Mamma viene a morire da noi domenica | Recensione di Angela Dogliotti


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Pat Patfoort, Mamma viene a morire da noi domenica. Eutanasia e nonviolenza, Prefazione di Mina Welby, Infinito, Formigine (Mo) 2016, pp. 224, € 15,90

L’ultimo libro di Pat Patfoort, biologa belga e nota formatrice alla nonviolenza, è il racconto della sofferta esperienza vissuta dall’autrice di fronte alla richiesta della madre di assisterla nell’eutanasia. Questo tema, così delicato e controverso, non è dunque affrontato attraverso un approccio scientifico di tesi e contro tesi o come un tema critico del dibattito politico contemporaneo, ma attraverso il diario che racconta i vissuti e le riflessioni dell’autrice, nell’elaborazione di questo evento, così difficile ed emotivamente pressante.

L’atteggiamento dell’autrice è costantemente ispirato al tentativo di mettere in atto quello che definisce un comportamento nonviolento: non fare violenza nè all’altro, né a se stessi. Ciò implica il rifiuto di quello che Patfoort definisce come il modello Maggiore-minore, cioè un atteggiamento di giudizio e svalorizzazione rispetto all’altro, nel momento in cui esprime  posizioni e richieste diverse o contrastanti con le proprie, e l’assunzione, invece,  di un atteggiamento di ascolto empatico e di rispetto, che pone l’altro su un piano di equivalenza. Per far ciò è necessaria una comprensione profonda dei “fondamenti” che stanno alla base delle richieste e l’autrice ci mostra in atto questo costante esercizio di mettersi nei panni dell’altro, per comprenderne le ragioni, dal suo punto di vista.

Così avviene per i comportamenti del personale della casa di cura, per i dubbi  della sorella e, in particolare, per la richiesta che la madre le rivolge, di assisterla nelle pratiche per ottenere l’eutanasia. È qui che Pat esprime, con grande onestà e trasparenza, tutto il travaglio interiore che la attraversa:

“Uno degli aspetti più difficili di questo confronto con l’eutanasia è che sono catapultata in una situazione di enorme responsabilità, quasi divina. Normalmente è la natura, o il medico, a gestire la vita e la morte; il comune mortale non ha responsabilità in questo campo, per lui è tabù. Ed eccomi all’improvviso di fronte a  una simile responsabilità […]”, p. 100.

“La tensione più penosa è quella che porto dentro di me. Lavorare per l’eutanasia mi fa ripensare a tante cose del passato . Questo si manifesta per tutte le questioni  di coscienza che tornano in superficie. È ancora più pesante di tutte le altre fonti di tensione […]”, p.111.

“Quando dopo una telefonata o una visita sento di nuovo crescere in me sentimenti di tristezza, mi viene regolarmente il mal di testa. Spesso è pesante. Cerco di digerirlo. Lascio il telefono, mi siedo su una sedia e rifletto in silenzio. Jean sente che la conversazione è finita, entra nella stanza e mi vede abbattuta: ci risiamo. Devo ancora una volta digerire le cose, da sola o parlandone con Jean, con mio figlio, o con Mayke. Mi sento ferita e ho bisogno di tempo per ritrovare il mio centro”, p. 96.

Chiunque abbia fatto esperienza di assistere persone anziane e sofferenti sa quanto sia faticoso assolvere questo compito senza lasciarsi contagiare dalla depressione, quanto sia difficile trovare la forza di avere e dare speranza, fiducia, conforto.

In questo diario tutti i problemi pratici, tutti i sentimenti , i dubbi, i pensieri sono esposti con una  sincerità quasi spietata, senza maschere, senza riserve, a cuore aperto.

È questo che rende il libro un’esperienza capace di dialogare con il lettore, di stimolarlo a porsi delle domande, a riflettere su temi fondamentali e profondi, e a rispondere secondo la propria coscienza e sensibilità.

Ecco, ad esempio, alcune delle riflessioni che la lettura del libro mi ha suggerito.

Come imparare a fare i conti con la propria fragilità e il proprio bisogno degli altri, in una società dell’efficienza e del giovanilismo, che esalta chi si fa da sé e non ha bisogno di nessuno? Finché stiamo bene, siamo autonomi e nel pieno delle forze non ci pensiamo, ma quando il declino delle forze fisiche, la malattia o la vecchiaia ci portano a toccare con mano i nostri limiti forse è troppo tardi per imparare ad accettarli… Il malato, l’anziano, sono spesso trattati come oggetti, si spersonalizzano, come se il perdere l’autonomia e le capacità di relazione significasse diventare meno umani. Nel libro emerge chiaramente la necessità di riconoscere l’altro come persona, in ogni situazione e contesto, per accompagnarlo con un ascolto attento.

Come si esercita la propria responsabilità di fronte a situazioni estreme di sofferenza ?

Mi ha molto colpito l’idea del decidere lucidamente la data della propria morte.

Che cosa comporta legiferare su questi temi così delicati?

Cosa significa “non giudicare”? Certamente non esprimere giudizi sulle persone, ma sulle idee, sui valori, sui comportamenti?

Certamente questo libro è riuscito nel suo intento, se voleva essere uno strumento di riflessione su un tema, come quello della morte, che tendiamo a rimuovere e a trattare come una cosa solo da allontanare il più possibile, da tenere nascosta, da temere.

Ci possono essere posizioni diverse rispetto alla scelta dell’eutanasia, in ogni caso sono storie che ci toccano, di fronte alle quali non possiamo restare indifferenti.

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