi hanno inteso rendere un servizio, messa da parte ogni eventuale ambizione di carriera; cosa che, ancora oggi, “dovrebbe cambiare completamente la vita anche all’interno della chiesa”.

Gino Chiesa, prete operaio in pensione della diocesi di Alba, ha ripreso e diversamente declinato il filo rosso del discorso di Guasco. Dopo 35 anni di lavoro in fabbrica, don Gino ha testimoniato che per i preti operai l’essere andati al lavoro ha significato il tentativo di liberarsi – e di liberare la figura del prete – da un’aura di sacralità e di potere, andando a incontrare le persone là dove vivono e faticano (“I preti operai hanno contato poco o nulla nella chiesa”). Don Carlo, infatti, ha sempre considerato prioritaria una sollecitudine, “perfino in controtendenza rispetto ad altre esperienze di preti operai italiani: è sempre stato molto preoccupato dell’annuncio della fede là dove la gente vive, nella quotidianità delle persone, nel loro lavoro”.

La chiesa non deve costruire strutture o peggio delimitare confini ma, come oggi esorta Papa Francesco, deve uscire per andare a incontrare la gente. Per fare questo deve imparare il linguaggio del tempo, oggi soprattutto, purtroppo, il linguaggio del non lavoro. Nel nostro tempo non sarebbe più possibile fare il prete operaio, ha detto don Gino, perché non c’è più lavoro, ma proprio le storie di quanti patiscono perché non hanno un lavoro o per una iniqua distribuzione delle ricchezze dovrebbero sollecitarci ad un impegno appassionato e misericordioso. “Abbiamo imboccato una strada – ha concluso don Gino – che ci ha portati lontano, e dobbiamo essere contenti che non possiamo più tornare indietro. I tempi in cui potevamo parlare e gridare sono passati. Viene un momento in cui il silenzio ci interroga, ed è il silenzio che ci permette di ascoltare il grido del povero, il silenzio in cui la memoria e il futuro tornano ad appassionarci”.

Alcuni studiosi della storia dei preti operai – e prima ancora molti dei preti operai stessi – osservano che alla base della loro esperienza vi fu la categoria cristiana dell’“incarnazione”, ovvero la scelta dell’essere come, intesa come superamento dell’essere per e dell’essere con; intesa, in una parola, come essere dentro una condizione bisognosa, assumerla come propria condividendone i problemi, le lotte, le fatiche e le speranze, e in questo modo testimoniando silenziosamente il vangelo. Incarnazione – “inculturazione”, come è stata anche chiamata – che è costata cara ai preti operai, spesso ritrovatisi soli in un difficile contesto di pesanti incomprensioni e diffidenze, tanto da parte degli operai e delle direzioni aziendali quanto da parte della chiesa stessa.

Don Carlo venne allontanato dalla Fiat nel 1961 essendosi opposto ad una pericolosa tendenza orientata alla strumentalizzazione politica dei cappellani del lavoro da parte dell’azienda; nello stesso anno, il card. Ottaviani chiese presso il Sant’Uffizio una verifica dell’ortodossia dei suoi insegnamenti. Anche i primi anni come operaio alla Lamet furono assai duri e segnati da provvedimenti nei suoi confronti, avendo egli constatato condizioni inumane in cui gli operai erano costretti a lavorare da anni e avendo cercato di sensibilizzarli rispetto a questo e alla possibilità di ottenere condizioni migliori.

Le cose andarono evidentemente molto meglio con il card. Pellegrino, vista la sua nota sensibilità verso i problemi sociali della Torino industriale degli anni Sessanta e Settanta: basti ricordare la famosa Lettera Pastorale Camminare Insieme (1971), per la cui elaborazione e stesura il contributo di don Carlo fu determinante.

Don Carlo ama ricordare che il suo intento non è mai stato quello di “convertire” qualcuno, ma neanche tanto quello di fare attività pastorale per credenti già inseriti nel tessuto ecclesiale. Affermava, in un convegno di circa 15 anni fa: “Al Vescovo che verrà dopo Pellegrino che mi chiese quanti operai avevo convertito, dovetti rispondere che, forse, nessuno: ma che non ero andato in fabbrica per convertire ma per condividere, capire, voler bene a quella fetta di umanità che è ancora l’anello debole delle nostre società capitalistiche”.1

Egli ha in fondo sempre desiderato e cercato una cosa semplice ed essenziale: annunciare il vangelo a chi più di altri ne ha bisogno, cioè i poveri. E i poveri di quegli anni, a Torino, erano la grande massa di operai sfruttati e lontanissimi dalla chiesa ufficiale. Oggi, come alcune volte don Carlo stesso osserva, i poveri di cui occuparsi sarebbero – anche – quel lembo dolente di umanità rappresentato da chi, come ci ha ricordato Guasco, arriva in Europa sui barconi.

Don Carlo è sempre stato mosso dalla convinzione che in quella grande massa di operai, in posizione spesso conflittuale rispetto alla chiesa, vi fossero alcuni spazi animati da valori saldi di solidarietà, di generosità, di ricerca della giustizia; quelli che egli chiama “fermenti di vangelo” o “embrioni di chiesa”. Ciò senza alcuna discriminazione verso i non credenti, rispettati come tali e ai quali è possibile semmai mostrare che Gesù Cristo indica ai poveri una strada di liberazione. Da qui la scelta di diventare prete operaio: assumere quella condizione facendone un vero e proprio ministero.

Lo aveva compreso bene Ettore De Giorgis, scomparso ormai più di vent’anni fa, insegnante e assiduo studioso di materie umanistiche e sociali, uomo di intensa ricerca spirituale e, al tempo stesso, di costruzione di relazioni con i suoi ragazzi e con la gente del suo territorio. Ettore partecipò a lungo agli incontri di preghiera e celebrazione eucaristica del giovedì sera, con don Carlo e i suoi amici, nella mansarda di via Belfiore – incontri che, è bene ricordare, proseguono tuttora. Ettore, riferendosi agli incontri del giovedì sera parla di don Carlo come di persona alimentata “da una profonda spiritualità e da un’intensa preghiera personale”. Parlando dei preti operai, egli riconosce lucidamente la connotazione storica della loro scelta, nella consapevolezza che “probabilmente la loro è l’ultima generazione di preti operai”; ma, al tempo stesso, dice che essi “sono stati segni di speranza in un mondo che corre verso la disperazione” e, soprattutto, che “si sono sporcati le mani con la pasta del mondo … Essi hanno preso sul serio l’Incarnazione, ecco tutto. Ed è proprio per questo che li dobbiamo ringraziare”.2

In un articolo pubblicato su «La Voce del Popolo» nel 2007, così don Carlo tentava un bilancio dei suoi, allora, ottant’anni: “Non ho consigli da dare. Cerco ancora di imparare a vivere questa stagione, l’ultima della vita, in fedeltà alla scelta iniziale: stare tra la gente, lottare con chi lotta, difendere e servire i poveri. A dirla tutta sono contento di vivere questi ultimi anni nella soffitta di San Salvario con i neri, i musulmani e le prostitute all’angolo che mi salutano con un sorriso. C’è ancora qualcosa da fare. Auguro a tutti la scoperta dei poveri, dei deboli, degli ultimi”. In una occasione precedente aveva detto: “La nostra vita è stata bella”.

Grazie, don Carlo!


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Note

1 Intervento al Convegno 1968: l’anno degli studenti. 1969: l’anno degli operai, Cuneo, 25-26 febbraio 2000.

2 T. Caglio, G. Chiarle (a cura di), Semi gettati nel solco del mondo. Brani scelti dagli scritti di Ettore Giorgis, Editrice Esperienze, Fossano (CN) 1999 (?), pp. 161-162.


Pubblicato in «Tempi di fraternità», n. 6 (giugno-luglio), a. 2016.

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